Da Cesare a Churchill
Alberto Cavaliere (1897-1967)


foto del poetadedica autografata dal poeta


 

 


PRESENTAZIONE

Raccontatore di personali vicende ed esperienze, bar­baramente soffocato da un poeta troppo noto. Ma del primo che cosa si può dire che già non sappiano tutti? Che è sempre scintillante, fluido, spiritoso? Cose vecchie. Per dir tutto basta una sola parola:
Cavaliere.
(Qui scommetto che se la presentazione dovessi farla tu non potresti rinunziare a questo giuoco di parole: c'era da aspettarselo, dato il nome, che Ca­valiere avrebbe finito col fare un poema cavallere­sco. Ma io non oso. Anche perché nel caso tuo sa­rebbe un poema cavalieresco.)
Abbracci.
ACHILLE CAMPANILE




I

ORIGINI

 

Si dice che nell'èra paleolitica

fosse l'Anglia attaccata al Continente:

sarebbe questa una faccenda critica,

al giorno d'oggi, e assai compromettente;

ma in quell'era tranquilla la politica

non funestava ancor l'umana gente,

e ancor s'accontentava, il mondo gretto,

d'uno «spazio vitale» assai ristretto.

 

Comunque, anche se vera, quella tesi

si riferisce a tempi assai lontani;

io so che, per fortuna (degl'Inglesi,

s'intende, e per disgrazia dei Germani),

dacché i fatti del mondo son palesi

e controllati dai vivi occhi umani,

è l'Inghilterra un'isola: ma spesso

d'essere invasa le toccò lo stesso.

 

A quanto afferma una persona seria,

alla fine dell'epoca glaciale

v'approdò prima una tribù d'Iberia,

che arditamente attraversò il Canale

e in quell'isola, ancor nuda e in miseria,

condusse il bue, la pecora e il maiale,

tre bestie che nel nostro Continente

eran diffuse già discretamente.

Fu cinque o seicent'anni avanti Cristo

che dalla Gallia, poi, giunsero i Celti,

mangiatori di porco, e in modo tristo

gl'Iberici di là furon divelti.

Quei Celtii - informa Cesare, che ha visto -

­eran uomini audaci, agili e svelti,

che vivevan di pesca e di rapine

e avevan delle usanze peregrine.

 

Se taluno di lor veniva al mondo

con brune chiome, ritenuto estraneo

(figlio, chi sa, di qualche vagabondo

giunto lassù dal Mar Mediterraneo),

tingersi il pèl doveva in rosso o in biondo

con le carote o qualche succedaneo

(poiché in quei tempi l'acqua ossigenata,

probabilmente, ancor non era nata).

 

Per mezzo d'indelebili misture,

note soltanto ad iniziati saggi,

s'imbiancavan la pelle, ch'era pure

segnata dai più strani tatuaggi;

e quando, con la spada e con la scure,

sbarcarono i Romani in quei paraggi

e quei buffi pupazzi ebbero vinti,

li chiamarono Picti, ossia «dipinti ».

 

Pian piano, poi, nei secoli seguenti

smisero anch'essi l'uso del colore

e, in generale, i loro discendenti

non si dipingon più (non le signore:

chè queste, in tutti i cinque continenti,

come sapete, siano bionde o more,

amano ancora in quest'età felice

darsi sul volto un palmo di vernice)

 

Erano i Druidi i loro sacerdoti

e praticavan sacrifici umani;

ma in questo i modernissimi nipoti,

non feticisti più, bensì anglicani,

per quanto ad altri iddii siano devoti,

imitan tuttavia gli avi lontani,

sacrificando nelle loro guerre

Indi, Africani e genti d'altre terre.

 

II

L'ARRIVO DI CESARE

 

Mentre Cesare in Gallia si guadagna

o sottomette le tribù ribelli

con una memorabile, campagna,

ai Belgi e ad altri popoli fratelli

mandano aiuti i Celti di Bretagna,

provocando in tal modo il casus belli,

poichè Roma non tollera, indignata,

che la neutralità venga violata.

 

Dare ai Celti un castigo e metter piede

su quelle terre nordiche: lontano

favoleggiato mondo, ove si crede.

vi sian perle e tesori a tutto spiano ...

Non ci ripensa su, tempo non chiede,

chè non sa indugi il condottier romano;

con due legioni di soldati scelti,

si mette in mare e muove contro i Celti.

 

L'estate andava ormai verso la fine

e le giornate diventavan corte;

le maree dell'autunno eran vicine,

il «generale» Nebbia era alle porte;

se ancor non esistevano le mine,

la borea c'era, che soffiava forte;

ma, nonostante il vento e le maree,

giungono a Dover cento e più galee.

 

Il popolo dei Celti aveva avuto

da tempo già sentore dell'impresa

e, offerto invano a Cesare un tributo,

s'accinge disperato alla difesa.

Qualche mercante gallico, avveduto,

consiglia ai capi subito la resa,

ma, sospettato d'essere al comando

della quinta colonna, è messo al bando.

 

Scendono a riva i Celti battaglieri

con quattromila e cinquecento traini.

I Romani, benché senza genieri

e ingombrati dall'armi e dagli zaini,

raggiungono (protetti dagli arcieri

delle gale e) la costa. E, come daini,

i Celti se la filano: scomparsi! I

(Non è ancor nato il termine «sganciarsi »).

 

Cesare avanza. I traini dei nemici

si sottraggon veloci alla battaglia,

nei pochi borghi grami ed infelici

bruciando le casupole di paglia.

I Romani si nutron di radici,

mancan di alloggi, il freddo li attanaglia.

E dov'é l'oro in quell'ingrata terra?

(Non c'era ancor la Banca d'Inghilterra ... )

 

Cesare ai capi, allor, mandò messaggi,

con cui la pace a buon mercato offriva;

si recò poi nell'est e in quei paraggi

minutamente ispezionò la riva;

indi, in Gallia tornò con doni e ostaggi

da quella spedizione informativa,

fra sé, però, dicendo a quei signori:

«Ci rivedremo alla stagion dei fiori... ».

 

Tornò con un'armata assai più grossa,

sei mesi dopo, di Romani e Galli,

mostrando, senza gru, come si possa

sbarcar con catapulte, armi e cavalli,

mentre le tribù celte alla riscossa

discendono dai borghi e dalle valli,

e, rinunciando ad ogni interna bega,

dànno il comando a un unico stratega.

 

III

LA CONQUISTA ROMANA

 

Egli è Cassivellàuno: ardito e forte,

domina i capi e se li rende ligi;

poi sprona i Celti ad affrontar la morte

schierandosi a difesa oltre il Tamigi.

Cesare, intanto, con manovre accorte

tra i capi stessi provoca litigi,

cosicché il blocco, prossimo al cimento,

non sembra dare troppo affidamento.

 

Cassivellàuno batte in ritirata,

né annunzia una vittoria ogni quattr'ore,

poiché la radio ancor non era nata,

benché già la bugia fosse in onore;

quando vede, però, la malparata,

si decide a trattar col vincitore,

che con parola semplice e concisa

al dipinto guerrier parla in tal guisa:

 

« Cassivellàuno, ho sottomesso i Galli,

di te più forti: con le mie legioni,

montate su magnifici cavalli,

presto farei di te pochi bocconi.

lo non t'impongo nulla: i tuoi vassalli

vogliono ancor dipingersi? Padroni!

Però, disarma, al popolo romano

paga un tributo, ed eccoti la mano! ».

 

Cesare, accanto al barbaro tapino,

era il leone che minaccia il topo;

ma, ricco già di gloria e di bottino,

tornar subito a Roma era il suo scopo.

Cassivellàuno, che capì il latino,

si sottomise. (Duemil'anni dopo,

Churchill invece, molto più ostinato,

non vorrà sottomettersi. Peccato!).

 

Sfilano in Roma, a perdita di vista,

Celti in catene, in lenta processione.

Deluso, tuttavia: « Magra conquista!»

esclama l'avvocato Cicerone.

«Fra questi schiavi, non un musicista,

non un atleta, ahimé, .non un buffone! »

(Strano, perché buffoni, un po' più tardi,

ve ne saran pur lì, tosti e gagliardi.).

