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Da Cesare a Churchill
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PRESENTAZIONE
Raccontatore di personali vicende ed esperienze, barbaramente soffocato da un poeta troppo noto. Ma del primo che cosa si può dire che già non sappiano tutti? Che è sempre scintillante, fluido, spiritoso? Cose vecchie. Per dir tutto basta una sola parola: Cavaliere. (Qui scommetto che se la presentazione dovessi farla tu non potresti rinunziare a questo giuoco di parole: c'era da aspettarselo, dato il nome, che Cavaliere avrebbe finito col fare un poema cavalleresco. Ma io non oso. Anche perché nel caso tuo sarebbe un poema cavalieresco.) Abbracci.
ACHILLE CAMPANILE
I ORIGINI Si dice che nell'èra
paleolitica fosse l'Anglia attaccata al
Continente: sarebbe questa una faccenda
critica, al giorno d'oggi, e assai
compromettente; ma in quell'era tranquilla la
politica non funestava ancor l'umana
gente, e ancor s'accontentava, il
mondo gretto, d'uno «spazio vitale» assai
ristretto. Comunque, anche se vera,
quella tesi si riferisce a tempi assai
lontani; io so che, per fortuna
(degl'Inglesi, s'intende, e per disgrazia dei
Germani), dacché i fatti del mondo son
palesi e controllati dai vivi occhi
umani, è l'Inghilterra un'isola: ma
spesso d'essere invasa le toccò lo
stesso. A quanto afferma una persona
seria, alla fine dell'epoca glaciale v'approdò prima una tribù
d'Iberia, che arditamente attraversò il
Canale e in quell'isola, ancor nuda e
in miseria, condusse il bue, la pecora e
il maiale, tre bestie che nel nostro
Continente eran diffuse già discretamente. Fu cinque o seicent'anni
avanti Cristo che dalla Gallia, poi,
giunsero i Celti, mangiatori di porco, e in modo
tristo gl'Iberici di là furon
divelti. Quei Celtii - informa Cesare,
che ha visto - eran uomini audaci, agili e
svelti, che vivevan di pesca e di
rapine e avevan delle usanze
peregrine. Se taluno di lor veniva al
mondo con brune chiome, ritenuto
estraneo (figlio, chi sa, di qualche
vagabondo giunto lassù dal Mar
Mediterraneo), tingersi il pèl doveva in
rosso o in biondo con le carote o qualche
succedaneo (poiché in quei tempi l'acqua
ossigenata, probabilmente, ancor non era
nata). Per mezzo d'indelebili
misture, note soltanto ad iniziati
saggi, s'imbiancavan la pelle, ch'era
pure segnata dai più strani
tatuaggi; e quando, con la spada e con
la scure, sbarcarono i Romani in quei
paraggi e quei buffi pupazzi ebbero
vinti, li chiamarono Picti, ossia «dipinti ». Pian piano, poi, nei secoli
seguenti smisero anch'essi l'uso del
colore e, in generale, i loro
discendenti non si dipingon più (non le
signore: chè queste, in tutti i cinque
continenti, come sapete, siano bionde o
more, amano ancora in quest'età
felice darsi sul volto un palmo di
vernice) Erano i Druidi i loro
sacerdoti e praticavan sacrifici umani; ma in questo i modernissimi
nipoti, non feticisti più, bensì
anglicani, per quanto ad altri iddii
siano devoti, imitan tuttavia gli avi lontani, sacrificando nelle loro guerre Indi, Africani e genti d'altre
terre. II L'ARRIVO DI CESARE Mentre Cesare in Gallia si
guadagna o sottomette le tribù ribelli con una memorabile, campagna, ai Belgi e ad altri popoli
fratelli mandano aiuti i Celti di
Bretagna, provocando in tal modo il casus
belli, poichè Roma non tollera,
indignata, che la neutralità venga
violata. Dare ai Celti un castigo e
metter piede su quelle terre nordiche:
lontano favoleggiato mondo, ove si
crede. vi sian perle e tesori a tutto
spiano ... Non ci ripensa su, tempo non
chiede, chè non sa indugi il
condottier romano; con due legioni di soldati
scelti, si mette in mare e muove