 

Ma i «partigiani », nelle terre annesse,

non fan che organizzar rivolte armate;

di tutte le regioni sottomesse,

è 1'Anglia fra le meno rassegnate:

lungi dal mantener le sue promesse,

non vuoI pagare più, nemmeno a rate,

mentre il Senato, ognor più risoluto,

chiede che i Celti paghino il tributo.

 

E Claudio imperator, dopo anni molti,

cinquantamila fanti e cavalieri

sul Tamigi mandò: furono accolti

da spaventose torme di guerrieri,

fra cui le donne, coi capelli sciolti,

cacciavan urli ed agitavan ceri,

e i sacerdoti, in mezzo al tramestio,

alzavan preci a qualche strano dio.

 

Chi può descriver la carneficina

che ne seguiva? A farvene un'idea,

vi basti dir che lungo la marina

rosse eran l'acque! E in tragica odissea

gli ultimi Celti (morta la regina

che li guidava, a nome Boadicea)

cedendo agli invasori, a perdifiato

scampaion verso il Galles desolato.

 

IV

IL DOMINIO DI ROMA

 

Con la solita sua magnificenza,

vi costruiva il vincitor romano

strade, ponti, acquedotti in tutta urgenza,

nonché vaste città: sappia il profano

che quel barbaro chester, desinenza

di varie città inglesi, un dì lontano,

era il latino castra (accampamento),

storpiato poi dall'Anglo a suo talento.

 

Nasce Londinium con l'immenso porto;

sorgon palazzi sulla nuda rena,

con bagno, acqua corrente, ogni conforto

(gl'Inglesi aggiungeranno ... la catena);

e ponti enormi: il Tower Bridge è sorto

su quello antico, senza alcuna pena.

C'è una pietra romana in ogni buca

scavata dalle bombe degli «Stuka ».

 

In tutte le città, rapidamente,

sorgono il tempio, il foro e, soprattutto;

le terme: acqua e sapone (è sorprendente,

ma un celta, dopo il bagno, è meno brutto).

E fin d'allora quella strana gente,

a cui la civiltà dava un costrutto,

aveva, senza alcuna tracotanza,

un'aria di buon gusto e d'eleganza.

 

Con molto tatto, Roma a sé guadagna

le celtiche tribù fiere e scontrose;

vengon create in tutta la Bretagna

colonie idroterapiche famose,

e pei ricchi Romani è una cuccagna,

trascorrere lassù le estati afose:

Bath (Aquae Sulis), che Marziale loda,

nel secolo secondo era alla moda.

 

Le celte indossan già come conviene

manti romani e «palle)} civettuole:

Agricola pro console sostiene

che son delle simpatiche figliole.

E i veterani se la passan bene,

benché di rado vi si veda il sole,

e nebbia e pioggia siano abituali,

pur non ancor promosse... generali.

 

Ma, se nel Sud e al centro gli abitanti

divengono romani, ossia civili,

vivon nel Nord i Pitti ed i Briganti,

che ad ogni civiltà mostransi ostili:

soprattutto questi ultimi, furfanti,

scendon dai monti e predano gli ovili

(molti d'essi, più tardi, al Sud e al Nord,

riceveranno il titolo di lord).

 

Ragion per cui, nell'anno centoventi,

Elio Adriano, che in quel tempo impera,

va in persona lassù, con forze ingenti,

per liquidar quei musi da galera;

ma troppo impervio è il luogo, e immantinenti

egli alza un vallo, lungo la frontiera,

che alle antiche razzie chiude ogni strada,

tenendo i Pitti ed i Briganti a bada.

 

 

Fu lui che di galere e di vascelli

volle sul mare una potente flotta,

e in terra, contro i Barbari ribelli,

lungo tutti i confini, ininterrotta

una linea di forti e di castelli,

che dopo ben tre secoli di lotta,

non dopo un mese al massimo crollò

(come farà la linea Maginot!).

 

V

FINE DELL'INGHILTERRA ROMANA

 

Già fin dal terzo secolo, il flagello

d'una crisi economica e sociale,

che al grande impero scaverà l'avello,

imperversa sul mondo: è naturale,

il mondo, dopo tutto, è sempre quello,

e la famosa crisi universale,

per la qual così vivo oggi è il lamento,

non l'ha inventata il nostro Novecento.

 

Ma la Bretagna è un'isola: essa vive

dei suoi commerci; i Barbari predoni

non possono approdar su quelle rive,

per cui la pace regna, e le legioni

rimangon per due secoli inattive,

i soldati diventano coloni

ed emulan gl'indigeni, entusiasti

(se non dei cinque ancor) dei quattro pasti.

 

Dalla lontana Partica alla Spagna,

sorge dovunque qualche usurpatore;

persino le legioni di Bretagna,

che motivi non han di malumore,

perché più grande ancor sia la cuccagna,

han proclamato un loro imperatore:

il generale Massimo, che intende

marciar su Roma e lì piantar le tende.

 

Bravo stratega, ardito e intraprendente,

lascia poche coorti lungo il Vallo,

parte e sconfigge clamorosamente

l'imperator Graziano in suolo gallo;

ma lo doma, accorrendo da Orïente,

l'imperator Teodosio e a quel vassallo

ribelle e usurpator taglia la testa,

dov'era nata quell'idea funesta.

 

Grande è il massacro: non una legione,

non un soldato dall'impresa insana

torna in Bretagna; e quando Stilicone,

ultimo eroe di Roma, in sovrumana

difesa contro i Vandali s'oppone

e chiede aiuti all'isola romana,

dalle remote abbandonate sponde

neppur l'eco,ahimé,più gli risponde!

 

I Pitti, che il fattacio hanno saputo,

pù non temendo chi li fermi e sgomini,

varcano il Vallo; un capo inavveduto

(siamo nell'anno quattrocento Domini)

fa venir gli Angli e i Sassoni in aiuto

dal continente: fior di galantuomini,

trovan costoro il luogo molto bello

e contro gli assuntori apron macello.

 

Dando l'esempio ai tardi pronipoti,

che un dì predando correranno i mari,

devastan tutto, come fanno i Goti,

brucian città, villaggi e casolari;

traggon le donne schiave, e i sacerdoti

son trucidati innanzi ai loro altari:

pochi fuggiaschi scampan nell'Irlanda,

che ancora all'invasor moccoli manda.

 

Più tardi, il santo vescovo Germano

chiama a raccolta i «figli di Gesù »,

sconfiggendo gl'intrusi; anche un sovrano

celta, nel sesto secolo, re Artù,

dà loro alcune nespole, ma invano:

Sassoni ed Angli non andran via più.

Poi, di sloggiarli spererà qualcuno ...

nel millenovecentoquarantuno.

 

VI

GLI ANGELI E I SASSONI

 

Capelli color biondo-maionese,

occhi turchini, stomachi voraci;

agili per lo più (le Pance obese

verranno dopo), indomiti, predaci,

vendicativi, nelle loro imprese

freddamente metodici e tenaci:

tali eran gli Angli e i Sassoni fioccati

su quelle rive, e tali son restati.

 

Le donne di quei Barbari crudeli

son miti, invece, sottomesse, caste,

ottime mogli, al coniuge fedeli;

ma è chiaro che così non son rimaste

(non lì soltanto:sotto tutti i cieli;

perché se già da voi non lo notaste,

qual che ne sia la tinta o la favella,

la razza delle donne è sempre quella).

 

Nei sassoni e negli Angli, alla costanza

e ad altre qualità (scrive un cronista)

s'aggiunge una più grande rinomanza,

che altrove sembra ormai più non esista:

è la temerità; poca importanza

danno alla vita, han sete di conquista,

aman la guerra, (adesso, assai più scaltri,

la guerra,invece,la fan fare agli altri).

 

Provenienti dall'algido squallore,

dal deserto stupor delle natie

steppe, portan quei nomadi nel cuore

l'arcano senso delle eterne vie;

ogni guerriero è insieme un sognatore

delle malate accese fantasie;

e un giorno nasceran da quei guerrieri

sommi poeti e grandi avventurieri.

 

invasa la Bretagna ormai deserta,

brucian dei Celti e dei Romani invisi

are palazzi e, sotto una coperta

ruvida,a costo di pigliar la tisi,

preferiscon dormire all'aria aperta,

temendo l'ombre dei nemici uccisi.