contro i Celti. L'estate andava ormai verso la fine e le giornate diventavan corte; le maree dell'autunno eran vicine, il «generale» Nebbia era alle porte; se ancor non esistevano le mine, la borea c'era, che soffiava forte; ma, nonostante il vento e le maree, giungono a Dover cento e più galee. Il popolo dei Celti aveva avuto da tempo già sentore dell'impresa e, offerto invano a Cesare un tributo, s'accinge disperato alla difesa. Qualche mercante gallico, avveduto, consiglia ai capi subito la resa, ma, sospettato d'essere al comando della quinta colonna, è messo al bando. Scendono a riva i Celti battaglieri con quattromila e cinquecento traini. I Romani, benché senza genieri e ingombrati dall'armi e dagli zaini, raggiungono (protetti dagli arcieri delle gale e) la costa. E, come daini, i Celti se la filano: scomparsi! I (Non è ancor nato il termine «sganciarsi »). Cesare avanza. I traini dei nemici si sottraggon veloci alla battaglia, nei pochi borghi grami ed infelici bruciando le casupole di paglia. I Romani si nutron di radici, mancan di alloggi, il freddo li attanaglia. E dov'é l'oro in quell'ingrata terra? (Non c'era ancor la Banca d'Inghilterra ... ) Cesare ai capi, allor, mandò messaggi, con cui la pace a buon mercato offriva; si recò poi nell'est e in quei paraggi minutamente ispezionò la riva; indi, in Gallia tornò con doni e ostaggi da quella spedizione informativa, fra sé, però, dicendo a quei signori: «Ci rivedremo alla stagion dei fiori... ». Tornò con un'armata assai più grossa, sei mesi dopo, di Romani e Galli, mostrando, senza gru, come si possa sbarcar con catapulte, armi e cavalli, mentre le tribù celte alla riscossa discendono dai borghi e dalle valli, e, rinunciando ad ogni interna bega, dànno il comando a un unico stratega. III LA
CONQUISTA ROMANA Egli è Cassivellàuno: ardito e forte, domina i capi e se li rende ligi; poi sprona i Celti ad affrontar la morte schierandosi a difesa oltre il Tamigi. Cesare, intanto, con manovre accorte tra i capi stessi provoca litigi, cosicché il blocco, prossimo al cimento, non sembra dare troppo affidamento. Cassivellàuno batte in
ritirata, né annunzia una vittoria ogni
quattr'ore, poiché la radio ancor non era
nata, benché già la bugia fosse in
onore; quando vede, però, la
malparata, si decide a trattar col
vincitore, che con parola semplice e
concisa al dipinto guerrier parla in
tal guisa: « Cassivellàuno, ho sottomesso
i Galli, di te più forti: con le mie
legioni, montate su magnifici cavalli, presto farei di te pochi
bocconi. lo non t'impongo nulla: i tuoi vassalli vogliono ancor dipingersi?
Padroni! Però, disarma, al popolo
romano paga un tributo, ed eccoti la
mano! ». Cesare, accanto al barbaro
tapino, era il leone che minaccia il
topo; ma, ricco già di gloria e di
bottino, tornar subito a Roma era il
suo scopo. Cassivellàuno, che capì il
latino, si sottomise. (Duemil'anni
dopo, Churchill invece, molto più
ostinato, non vorrà sottomettersi.
Peccato!). Sfilano in Roma, a perdita di
vista, Celti in catene, in lenta
processione. Deluso, tuttavia: « Magra
conquista!» esclama l'avvocato Cicerone. «Fra questi schiavi, non un
musicista, non un atleta, ahimé, .non un
buffone! » (Strano, perché buffoni, un
po' più tardi, ve ne saran pur lì, tosti e
gagliardi.). Ma i «partigiani », nelle
terre annesse, non fan che organizzar rivolte
armate; di tutte le regioni
sottomesse, è 1'Anglia fra le meno
rassegnate: lungi dal mantener le sue
promesse, non vuoI pagare più, nemmeno a
rate, mentre il Senato, ognor più
risoluto, chiede che i Celti paghino il
tributo. E Claudio imperator, dopo anni
molti, cinquantamila fanti e
cavalieri sul Tamigi mandò: furono
accolti da spaventose torme di
guerrieri, fra cui le donne, coi capelli
sciolti, cacciavan urli ed agitavan
ceri, e i sacerdoti, in mezzo al
tramestio, alzavan preci a qualche strano
dio. Chi può descriver la
carneficina che ne seguiva? A farvene
un'idea, vi basti dir che lungo la
marina rosse eran l'acque! E in
tragica odissea gli ultimi Celti (morta la
regina che li guidava, a nome
Boadicea) cedendo agli invasori, a
perdifiato scampaion verso il Galles
desolato. IV IL DOMINIO DI ROMA Con la solita sua
magnificenza, vi costruiva il vincitor
romano strade, ponti, acquedotti in
tutta urgenza, nonché vaste città: sappia il
profano che quel barbaro chester, desinenza di varie città inglesi, un dì
lontano, era il latino castra (accampamento), storpiato poi dall'Anglo a suo
talento. Nasce Londinium con l'immenso porto; sorgon palazzi sulla nuda
rena, con bagno, acqua corrente,
ogni conforto (gl'Inglesi aggiungeranno ...
la catena); e ponti enormi: il Tower
Bridge è sorto su quello antico, senza alcuna
pena. C'è una pietra romana in ogni
buca scavata dalle bombe degli
«Stuka ». In tutte le città,
rapidamente, sorgono il tempio, il foro e,
soprattutto; le terme: acqua e sapone (è
sorprendente, ma un celta, dopo il bagno, è
meno brutto). E fin d'allora quella strana
gente, a cui la civiltà dava un
costrutto, aveva, senza alcuna
tracotanza, un'aria di buon gusto e
d'eleganza. Con molto tatto, Roma a sé
guadagna le celtiche tribù fiere e
scontrose; vengon create in tutta la
Bretagna colonie idroterapiche famose, e pei ricchi Romani è una
cuccagna, trascorrere lassù le estati
afose: Bath (Aquae Sulis), che
Marziale loda, nel secolo secondo era alla
moda. Le celte indossan già come
conviene manti romani e «palle)}
civettuole: Agricola pro console sostiene che son delle simpatiche
figliole. E i veterani se la passan
bene, benché di rado vi si veda il
sole, e nebbia e pioggia siano
abituali, pur non ancor promosse...
generali. Ma, se nel Sud e al centro gli
abitanti divengono romani, ossia
civili, vivon nel Nord i Pitti ed i
Briganti, che ad ogni civiltà mostransi
ostili: soprattutto questi ultimi,
furfanti, scendon dai monti e predano
gli ovili (molti d'essi, più tardi, al
Sud e al Nord, riceveranno il titolo di lord). Ragion per cui, nell'anno
centoventi, Elio Adriano, che in quel
tempo impera, va in persona lassù, con forze
ingenti, per liquidar quei musi da
galera; ma troppo impervio è il luogo,
e immantinenti egli alza un vallo, lungo la
frontiera, che alle antiche razzie chiude
ogni strada, tenendo i Pitti ed i Briganti
a bada. Fu lui che di galere e di
vascelli volle sul mare una potente
flotta, e in terra, contro i Barbari
ribelli, lungo tutti i confini,
ininterrotta una linea di forti e di
castelli, che dopo ben tre secoli di
lotta, non dopo un mese al massimo
crollò (come farà la linea Maginot!). V FINE DELL'INGHILTERRA ROMANA Già fin dal terzo secolo, il
flagello d'una crisi economica e
sociale, che al grande impero scaverà
l'avello, imperversa sul mondo: è
naturale, il mondo, dopo tutto, è sempre
quello, e la famosa crisi universale, per la qual così vivo oggi è
il lamento, non l'ha inventata il nostro
Novecento. Ma la Bretagna è un'isola:
essa vive dei suoi commerci; i Barbari
predoni non possono approdar su quelle
rive, per cui la pace regna, e le
legioni rimangon per due secoli
inattive, i soldati diventano coloni ed emulan gl'indigeni,
entusiasti (se non dei cinque ancor) dei
quattro pasti. Dalla lontana
Partica alla Spagna, sorge dovunque qualche
usurpatore; persino le legioni di
Bretagna, che motivi non han di
malumore, perché più grande ancor sia la
cuccagna, han proclamato
un loro imperatore: il generale
Massimo, che intende marciar su
Roma e lì piantar le tende. Bravo stratega, ardito e
intraprendente, lascia poche coorti lungo il
Vallo, parte e sconfigge
clamorosamente l'imperator Graziano in suolo
gallo; ma lo doma, accorrendo da
Orïente, l'imperator Teodosio e a quel
vassallo ribelle e usurpator taglia la
testa, dov'era nata quell'idea
funesta. Grande è il massacro: non una
legione, non un soldato dall'impresa
insana torna in Bretagna; e quando
Stilicone, ultimo eroe di Roma, in sovrumana difesa contro i Vandali
s'oppone e chiede aiuti all'isola
romana, dalle remote abbandonate
sponde neppur l'eco,ahimé,più gli
risponde! I Pitti, che il fattacio hanno
saputo, pù non temendo chi li fermi e sgomini, varcano il Vallo; un capo
inavveduto (siamo nell'anno quattrocento