Bevono, prima d'affrontar dei rischi,

misture forti (poi berranno il whisky),

 

Son ben organizzati fin da allora;

ogni tribù che approda ha un proprio re;

vi son sei regni nel seicento ancora,

nel settecento ne rimangon tre;

nell'ottocento (e a Londra ha sua dimora)

v'è un solo re britannico, finché,

in tutto il mondo, se il progresso fila,

non vi saran più re ... verso il Duemila.

 

Secondo un'antichissima struttura,

il regno suddividesi in contee,

c'è un Consiglio dei Saggi che si cura,

generalmente in pubbliche assemblee,

della giustizia: una giustizia dura,

amministrata in base a poche idee:

alla persona in un reato incorsa

tagliar la testa o, taglieggiar la borsa.

 

A ognuno è attribuito un suo valore:

cento scellini o più, comunemente;

e, s'egli è ucciso, il barbaro uccisore

è tenuto a pagar l'equivalente.

Ma il più punito, il crimine peggiore

è la rapina armata: è sorprendente!

Io non mi spiego simili pretese:

tante colonie, allor, come le han prese?

 

 

VII

LA CONVERSIONE AL CRISTIANESIMO

 

Giunti in Bretagna, i Barbari devoti

innalzan nuovi templi ai propri numi;

ma questi han sempre meno sacerdoti:

legati ai patri boschi, ai patrii fiumi,

ora,in quei lidi incogniti e remoti

(altri aspetti,altri tipi, altri costumi)

si sentono in esilio...Amici miei,

han le loro tristezze anche gli dei!

 

Son bravi iddii,ch'esaltano il dovere

e per gli onesti e i buoni han dei riguardi:

le pieValchirie, alate messaggere,

portano in cielo i morti eroi gagliardi,

mentre il dio Thor, severo giustiziere,

colpisce i traditori ed i bugiardi

( sembra che questi invece al giorno d'oggi,

trovin presso gli dei potenti appoggi...).

 

Già San Patrizio aveva convertiti

i Celti della Scozia e dell'Irlanda:

c'erano già dei monaci eruditi,

specializzati nella propaganda;

e,visitando i più lontani siti,

la nuda terra avendo per locanda

davan tutto che avevano ai pezzenti,

meravigliando quelle avare genti.

 

A Roma, un gran pontefice, frattanto,

s'asside sulla cattedra di Piero:

è San Gregorio Magno, il quale accanto

ha uomini di fede e di pensiero,

e sa che Roma ancor, pur senza il manto

del prodigioso e sterminato impero,

farà sentir la sua possente voce

non con la spada più, ma con la croce.

 

Gregorio, un giorno, sceso dal suo trono,

girando pel mercato degli schiavi,

vede dei biondi giovani: « Chi sono?»

chiede. « Degli Angli ». « Candidi, soavi,

non Angli, angeli» dice... (O santo, o buono

papa Gregorio, forse, esageravi!)

E vuole che quel popolo superbo

sia convertito anch'esso al santo Verbo.

 

Spedisce in Anglia il vescovo Agostino,

accompagnato da quaranta frati,

che compunti si mettono in cammino,

sospirando così: « Siamo spacciati!».

Ma ancor ha tale un fascino divino

il gran nome di Roma, che i mitrati

ambasciatori sono,in Gran Bretagna,

dal re del Kent accolti in pompa magna.

 

Padre Agostino scrive al papa e dice

come sono quegli uomini: robusti,

rozzi, talvolta duri di cervice,

tuttavia non sleali e non ingiusti;

strani costumi: il vedovo infelice

sposa la propria suocera (che gusti!).

E in quella stessa lettera conclude

che ha convertita quella gente rude.

 

Ribelli,tuttavia, gli dan pensiero

I preti celti, ai quali il papa è inviso;

ma quando spiega, il missionario austero,

a quella gente di diverso avviso,

che il papa in terra è il successor di Piero

e che le chiavi ha lui del paradiso,

dove ricchezze trovansi ed alcolici,

s'affrettan tutti a diventar cattolici.

 

VIII

LE INVASIONI DANESI - RE ALFREDO

 

Nel settecentosessantasette,in maggio,

s'aveva in Inghilterra il primo avviso:

tre navi, con a bordo un equipaggio

di trecento guerrieri, all'improvviso,

approdan sulla costa, in un villaggio;

Il capo va a riceverli ed è ucciso.

Una spietata rapida razzia,

e i tre vascelli se ne tornan via.

 

Dopo qualche anno, sempre più frequenti

diventan quelle facili incursioni:

di tanto in tanto, armati fino ai denti,

sbarcano in Anglia barbari predoni,

saccheggiano i castelli ed i conventi,

massacraan servi, monaci e baroni.

Terrorizzati, inermi e disuniti,

gli Angli non san far fronte a quegli arditi.

 

Chi san costoro? Sono dei «pagani »,

abitatori di un'oscura terra:

il «paese dei ladri », ossia dei «Dani »,

situato di fronte all'Inghilterra.

Son prodi e astuti, forti e disumani,

aman la pesca ed amano la guerra;

e dalla Scozia alla lontana Irlanda

piovon le busse come Dio le manda.

 

A poco a poco cresce l'importanza

delle flotte nemiche, e i cittadini

aumentan sempre più la vigilanza

lungo le coste, s'armano d'uncini,

di picche, d'alabarde: han la speranza

di ricacciar così quegli assassini.

Il bravo Alfredo, re da circa un anno,

conia il motto fatal: «Non passeranno ».

 

E' un re che da natura ha avuto in dono

la saggezza, l'audacia ed il talento:

scrive libri, fa leggi, è onesto e buono

(per un sovrano è un vero avvenimento!).

Ma, dopo un anno ch'egli è asceso al trono,

cade il suo regno in preda allo sgomento:

quei masnadieri approdano in Irlanda,

guidati da un feroce capobanda.

 

E' il danese Guthrùn, che i suoi pirati

conduce quindi in Anglia e, risoluto,

in breve ne conquista i sette stati,

movendo contro il Wessex; senza aiuto,

Alfredo, sospirando: «Son passati! »,

per ottener la pace offre un tributo.

Ma l'appetito, ahimé, viene mangiando:

Guthrùn accetta e poi risnuda il brando.

 

Cerca rifugio il re su un isolotto,

fra le ingrate paludi e la boscaglia,

dove,però, lavora sotto sotto

alla riscossa: è il sogno che l'abbaglia

Dopo un inverno, il bravo giovinotto

Torna nel regno, incuora alla battaglia

Le truppe male armate e poco esperte,

e sconfigge i Danesi; e li converte.

 

Certo,un gran capo ha pur tanta importanza,

giovando con l'esempio incitatore;

comunque, gli Angli, in quella circostanza,

si dimostraron gente di valore,

battendosi con fede e con costanza,

invee di trescar col vincitore,

come ,seguendo i loro corifei,

faran molto più in là, certi europei.

 

X

DA RE ALFREDO A RE CANUTO

 

Alfredo fu un magnifico sovrano

e diede agli Angli un saggio ordinamento.

Fra i successori suoi, fu re Atelstano

che l'opra condusse a compimento

e tutta l'Inghilterra ebbe in sua mano

ma verso la metà del novecento

(il novecento è un secolo fatale)

le cose nuovamente andaron male.

 

Nel corso di quel secolo, i pirati

riprendono i viaggi d'avventura;

giungon prima, qua e là, pochi isolati,

dopo arriva un'armata addirittura:

fiacco e incapace, contro quei dannati,

re Etelredo, ubbidendo alla paura,

ai quattrini ricorre anziché all'armi,

spendendo molto male i suoi risparmi.

 

Incoraggiati, i perfidi Danesi

ritornano alla carica, ed Edmondo,

figliuolo d'Etelredo, in pochi mesi

perde il regno e la vita. Tremebondo,

il Consiglio dei Saggi londinesi

dà lo scettro a Canuto (invece, è biondo):

della flotta nemica egli è navarca

e fratello del re di Danimarca.

 

E' come se, nell'ultimo conflitto,

il governo di Londra ad un tedesco

avesse offerto il trono! ... Or quell'editto,

che a prima vista può sembrar grottesco,

fu un bene per il popolo sconfitto:

perché quell'uomo energico e manesco,

sovrano imposto ad una inerme folla,

diventa inglese fino alle midolla.