Domini) fa venir gli Angli e i Sassoni
in aiuto dal continente: fior di
galantuomini, trovan costoro il luogo molto
bello e contro gli assuntori apron
macello. Dando l'esempio ai tardi
pronipoti, che un dì predando correranno
i mari, devastan tutto, come fanno i
Goti, brucian città, villaggi e
casolari; traggon le donne schiave, e i
sacerdoti son trucidati innanzi ai loro
altari: pochi fuggiaschi scampan
nell'Irlanda, che ancora all'invasor moccoli
manda. Più tardi, il santo vescovo
Germano chiama a raccolta i «figli di
Gesù », sconfiggendo gl'intrusi; anche
un sovrano celta, nel sesto secolo, re
Artù, dà loro alcune nespole, ma
invano: Sassoni ed Angli non andran
via più. Poi, di sloggiarli spererà
qualcuno ... nel millenovecentoquarantuno. VI GLI ANGELI E I SASSONI Capelli color biondo-maionese, occhi turchini, stomachi
voraci; agili per lo più (le Pance
obese verranno dopo), indomiti,
predaci, vendicativi, nelle loro
imprese freddamente metodici e tenaci: tali eran gli Angli e i
Sassoni fioccati su quelle rive, e tali son
restati. Le donne di
quei Barbari crudeli son miti, invece, sottomesse,
caste, ottime mogli,
al coniuge fedeli; ma è chiaro che così non son
rimaste (non lì soltanto:sotto
tutti i cieli; perché se
già da voi non lo notaste, qual che
ne sia la tinta o la favella, la razza delle donne è sempre
quella). Nei sassoni e negli Angli,
alla costanza e ad altre qualità (scrive un cronista) s'aggiunge una
più grande rinomanza, che altrove sembra ormai più
non esista: è la temerità; poca importanza danno alla
vita, han sete di conquista, aman la guerra, (adesso, assai
più scaltri, la guerra,invece,la fan fare
agli altri). Provenienti dall'algido
squallore, dal deserto stupor delle natie steppe, portan quei nomadi nel
cuore l'arcano senso delle eterne
vie; ogni guerriero è insieme un
sognatore delle malate accese fantasie; e un giorno nasceran da quei
guerrieri sommi poeti e grandi
avventurieri. invasa la
Bretagna ormai deserta, brucian dei Celti e dei Romani
invisi are palazzi e, sotto una coperta ruvida,a costo di pigliar la
tisi, preferiscon dormire all'aria
aperta, temendo l'ombre dei nemici
uccisi. Bevono, prima
d'affrontar dei rischi, misture forti (poi berranno il
whisky), Son ben organizzati fin da
allora; ogni tribù che approda ha un
proprio re; vi son sei regni nel seicento
ancora, nel settecento ne rimangon
tre; nell'ottocento (e a Londra ha
sua dimora) v'è un solo re britannico,
finché, in tutto il mondo, se il
progresso fila, non vi saran più re ... verso
il Duemila. Secondo un'antichissima
struttura, il regno suddividesi in
contee, c'è un Consiglio dei Saggi che
si cura, generalmente in pubbliche
assemblee, della giustizia: una giustizia
dura, amministrata in base a poche
idee: alla persona in un reato
incorsa tagliar la testa o,
taglieggiar la borsa. A ognuno è attribuito un suo
valore: cento scellini o più,
comunemente; e, s'egli è ucciso, il barbaro
uccisore è tenuto a pagar
l'equivalente. Ma il più punito, il crimine
peggiore è la rapina armata: è
sorprendente! Io non mi spiego simili
pretese: tante colonie, allor, come le
han prese? VII LA
CONVERSIONE AL CRISTIANESIMO Giunti in Bretagna,
i Barbari devoti innalzan nuovi
templi ai propri numi; ma questi han sempre meno
sacerdoti: legati ai patri boschi, ai
patrii fiumi, ora,in quei lidi incogniti e
remoti (altri aspetti,altri tipi,
altri costumi) si sentono in esilio...Amici miei, han le loro tristezze anche
gli dei! Son bravi iddii,ch'esaltano il dovere e per gli onesti e i buoni han dei riguardi: le pieValchirie,