 

E' un bel ragazzo, con barbetta a punta,

che conterà sì e no ventiquattr'anni,

ma è molto astuto e, la corona assunta,

ai cittadini risarcisce i danni;

ha pure un bello stomaco, per giunta,

se, per riuscir simpatico ai Britanni,

prende in moglie, lui giovane com'é,

la vecchia madre del defunto re.

 

Sovrano fra i più saggi ed i migliori,

per quanto un po' crudele e autoritario,

fondendo insieme i vinti e i vincitori,

si mostra giusto più del necessario;

condanna a morte tutti quei signori

c'hanno tradito Edmondo, il suo avversario:

«Come potrei fidarmi d'un soldato

Che ha tradito il suo re? Venga impiccato! ».

 

Licenzia, inoltre, il grosso della flotta,

non tenendo per sè che poche navi;

premia tutti color che nella lotta

contro i suoi sgherri si mostraron bravi;

apprende, approva e per se stesso adotta

le leggi che gl'Inglesi ebber dagli avi;

si fa cristiano e tutti i giorni al Duomo

va a sentir messa: insomma è un galantuomo.

 

Per umiltà non porta la corona,

né vuol più servi; la sua mensa è parca;

sicché il paese, là dove il yes suona,

porta alle stelle il giovane monarca.

Ma il bellico furor non l'abbandona

e divenuto re di Danimarca,

conquista la Norvegia: è uno straniero

che dà agli inglesi il gusto dell'impero.

 

X

EDOARDO IL CONFESSORE I NORMANNI

 

Diviso fra i tre figli di Canuto,

l'impero, oggetto di svariate brame,

si sfascia fatalmente in un minuto,

com'era nato. L'anglico reame

era toccato in sorte al meno astuto:

al figlio Aroldo, un giovane salame;

ch'egli è un salame è tale l'evidenza,

che i Saggi lo depongono d'urgenza.

 

E danno il trono al figlio d'Etelredo,

un Edoardo, detto «il Confessore»

per via che tutto il dì recita il Credo

ed altre preci in lode del Signore.

Egli non ha lo spirito d'Alfredo,

né di Canuto il senno ed il valore:

è buono buono, semplice, modesto;

tartaglia un poco come Giorgio sesto.

 

E' un uomo così pio, che fa persino

voto di castità; ma ciò non toglie

che il furbo consiglier conte Godvino

gli offra la figlia in sposa: il re l'accoglie,

però non fa nemmeno uno spuntino,

l'astemio sire, con l'afflitta moglie;

per cui, privo com'è di discendenti,

promette il trono a tutti i suoi parenti.

 

Intanto, furoreggiano i Normanni:

dediti anch'essi alla pirateria,

dopo crudeli stragi e atroci danni,

han fondato un ducato in Normandìa.

Eran danesi un dì, ma poi, con gli anni,

si son francesizzati: tuttavia,

pieni ancora di fede e di bravura,

hanno sete di gloria e d'avventura.

 

Son già molto temuti intorno al mille;

anno nel quale i popoli (secondo

le divine scritture e le sibille)

avrebbero assistito al finimondo:

invece, al nuovo secolo tranquille

si svegliaron le turbe e a cuor giocondo.

(Novecent'anni dopo, ad un dipresso,

dirà l'Europa: - Il finimondo è adesso!. .. )

 

Duca normanno è un giovane gagliardo,

Guglielmo, ch'è un figliuolo adulterino

del famoso Roberto, onde il « Bastardo »

lo chiama sottovoce il popolino.

Un giorno, va a far visita a Edoardo

e al mite « Confessor » dà del cugino,

che gli promette il trono di buon grado,

come suol far con tutto il parentado.

 

Ma, non appena il re va sottoterra,

Godvino, il furbo genero, intrigando,

fa proclamar sovrano d'Inghilterra

il proprio figlio Aroldo. Protestando, .

Guglielmo insorge e gli dichiara guerra,

appoggiato dal monaco Ildebrando:

« Morte ad Aroldo usurpatore! Il re

- grida - quel trono l'ha promesso a me! ».

 

Raduna i suoi baroni il gran Normann,

terre promette lor, soldi, castelli,

donne, gazzose, quello che vorranno;

fabbrica settecento e più vascelli,

e in un autunno rigido, nell'anno

mille e settantasei, sugli Angli imbelli,

senza colpo ferir, piomba diritto:

il generale Nebbia era sconfitto ...

 

XI

GUGLIELMO IL CONQUISTATORE

 

Era sconfitto il generale Autunno,

e fu sconfitto ad Hastings il re Aroldo,

che di fronte a Guglielmo era un alunno:

come stratega, non valeva un soldo.

Guglielmo aveva l'anima di un unno

e d'un poeta: artista e manigoldo,

uno stato fondò, ch'era un prodigio

di forza, di sopruso e di prestigio.

 

Lo seguon cinquemila cavalieri,

a cui promise terre in guiderdone,

per cui confisca i sassoni manieri

disseminati in tutta la regione;

molti, li assegna in feudo ai suoi guerrieri,

ma fa per sé la parte del leone:

se ne tien mille ed, oltre che potente,

diventa ricco smisuratamente.

 

Fa le cose, però, con molto tatto:

in nome della legge. E' assai cortese

e generoso, spende come un matto,

facendo edificar splendide chiese;

sicché il popolo in fondo è soddisfatto

e non fa caso, il grosso del paese,

al mutamento della situazione:

tanto, ubbidir a questo o a quel padrone ...

 

Forte è Guglielmo (non è più «il Bastardo »,

adesso ha il nome di « Conquistatore»),

però, si sentirà vieppiù gagliardo

se disporrà di un gruzzolo maggiore;

per cui congegna, senza alcun riguardo

verso il vassallo e verso il valvassore,

un sistema di tasse ch'è un portento

da fare invidia al nostro Novecento.

 

Deve pagar la tassa ogni villaggio

ch'elegga uno sceriffo a suo piacere;

si consente agli ebrei lo strozzinaggio,

ma il re ci mangia su come un banchiere;

paga il ricco signor d'alto lignaggio,

quando il figlio diventa cavaliere;

paga chi prende moglie (oggi, al contrario,

sfrutta piuttosto i celibi l'erario).

 

Papa Gregorio settimo - Ildebrando ­

aiutò quel normanno intraprendente,

ma vuole, adesso, imporgli il suo comando:

è un santo, sì, ma è pure un prepotente,

e Arrigo quarto, che lo mette al bando,

andrà a Canossa come un penitente;

ma Guglielmo è più accorto ed ha al suo fianco

l'ancor più accorto vescovo Lanfranco.

 

E' un italiano nato in Lombardia,

che ha molto ingegno e che s'è fatto strada;

umile fraticello in Normandia,

sa maneggiar il calice e la spada;

ministro ed arcivescovo via via,

dirige il re tenendolo un po' a bada

lusinga il papa e, furbo di tre cotte,

sa dare un colpo al cerchio, uno alla botte .

 

Accontenta Gregorio ed il sovrano

sulla questione delle investiture

e fa del regno un organismo sano,

preparato alle sue glorie future.

Molto più tardi, invece, un italiano

(saran passati, in età chiare e scure,

molti re, molti eventi e molti papi)

darà a quel regno tanti grattacapi.

 

XII

I FIGLI DEL CONQUISTATORE

 

Guglielmo primo, il grande re normanno,

passò la vita con la lancia in resta,

ma, intelligente ed abile tiranno,

oltre a brillare in clamorose gesta,

con saggezza regnò per ventun anno;

un giorno cadde e si spezzò la testa,

mentre per terra rotolava l'elmo:

così moriva il celebre Guglielmo.

 

Agonizzante, fece testamento:

«Quel mio figlio Roberto è scimunito

ma gli assegno il ducato e stia contento! »

Lasciò il regno a Guglielmo, il preferito,

e al terzo figlio Enrico un po' d'argento;

poi tacque e chiuse gli occhi: era finito!

Il corpo - uno storiografo dichiara - ­

si gonfiò tanto che spaccò la bara.

 

Guglielmo il Rosso (il viso rubicondo

gli è valso quel nomignolo un po' strano)

dei figli di Guglielmo era il secondo,

e anch'egli sarà un abile sovrano;

ma, volgare manesco trucibondo,

detesta i preti e il viver cristiano,

ama il denaro, mangia ch'è un piacere,

spesso bestemmia come un carrettiere.