alate messaggere, portano in cielo
i morti eroi gagliardi, mentre il dio Thor, severo
giustiziere, colpisce i traditori ed i
bugiardi ( sembra che questi invece al giorno d'oggi, trovin presso gli dei potenti appoggi...). Già San Patrizio
aveva convertiti i Celti della Scozia e dell'Irlanda: c'erano già dei monaci eruditi, specializzati nella
propaganda; e,visitando i più lontani
siti, la nuda terra avendo per
locanda davan tutto che avevano ai
pezzenti, meravigliando quelle avare
genti. A Roma, un gran pontefice, frattanto, s'asside sulla cattedra di Piero: è San Gregorio Magno, il quale accanto ha uomini di fede e di pensiero, e sa che Roma ancor, pur senza il manto del prodigioso e sterminato impero, farà sentir la sua possente voce non con la spada più, ma con la croce. Gregorio, un giorno, sceso dal suo trono, girando pel mercato degli schiavi, vede dei biondi giovani: « Chi sono?» chiede. « Degli Angli ». « Candidi,
soavi, non Angli, angeli» dice... (O santo, o buono papa Gregorio, forse, esageravi!) E vuole che quel popolo superbo sia convertito anch'esso al santo Verbo. Spedisce in Anglia il vescovo Agostino, accompagnato da quaranta frati, che compunti si mettono in cammino, sospirando così: « Siamo spacciati!». Ma ancor ha tale un fascino divino il gran nome di Roma, che i mitrati ambasciatori sono,in Gran Bretagna, dal re del Kent accolti in pompa magna. Padre Agostino scrive al papa e dice come sono quegli uomini: robusti, rozzi, talvolta duri di cervice, tuttavia non sleali e non ingiusti; strani costumi: il vedovo infelice sposa la propria suocera (che gusti!). E in quella stessa lettera conclude che ha convertita quella gente rude. Ribelli,tuttavia, gli dan pensiero I preti celti, ai quali il papa è inviso; ma quando spiega, il missionario austero, a quella gente di diverso avviso, che il papa in terra è il successor di Piero e che le chiavi ha lui del paradiso, dove ricchezze trovansi ed alcolici, s'affrettan tutti a diventar cattolici. VIII LE INVASIONI DANESI - RE ALFREDO Nel settecentosessantasette,in maggio, s'aveva in Inghilterra il primo avviso: tre navi, con a bordo un equipaggio di trecento guerrieri, all'improvviso, approdan sulla
costa, in un villaggio; Il capo va a riceverli ed è ucciso. Una spietata rapida razzia, e i tre vascelli se ne tornan via. Dopo qualche anno, sempre più frequenti diventan quelle facili
incursioni: di tanto in tanto, armati fino ai denti, sbarcano in Anglia barbari predoni, saccheggiano i castelli ed i conventi, massacraan servi, monaci e baroni. Terrorizzati, inermi e disuniti, gli Angli non
san far fronte a quegli arditi. Chi san costoro? Sono dei «pagani », abitatori di un'oscura terra: il «paese dei ladri », ossia dei «Dani », situato di fronte all'Inghilterra. Son prodi e astuti, forti e disumani, aman la pesca ed amano la guerra; e dalla Scozia alla lontana Irlanda piovon le busse come Dio le manda. A poco a poco cresce l'importanza delle flotte nemiche, e i cittadini aumentan sempre più la vigilanza lungo le coste, s'armano d'uncini, di picche, d'alabarde: han la speranza di ricacciar così quegli assassini. Il bravo Alfredo, re da circa un anno, conia il motto fatal: «Non passeranno ». E' un re che da natura ha avuto in dono la saggezza, l'audacia ed il talento: scrive libri, fa leggi, è onesto e buono (per un sovrano è un vero avvenimento!). Ma, dopo un anno ch'egli è asceso al trono, cade il suo regno in preda allo sgomento: quei masnadieri approdano in Irlanda, guidati da un feroce capobanda. E' il danese Guthrùn, che i suoi pirati conduce quindi in Anglia e, risoluto, in breve ne conquista i sette stati, movendo contro il Wessex; senza aiuto, Alfredo, sospirando: «Son passati! », per ottener la pace offre un tributo. Ma l'appetito, ahimé, viene mangiando: Guthrùn accetta e poi risnuda il brando. Cerca rifugio il re su un isolotto, fra le ingrate paludi e la boscaglia, dove,però, lavora sotto sotto alla riscossa: è il sogno che l'abbaglia Dopo un inverno, il bravo giovinotto Torna nel regno, incuora alla battaglia Le truppe male armate e