 

Sotto il suo regno, Pietro l'Eremita,

che in Terrasanta fu: - manco li cani,

- grida piangendo in pubblico - che vita

fan lì quegli infelici cristiani!

E per borghi e città le turbe incìta

ad arruolarsi contro i mussulmani.

Commossi da quell'umile eloquenza,

prenci e vassalli partono d'urgenza.

 

Roberto, indebitato fino all'osso,

anch'ei s'unisce alla Crociata pia,

dopo che dà il Ducato al furbo Rosso,

per diecimila marchi, in garanzia.

Quest'ultimo, però, poco commosso,

non un soldato in Terrasanta invia,

e proclama così: «Se il mondo è matto,

pei begli occhi dei preti io non mi batto! ».

 

Morto Lanfranco, il cupido Guglielmo

lascia vacante rarcivescovado:

le teste con la mitria e senza l'elmo

- egli dichiara - non gli vanno a grado;

ma un dì s'ammala e al santo prete Anselmo,

condottogli dinanzi, suo malgrado,

dà il pastorale con celata furia:

perde le ricche entrate della Curia!

 

Italiano anche lui (nacque ad Aosta),

Anselmo non ha peli sulla lingua:

la Chiesa - grida al re - non è disposta

a far che in Anglia il poter suo s'estingua;

e giunge a dargli della faccia tosta

che coi beni dei vescovi s'impingua ...

Deve fuggir, ma il sire, all'impensata,

è ucciso da una freccia... ammaestrata.

 

Enrico, allora, i suoi diritti vanta

contro Roberto, il suo maggior fratello,

che ancor sta combattendo in Terrasanta:

prima che il morto re sia nell'avello,

corre al Palazzo ed il tesoro agguanta,

promette a chi una terra, a chi un castello,

per cui riesce a farsi incoronare,

ciò che in quei tempi ancora era un affare


XIII

ENRICO I - L'ANARCHIA

 

Incoronato re nel mille e cento,

Enrico primo intelligente e astuto,

mercè una «Carta» (ossia promesse al vento),

è accolto a Londra come il benvenuto;

perché il popolo, poi, sia più contento,

sposa un'inglese; energico e avveduto,

scalza i baroni, toglie alcune tasse

e suscita il delirio delle masse.

 

A gonfie vele tutto ormai procede,

fin quando un naufragio, una mattina,

gli muore il figlio, il giovinetto erede;

non ha che una figlia anche bruttina:

Matilde;ed egli ai suoi baroni chiede

chiede ubbidiscano a lei come regina.

Ma morto il sire, un grido intorno s'alza:

le donne stiano in casa a far la calza!

 

I baroni, sfogando il proprio fiele,

offrono il trono a un giovane signore,

Stefano diploi,nato da Adele,

ch'era la figlia del Conquistatore.

La pia Malilde, allor, spiega le vele

Col iglio Enrico, vinta dal terrore,

e scampa nei suoi feudi in Normandia.

La canaglia si sfrena:è l'anarchia!

 

 

Londra diventa, un libero «comune »;

le bande armate dei baroni insorti,

intesi ad usurpar le altrui fortune,

trasforman rocche e feudi in piazzeforti;

forse, mai tanto lavorò la fune,

come in quel tempo, in quelle orrende corti,

dove impiccar la gente a testa sotto

fu il passatempo d'ogni signorotto.

 

Gl'inermi, i vinti, gli umili, avviliti,

lasciando in massa le città indifese,

vanno nei boschi e fanno gli eremiti,

mentre i baroni, non badando a spese,

dopo i saccheggi ignobili, contriti,

-non fanno che innalzar chiese su chiese,

certi che Dio, contento dell'affare,

l'anime loro non vorrà dannare ...

 

La regina Matilde era sposata

con Goffredo d'Angiò Plantageneto:

è questa una terribile casata,

c'ha nel suo sangue il tossico e l'aceto;

famiglia prepotente e strampalata,

ha col demonio un vincolo segreto;

così maligna il popolo e la teme ...

Il figlio di Matilde è di quel seme.

 

Quest'uomo ha, mezza Francia ai suoi servigi,

è ardito, colto, intelligente, adora

le belle donne; e un dì, giunto a Parigi

dai suoi dominii, non ventenne ancora,

per far atto d'omaggio a re Luigi,

ruba a questi la moglie: un'Eleonora

(fin da quei tempi, principi e borghesi,

sempre così quei poveri francesi!).

 

Mediante l'intervento della Chiesa,

Stefano di Blois, fiacco e incapace,

stanco di governar, firma un'intesa:

s'associa al trono quel ragazzo audace,

che, morto il re, s'accinge a un'ardua impresa:

ridar d'urgenza l'ordine e la pace

a quel paese, in mano da vent'anni

a grossi, medii e piccoli tiranni.

 

XIV

ENRICO PLANTAGENETO - TOMMASO BECKET

 

Con questo nuovo re, capiscon tutti

- ch'è giunta l'ora di filar diritti.

Quei castelli sian subito distrutti,

dove avvenivan già tanti delitti!

Sian impiccati i ladri e i farabutti,

ed i baroni stiano bravi e zitti:

ricordino anche lor che c'è la forca

per chi un capello a un cittadino torca!

 

Ce n'è per tutti: Enrico, immantinenti,

le corti di giustizia ha inaugurate,

con pene, pei delitti e i tradimenti,

che vanno dalla morte alle vergate.

Le donne linguacciute e maldicenti

sono appese a una pertica e tuffate

per quattro o cinque volte in uno stagno

(mentre i mariti gridano: «Buon bagno! ».

 

I ladri, per lo più, son mutilati;

son condannati a morte gli assassini.

Giran pel regno giudici togati,

che son dei veri e propri pellegrini;

l'arbitraria giustizia dei privati

non più imperversa, e i bravi cittadini

vivon tranquilli all'ombra della legge,

ch'è un po' balzana, sì, ma li protegge.

 

Nella sua corte il re, fine e sapiente,

si circonda d'artisti e d'eruditi,

nonché ... d'amanti: vecchio impenitente,

un campionario n'ha fra i più assortiti.

E poi, va molto spesso in continente,

sia per la cura dei suoi feudi avi ti,

sia per l'amor che porta alle francesi,

che son molto leggiadre e assai cortesi.

 

S'avventura pei lidi più lontani

e per regioni impervie e sconosciute;

ed oltre ai suoi cavalli ed ai suoi cani,

(ama la compagnia, non si discute)

astrologhi, dottori, cortigiani,

buffoni, lavandaie, prostitute,

osti, mercanti ed altri personaggi

seguono sempre il re nei suoi viaggi.

 

Intanto, l'arcivescovo Teobaldo,

a cui sembra, quel re, molto avventato

con la sua mente accesa e il sangue caldo,

gli mette a fianco un suo raccomandato,

un giovane normanno, un po' spavaldo,

ma onesto, intelligente, equilibrato,

che, con un attributo un po' generico,

faceva all'arcivescovo da chierico.

 

E piace al re quell'uomo un po' mondano,

buon cacciatore, esperto cavaliere:

è tal Tommaso Becket. Il sovrano

finì col nominarlo Cancelliere;

poi, morto l'arcivescovo decano,

senza a nessuno chiedere il parere

e agendo di sua propria iniziativa,

il seggio di Cantèrbury gli offriva.

 

« Bene », Tommaso, allor dice ad Enrico:

«non crediate, però, d'approfittare,

dando un simile posto a un vostro amico,

per disporre di lui come vi pare,

perché, quale arcivescovo, vi dico

che più che il trono servirò l'altare ».

E diviene un asceta e un penitente,

umile, austero, pio, ma intransigente.

 

XV

FINE DI ENRICO PLANTAGENETO

RICCARDO CUOR DI LEONE

GIOVANNI SENZA TERRA

 

Il re non vuol che il papa, in nessun caso,

abbia più in Anglia alcuna inframmettenza;

ma il severo arcivescovo Tommaso

è ligio a Roma, è tutto intransigenza

e fa saltare al re la mosca al naso:

un giorno, con sacrilega incoscienza,

quattro baroni a colpi di pugnale

lo uccidon nella stessa cattedrale.

 

L'empio delitto suscita lo sdegno

universale: in pio pellegrinaggio,

da tutti quanti gli angoli del regno

accorrono i fedeli a fare omaggio

alla tomba del martire. Ritegno

non han più alcuno, fattisi coraggio,

i nemici del re, ch'ora alla lesta

escon dall'ombra e chiedon la sua testa.

 

E fra i nemici suoi, pronti a marciare,

sono gli stessi figli, immansueti,

malvagi. Che genìa! Niente da fare:

tutti quanti così, principi o preti,

di padre in figlio, l'odio familiare

ce l'han nel sangue quei Plantageneti!

Fin la moglie Eleonora d'Aquitania

è avvelenata dalla stessa insania.

 

Enrico, ch'era in Francia, in fretta e furia

torna a Londra senz'armi e senza armati;

chiede perdono al papa d'ogni ingiuria,

va a Canterbury a piedi, a quegli abati

restituisce i beni della Curia,

si fa frustare da settanta frati,

per cui l'applaude il popolo commosso;

ma non gli giova: il suo prestigio è scosso.

 

Torna in Francia a combattere. Costretto

a fuggire da Mans, fra i suoi nemici

scopre Giovanni, il figlio prediletto,

a capo delle truppe inseguitrici.

- Plantageneti, seme maledetto! -

­grida, ed in braccio ai pochi ultimi amici

piega la stanca testa incanutita,

maledicendo gli uomini e la vita.

 

E' chiamato a succedergli Riccardo,

traditore anche lui: «cuor di leone»

è battagliero, intrepido, gagliardo,

avventuroso, sì, ma un po' cialtrone:

fa il poeta, il crociato, il pappalardo,

tutto tranne che il re; gran fatalone,

nel cuore delle donne ama far breccia ...

Morirà in Francia, ucciso da una freccia.

 

L'altro fratello, il perfido Giovanni,

detto poi «Senza Terra », è un farabutto:

salito al trono, liquida in pochi anni

ciò che il padre abilissimo ha costrutto.

Il Papa lo scomunica, i Normanni,

e vescovi e baroni, e il popol tutto,

inveleniti insorgon contro lui,

«a Dio spiacente ed ai nemici sui».

 

Inutilmente, non badando a spese,

milizie mercenarie egli raduna:

istigato dal papa, il re francese

gli toglie le sue terre ad una ad una.

Alla notizia, giubila il paese:

a volte, una sconfitta è una fortuna

(ne san qualcosa pure gl'Italiani,

ch'ai vincitori ancor batton le mani).

 

XVI

IL SECOLO TREDICESIMO
LA MAGNA CHARTA
ORIGINI DEL PARLAMENTO

 

Tornato in Inghilterra, il re sconfitto

viene fischiato ignominiosamente:

finché un re vince, è logico, ha il diritto

di fare il capriccioso e il prepotente;

quando perde, però, deve star zitto:

ci tiene al posto? E allor sia compiacente:

o si pieghi a firmar la «Magna Charta »,

ch'è uno statuto in do minore, o parta!

 

Giovanni, ormai ridotto ad uno straccio,

sa che, firmando quella pergamena,

non può più fare il proprio 'comodaccio,

ma inutilmente strilla e si dimena:

c'è, dinanzi alla reggia, il popolaccio

che, acclamando i baroni, urla e si sfrena.

Decide allora il re, che non è scemo:

«Per ora firmerò, dopo vedremo ... ».

 

Non crediate, con ciò, che il popolino

sappia che cosa sia quel documento,

fra le altre cose, poi, scritto in latino,

ch'è la lingua ufficiale del duecento,

ma gli han detto così: «Re Giovannino

non metta più balzelli a suo talento,

non muova guerre più, né leggi imparta,

se non lo chiede a noi! Viva la Charta! ».

 

Secondo quella Charta, un comitato

di venticinque membri avoca a sé

il controllo supremo dello stato

ed ogni autorità ... «Povero me!»

Govanni esclama, afflitto e costernato:

«m'han dato venticinque super-re!»

Ma non per questo perde l'appetito:

muore d'indigestione, ipernutrito.

 

La vita, intanto, cresce: è necessario

appilcar nuove tasse, e la corona,

che non ha mezzo di nutrir l'erario,

dallo Statuto sempre più scantona.

Simone di Monfort, gran feudatario,

del re cognato, insorge ed imprigiona

il figlio di Giovanni, Enrico terzo,

che quella Charta aveva preso a scherzo.

 

Simone è un uomo pieno di talento,

un latino geniale: egli ha sentito

che ormai nel mondo (siamo nel duecento

ed il pensiero ha molto progredito)

vivo e vitale s'agita un fermento

nuovo,un bisogno ancora indefinito

di libertà, che gli animi sommuove,

fra un potente sbocciar di forze nuove.

 

Simone di Monfort, rude e gagliardo,

verrà ammazzato, ancor nel fior degli anni,

dal figlio primogenito (Edoardo)

del re deposto. Pur tra gravi affanni,

il Parlamento, invece (è un bel testardo!)

bollato dai più ignobili tiranni,

di farsi seppellir non vuol saperne,

perché risponde a certe leggi eterne.

 

XVII

EDOARDO I E I CELTI

 

Plantageneto indocile e violento,

con nelle vene il caldo sangue avito,

Edoardo, però, fin dal suo avvento,

sente che il dispotismo è ormai finito,

e dà forma concreta al Parlamento,

dal signor di Monfort già concepito:

egli è, difatti, il primo re che aduni

le Camere dei Lords e dei Comuni.

Pur discendendo dal Conquistatore,

il normanno Edoardo è un vero inglese;

uomo di senno e, insieme, di valore,

progetterà le più svariate imprese,

ma ciò che maggiormente gli sta a cuore

è compier l'unità del suo paese

(è un uomo che non scherza e che non ozia),

sottomettendo il Galles e la Scozia.

 

Già da secoli ormai, vivono i Celti

nella Scozia e nel Galles, dietro un « Muro »,

da dove più nessuno li ha divelti:

fra quei monti si sentono al sicuro;

indomiti guerrieri, arcieri scelti,

sono un nemico resistente e duro:

si combatton fra loro in tutti i modi,

ma non voglion gli Inglesi per custodi.

 

Quando Edoardo era soltanto un conte,

voleva imporre lor le usanze inglesi:

tratta la spada, si trovò di fronte

alle frecce dei barbari gallesi,

e il suo antico, progetto andava a monte,

dopo una lotta di parecchi mesi;

ma, divenuto re, pochi anni dopo,

li vince, raggiungendo il proprio scopo.

 

Però, benché la Scozia abbia domato,

lì non riesce a farla da padrone:

invano, conciliante e misurato,

la tratta dapprincipio con le buone;

invano poi, terribile e spietato,

riduce ad un deserto la regione,

perché più lui la vince e più la schiaccia,

più quella si solleva e lo ricaccia.

 

E' del parere, il re, che chi la dura

la vince, e non c'è caso che desista:

presso a morire, chiede (e il figlio giura)

che soltanto ultimata la conquista,

non prima, un'onorata sepoltura

sarà data al suo corpo ... Era ottimista:

ché, se al volere suo davano ascolto.

restava per due secoli insepolto!

 

Ma Edoardo secondo, il suo rampollo,

trova che, in fondo, senza quel possesso

ed anche senza aver sotto controllo

la Scozia, si può vivere lo stesso.

E' un uomo effeminato e un rompicollo:

ama un buffone e fa il buffone anch'esso;

tanto che la regina, insofferente,

si regala un amante ufficialmente.

 

Contro il marito, un giorno, essa capeggia

una rivolta, arresta il tristanzuolo

(che dalle stesse guardie della reggia

viene impalato come un mariuolo)

ed insieme all'amante spadroneggia,

finché il terzo Edoardo, il suo figliuolo,

il drudo di mammà spedisce a Dio

e dice: «Adesso basta: il re son io! ».

 

XVIII

LA GUERRA DEI CENTO ANNI

LA PESTE NERA

 

La situazione, qui, si compromette:

il re, che fin dal tempo dei Normanni

ha feudi in Francia, in testa ora si mette

che la Francia obbedir debba ai Britanni.

E nel milletrecentotrentasette

scoppiò una guerra che durò cent'anni

(epoche, quelle, di ben altro stampo,

in cui non c'era ancor la ... guerra-lampo).

 

Dal canto suo, Filippo, il re di Francia,

vuole le Fiandre, ma l'industria inglese

su quel mercato i suoi prodotti lancia,

specie la lana: l'oro del paese.