poco esperte, e sconfigge i
Danesi; e li converte. Certo,un gran capo ha pur tanta importanza, giovando con l'esempio incitatore; comunque, gli Angli, in quella circostanza, si dimostraron gente di valore, battendosi con fede e con costanza, invee di trescar col vincitore, come ,seguendo i loro corifei, faran molto
più in là, certi europei. X DA RE ALFREDO A RE CANUTO Alfredo fu un magnifico sovrano e diede agli Angli un saggio ordinamento. Fra i successori suoi, fu re Atelstano che l'opra condusse a compimento e tutta l'Inghilterra ebbe in sua mano ma verso la metà del novecento (il novecento è un secolo fatale) le cose nuovamente andaron male. Nel corso di quel secolo, i pirati riprendono i viaggi d'avventura; giungon prima, qua e là, pochi isolati, dopo arriva un'armata addirittura: fiacco e incapace, contro quei dannati, re Etelredo, ubbidendo alla paura, ai quattrini ricorre anziché all'armi, spendendo molto male i suoi risparmi. Incoraggiati, i perfidi Danesi ritornano alla carica, ed Edmondo, figliuolo d'Etelredo, in pochi mesi perde il regno e la vita. Tremebondo, il Consiglio dei Saggi londinesi dà lo scettro a Canuto (invece, è biondo): della flotta nemica egli è navarca e fratello del re di Danimarca. E' come se, nell'ultimo conflitto, il governo di Londra ad un tedesco avesse offerto il trono! ... Or quell'editto, che a prima vista può sembrar grottesco, fu un bene per il popolo sconfitto: perché quell'uomo energico e manesco, sovrano imposto ad una inerme folla, diventa inglese fino alle midolla. E' un bel ragazzo, con barbetta a punta, che conterà sì e no ventiquattr'anni, ma è molto astuto e, la corona assunta, ai cittadini risarcisce i danni; ha pure un bello stomaco, per giunta, se, per riuscir simpatico ai Britanni, prende in moglie, lui giovane com'é, la vecchia madre del defunto re. Sovrano fra i più saggi ed i migliori, per quanto un po' crudele e autoritario, fondendo insieme i vinti e i vincitori, si mostra giusto più del necessario; condanna a morte tutti quei signori c'hanno tradito Edmondo, il suo avversario: «Come potrei fidarmi d'un soldato Che ha tradito il suo re? Venga impiccato! ». Licenzia, inoltre, il grosso della flotta, non tenendo per sè che poche navi; premia tutti color che nella lotta contro i suoi sgherri si mostraron bravi; apprende, approva e per se stesso adotta le leggi che gl'Inglesi ebber dagli avi; si fa cristiano e tutti i giorni al Duomo va a sentir messa: insomma è un galantuomo. Per umiltà non porta la corona, né vuol più servi; la sua mensa è parca; sicché il paese, là dove il yes suona, porta alle stelle il giovane monarca. Ma il bellico furor non l'abbandona e divenuto re di Danimarca, conquista la Norvegia: è uno straniero che dà agli inglesi il gusto dell'impero. X EDOARDO IL