I mercanti, che già metton su pancia,

chiedon la guerra, non badando a spese,

e i deputati, unanimi e contenti,

batton le mani e votan gli armamenti.

 

Dai propri agenti apprendono gl'Inglesi,

prima di scatenar quel guazzabuglio,

che i porti in Normandia sono indifesi

e che la Francia, al solito, è in subbuglio.

Con cavalieri e arcieri anglo-gallesi

il re sbarca a La Hougue, il dieci luglio,

invade la provincia e, ovunque passa,

feroce apre macello e fa man bassa.

 

L'Inghilterra è più ricca e meglio armata:

oltre agli arcieri, ad un buon corpo equestre

e ad una flotta ben equipaggiata,

ha molti lanciatori di balestre:

quest'arma dal pontefice è vietata,

pel fatto che, affidata a mani destre,

ammazza un uomo inesorabilmente ...

da cento metri, come fosse niente!

 

Tempi modesti ancora, amici miei,

e dal progresso ancor molto lontani:

adesso i civilissimi europei

s'ammazzan con le bombe e gli aeroplani.

E questo è niente: tali ordigni rei,

che già sembravan tanto disumani,

son diventati una robetta comica,

paragonati con la bomba atomica!..

 

Gl'Inglesi, entusiasmati, vanno avanti,

ma la guerriglia è dura e si trascina.

A Londra, coi profitti esorbitanti,

mentre la gente in Francia va in rovina,

s'impinguan gli armaioli ed i mercanti,

inneggiando alla guerra e alla sterlina.

Ma nel frattempo, nell'Europa intera,

scoppia il flagello della peste nera.

 

Erano tempi poco progrediti,

l'igiene ancor ignota era ai mortali:

per le vie di Parigi e della City

- pensate un po'! - giravano i maiali

(girano ovunque ancor, ma più puliti,

in guanti gialli e lucidi stivali...).

Il contagio divampa: in Inghilterra,

mezzo paese in breve è sottoterra.

 

Privo di braccia il suolo, indi, rimane

e le lor terre vendono i baroni,

che si dànno al commercio delle lane,

visto che sovrabbondano i montoni.

Servono sbocchi in terre più lontane;

perciò, dei mari occorre esser padroni:

ecco, così, se ancor non lo sapeste,

come un impero nasce da una peste!

 

XIX

LA RIVOLTA DEI CONTADINI

 

I Francesi costringon gli invasori

a una guerra lunghissima d'assedio,

sicché gl'Inglesi, dopo tanti allori,

non reggon quasi alla stanchezza e al tedio;

nel sessantuno, i quasi vincitori

accettano una pace di rimedio:

la Francia cede ad Edoardo re

qualche provincia e il porto di Calais.

 

Ma il re si rammolisce: ormai negli anni,

s'innamora d'Alice, una fantesca,

che tiranneggia i poveri Britanni,

corrompe i preti, i deputati adesca,

col figlio ultimogenito Giovanni

del vecchio re, con cui, sfacciata, tresca

(l'erede al trono, principe Edoardo,

morì lasciando un pargolo: Riccardo).

 

Alla morte del vecchio, il re fanciullo

sale sul trono; ma è lo zio che regna,

e fa del Parlamento un suo trastullo,

di disgustare il popolo s'ingegna:

il poter della legge è quasi nullo,

l'arbitrio impera, ed una cricca indegna

di monaci e d'abati s'arricchisce,

mentre il contado ha fame ed intristisce.

 

Un teologo inizia una campagna:

Wycliffe. Ha sulla lingua pochi peli

e bolla quell'ignobile cuccagna,

reclamando il ritorno agli evangeli;

per le provincie della Gran Bretagna

vanno poveri preti, a lui fedeli,

predicando con fede e con costanza

la povertà, la pace e l'uguaglianza:

 

Pei boschi e le foreste, intanto, vaga,

scacciata dalle terre dei signori

per aver chiesta un'adeguata paga,

tutta una turba di lavoratori.

La rivolta fermenta, indi dilaga,

alimentata dagli agitatori:

pace, uguaglianza e libertà per tutti.

E dànno, quelle prediche, i lor frutti.

 

Fra un divampar d'incendi e di funeste

stragi, i castelli invadono gli insorti,

mentre i baroni in mezzo alle foreste

cercano scampo con le loro corti;

a Canterbury, taglian molte teste

d'abati e, sempre più compatti e forti,

giungono infine a Londra, ove il re corre

a rifugiarsi nella fosca torre.

 

Saccheggian la città - Morte ai tiranni! -

roteando le scuri ed i randelli;

incendiano la casa di Giovanni,

sotto gli sguardi dei soldati imbelli.

Da solo, il re, ch'è un bimbo di pochi anni,

affronta allora i beceri ribelli,

che, innanzi a quel coraggio, o a quel candore,

gridano « evviva» al piccolo signore.

 

I ministri dan poi, fra i battimani,

carte di libertà: l'ira plebea

è del tutto ammansita, ed i villani

tornano a casa lor ... Pessima idea:

perché giudici e boia, all'indomani,

da Londra fin nell'ultima contea,

li impiccheranno in massa e,

soddisfatta, la Corte annunzierà:

« Giustizia è fatta ».

 

XX

RIPRESA DELLA GUERRA DEI CENTO ANNI

DINASTIA LANCASTERIANA

 

Quel bimbo, divenuto adolescente,

tratta i Comuni con crudel cipiglio,

tartassa i suoi vassalli ignobilmente,

confisca i beni a suo cugino, il figlio

Giovanni Lancaster, che, furente,

tornato a Londra dopo un breve esiglio,

il re imprigiona ed ordina al suo sarto

un costume regale: è Enrico quarto.

 

Succede a questi il figlio Enrico quinto,

che riprende la guera già sospesa:

vuole il trono di Francia ed è convinto

che sia piuttosto facile l'impresa.

Il popolo , d'altronde, a piè sospinto,

vuole abolire o riformar la Chiesa,

ed al sovrano i vescovi hanno imposto

un diversivo urgente ad ogni costo.

 

Londra è sicura ormai della vittoria,

perché i francesi sono in mezzo ai guai;

il re, che lì presiede alla baldoria,

è Carlo sesto il Pazzo: ora, tu sai

che nei momenti gravi della storia

i pazzi, in Francia, non difettan mai,

sian presidenti o re del vasto impero,

si chiamin Carlo sesto o Laval Piero.

 

L'esercito francese è ben armato,

ma trova innanzi a sè duemila arcieri,

che ad Azincourt ammazzano d'un fiato

ben diecimila e rotti cavalieri.

Quei francesi son prodi, è indubitato,

ma, intanto, passan sempre dispiaceri:

ora gli arcieri, dopo i carri armati,

finiscon quasi sempre liquidati!

 

Parigi al vincitore apre le porte.

Enrico quinto sposa Caterina,

la figlia del re pazzo; una consorte

ch'egli ha impalmato a scopo di rapina:

il patto del coniugio è che, alla morte

di Carlo, vecchio sulla sessantina,

Enrico, appunto, ne sarà l'erede;

ma nella tomba il suocero ei precede.

 

Quel trono dovrà adesso ereditarlo

suo figlio Enrico sesto, un bimbo in culla,

cosicché, morto il Pazzo, al figlio Carlo

non spetterebbe esattamente nulla;

ma, ispirata da Dio, giunge a salvarlo

Giovanna d'Arco, un'umile fanciulla,

che l'armatura dei guerrieri indossa

e conduce i Francesi alla riscossa.

 

Liberata Orléans in un momento,

strappa Parigi ai vincitori inglesi,

che, avuta la fanciulla a tradimento,

la fan morire sui carboni accesi.

Da allora la metà del quattrocento),

visto il prodigio, i poveri Francesi,

entusiasmati, nei più neri giorni,

aspettan sempre che Giovanna torni.

 

(Non è tornata più). Gli Angli, disfatti,

serbano solo il porto di Calais,

e coi Francesi come cani e gatti,

si guarderan per secoli, finché,

nel Novecento, scenderanno a patti

con un'« Intesa» combinata a tre

(Francia, Inghilterra e Russia),

assai cordiale, finita in un massacro universale.

 

XXI

LA GUERRA DELLE DUE ROSE

RICCARDO III TUDOR

 

Contro il debole Enrico (il nipotino

di Lancaster Enrico usurpatore)

si solleva Edoardo, un suo cugino,

duca di York: il giovane signore

sostiene ch'è l'erede più vicino

del re detronizzato: ha del valore

e dell'audacia, mentre Enrico sesto

e un pover'uomo, disgraziato e onesto.

 

(Ogni mattina si recava a messa;

s'occupava di storia e teologia;

sopportava la moglie: una contessa

Margherita d'Angiò, ch'era un'arpia.

Aveva un'aria semplice e dimessa,

e non un soldo: nell'Epifania

del millequattrocentocinquantuno,

per mancanza di sghei, restò digiuno).

 

Edoardo s'accinge alla riscossa:

reclama il trono; ma la gente è stanca:

solo i baroni voglion la sommossa,

perché chi vince più ricchezze abbranca.

E così attorno ad una « rosa rossa »,

stemma d'Enrico, ed alla « rosa bianca»

dei York, a un tratto quella guerra esplose,

che appunto si chiamò delle Due Rose.

 

E' nipote del Pazzo, Enrico sesto,

e un giorno anch'egli perde la ragione:

trova, Edoardo, un ottimo pretesto

per proclamarsi re; ma, un po' cialtrone,

si rende quasi subito indigesto

ed è scalzato dall'opposizione.

Ma, dopo, la rivincita si piglia

e ammazza il re con tutta la famiglia.

 

Questo Edoardo quarto è un re cortese,

di maniere piacenti e birichine,

bello, provvede a tutte le sue spese

offrendo ... baci in cambio di sterline:

le mogli dei mercanti, molto accese,

fanno al giovane re mille moine,

e i mariti, contenti e beccaccioni,

hanno in compenso ambite concessioni.

 

Nell'anno ottantatrè, muore Edoardo,

lasciando due figliuoli. Un suo fratello,

il gobbo e crudelissimo Riccardo,

che aspira anch'egli al trono, apre macello:

uccisili ambedue, senza riguardo,

la gobba copre col regal mantello;

ma non gli giova assai: grave d'affanni

sarà il suo regno e durerà due anni.

 

Quei crimini, negli animi sgomenti,

han provocato un vero raccapriccio.

Nuovi massacri, nuovi tradimenti...

Come por fine al tragico pasticcio?

Resta un Lancaster solo (i suoi parenti

sono morti ammazzati), malaticcio,

sofferente di fegato e di pancia:

Enrico Tudor rifugiato in Francia.

 

E resta una fanciulla, Elisabetta,

figliola d'Edoardo, umile e mite:

sposando i due ragazzi, si progetta

d'aver due rose in una rosa unite.

Enrico sbarca in patria in tutta fretta

e affronta il re, che muore di ferite.

S'uniscon le due rose e i due cugini:

ne verran fuori certi fiorellini...

 

XXII

ENRICO VII

ENRICO VIII E RELATIVE MOGLI

 

Quell'uomo triste, debole e ammalato,

incoronato re, fu un nuovo Giove:

domò i baroni, rinsaldò lo stato

con nuovi ordinamenti e leggi nuove.

Regnò per quindici anni indisturbato

e morì poi nel cinquecentonove;

fu, in fondo, onesto, illuminato e bravo,

ma diede al mondo un cane: Enrico ottavo.

 

Questi conosce il greco ed il latino,

è il gran signore del Rinascimento,

magnifico, crudele e libertino,

non privo di buon gusto e di talento;

ha un piccolo difetto, poverino:

potrebbe avere amanti a piacimento

(ha largo il cuore e largo il portafogli),

ma amanti non ne vuol, vuol delle mogli.

 

Si sposa ancor ventenne, in pompa magna,

con donna Caterina d'Aragona,

figlia di Ferdinando re di Spagna,

vedova del fratello: è una «tardona»

di cui ben presto il coniuge si lagna,

trovando Anna Bolena assai più buona,

tanto più che in cinque anni la spagnuola

non gli ha saputo dar che una figliuola.

 

Egli protesta contro Caterina,

che non fa figli più: vuole un erede!

E' innamorato d'Anna, assai carina,

ed il divorzio al buon Clemente chiede;

ma il papa teme, poi che la regina

è zia di Carlo quinto, onde non cede;

e il re sposa in segreto Anna Bolena,

ch'è da più mesi con la pancia piena.

 

Il papa lo scomunica, ma Enrico

non se la prende e ostenta un umor gaio;

ha un consigliere che gli fa da amico,

già mercante di lana e gualcheraio:

Tommaso Cromwell, avido, impudico,

profittatore, che combina un guaio;

è lui, difatti a provocar: lo scisma,

ch'è per quei tempi un vero cataclisma.

 

Contro Clemente il re disceso in guerra,

proclama la riforma in Parlamento

e, «capo della Chiesa d'Inghilterra »,

impone ai preti il nuovo giuramento;

spoglia i conventi, i suoi nemici atterra,

mozza la testa o brucia a cento a cento,

dopo un processo rapido e sommario,

preti e borghesi di parer contrario.

 

Mentre Cromwell continua, a piè sospinto,

ad ordinar spietate esecuzioni,

papa Clemente scrive a Carlo Quinto

e al re di Francia e chiede le sanzioni.

Non c'era ancor l'allegro labirinto

chiamato «Società delle N azioni»;

ma le sanzioni fin da quell'età,

non han, purtroppo, alcuna serietà!

 

 

Anna Bolena, intanto, è sfortunata:

dà alla luce una bimba, Elisabetta,

mentre il re vuole un maschio, onde ... l'ingrata

è dannata a morir sotto l'accetta.

Impalma il sire un'altra fidanzata:

Gianna Seymour, la quale, poveretta,

fa un figlio, sì, ma muore dopo il parto.

S'impone un nuovo matrimonio: il quarto ...

 

XXIII

FINE DI ENRICO VIII - MARIA TUDOR -

ELISABETTA

 

Cromwell presenta al re la quarta moglie:

Anna di Clève. Il grasso re la osserva,

la trova prima adatta alle sue voglie,

ma poi la scaccia via come una serva.

La carica al ministro, inoltre, toglie,

vinto da un'ira stupida e proterva,

e lo fa giustiziare: «Così impari

a presentar le racchie ad un mio pari! ».

 

E passa a un'altra: una donnina gaia,

tal Caterina Howard. E' un affar serio:

lei pure va a finir sulla mannaia,

colpita da un'accusa d'adulterio!

Adesso Enrico aspira a una massaia

buona ed onesta, piena di criterio:

la trova, il che dimostra che in amore

le donne hanno più ... fegato che cuore!

 

E' Caterina Parr, questa consorte,

che trema di continuo e non ha pace:

non è dal sire condannata a morte,

perché il demonio, alfine, si compiace

di portarselo via. Popolo e corte

ringrazian Dio commossi... Ora, un fugace

accenno al trio: due femmine e un ragazzo,

che sono i figli dell'illustre pazzo.

 

Giovane muore il figlio della bella

Gianna Seymour, e spetta la corona

a Maria Tudor, pallida zitella,

figlia di Caterina D'Aragona:

vive fra i preti in una sua cappella,

cattolica arrabbiata; a lei non suona

un'Inghilterra eretica ed impone

un'immediata e piena conversione.

 

E il popolo borbotta. Il re di Spagna

vuol far della zitella una signora

e le mette un suo figlio alle calcagna:

il bel Filippo, giovanotto ancora.

Per lei, trentasettenne, è una cuccagna:

vede quel bel «gagà », se ne innamora

e sposa lo straniero in un momento,

contro la volontà del Parlamento.

 

Filippo, poi, va via: non lo solletica

quella zitella afflitta e solitaria.

Intollerante, isterica, bisbetica,

essa diventa pazza e sanguinaria,

e gode a far bruciar la gente eretica,

dicendo che la fede è necessaria.

Continuamente, poi, fra gli altri guai,

si crede incinta e non è incinta mai.

 

E sembra che, delusa, ella si sfoghi

a sradicar dei «reprobi» la razza:

a Londra come in Spagna e in altri luoghi,

gli autodafè si celebrano in piazza.

Ma la luce che nasce da quei roghi

non si spegnerà più ... La vecchia pazza

muore da tutti irrisa e maledetta,

lasciando il trono a Lady Elisabetta.

 

E' il cinquecentocinquantotto, quando

la saggia, spiritosa e birichina·

figlia d'Anna Bolena, il ciel