CONFESSORE I NORMANNI Diviso fra i tre figli di Canuto, l'impero, oggetto di svariate brame, si sfascia fatalmente in un minuto, com'era nato. L'anglico reame era toccato in sorte al meno astuto: al figlio Aroldo, un giovane salame; ch'egli è un salame è tale l'evidenza, che i Saggi lo depongono d'urgenza. E danno il trono al figlio d'Etelredo, un Edoardo, detto «il Confessore» per via che tutto il dì recita il Credo ed altre preci in lode del Signore. Egli non ha lo spirito d'Alfredo, né di Canuto il senno ed il valore: è buono buono, semplice, modesto; tartaglia un poco come Giorgio sesto. E' un uomo così pio, che fa persino voto di castità; ma ciò non
toglie che il furbo consiglier conte Godvino gli offra la figlia in sposa: il re l'accoglie, però non fa nemmeno uno spuntino, l'astemio sire, con l'afflitta moglie; per cui, privo com'è di discendenti, promette il trono a tutti i suoi parenti. Intanto, furoreggiano i Normanni: dediti anch'essi alla pirateria, dopo crudeli stragi e atroci danni, han fondato un ducato in Normandìa. Eran danesi un dì, ma poi, con gli anni, si son francesizzati: tuttavia, pieni ancora di fede e di bravura, hanno sete di gloria e d'avventura. Son già molto temuti intorno al mille; anno nel quale i popoli (secondo le divine scritture e le sibille) avrebbero assistito al finimondo: invece, al nuovo secolo tranquille si svegliaron le turbe e a cuor giocondo. (Novecent'anni dopo, ad un dipresso, dirà l'Europa: - Il finimondo è adesso!. .. ) Duca normanno è un giovane gagliardo, Guglielmo, ch'è un figliuolo adulterino del famoso Roberto, onde il « Bastardo » lo chiama sottovoce il popolino. Un giorno, va a far visita a Edoardo e al mite « Confessor
» dà del cugino, che gli promette il trono di
buon grado, come suol far con tutto il
parentado. Ma, non appena il re va sottoterra, Godvino, il furbo genero, intrigando, fa proclamar sovrano d'Inghilterra il proprio figlio Aroldo.
Protestando, . Guglielmo insorge e gli dichiara guerra, appoggiato dal monaco Ildebrando: « Morte ad
Aroldo usurpatore! Il re - grida - quel trono l'ha promesso a me! ». Raduna i suoi baroni il gran Normann, terre promette lor, soldi, castelli, donne, gazzose, quello che vorranno; fabbrica settecento e più vascelli, e in un autunno rigido, nell'anno mille e settantasei, sugli Angli imbelli, senza colpo ferir, piomba diritto: il generale Nebbia era sconfitto ... XI GUGLIELMO
IL CONQUISTATORE Era sconfitto il generale Autunno, e fu sconfitto ad Hastings il re Aroldo, che di fronte a Guglielmo era un alunno: come stratega, non valeva un soldo. Guglielmo aveva l'anima di un unno e d'un poeta: artista e manigoldo, uno stato fondò, ch'era un prodigio di forza, di sopruso e di prestigio. Lo seguon cinquemila cavalieri, a cui promise terre in guiderdone, per cui confisca i sassoni manieri disseminati in tutta la regione; molti, li assegna in feudo ai suoi guerrieri, ma fa per sé la parte del leone: se ne tien mille ed, oltre che potente, diventa ricco smisuratamente. Fa le cose, però, con molto tatto: in nome della legge. E' assai cortese e generoso, spende come un matto, facendo edificar splendide chiese; sicché il popolo in fondo è soddisfatto e non fa caso, il grosso del paese, al mutamento della situazione: tanto, ubbidir a questo o a quel padrone ... Forte è Guglielmo (non è più «il Bastardo », adesso ha il nome di « Conquistatore»), però, si sentirà vieppiù gagliardo se disporrà di un gruzzolo maggiore; per cui congegna, senza alcun riguardo verso il vassallo e verso il valvassore, un sistema di tasse ch'è un portento da fare invidia al nostro Novecento. Deve pagar la tassa ogni villaggio ch'elegga uno sceriffo a suo piacere; si consente agli ebrei lo strozzinaggio, ma il re ci mangia su come un banchiere; paga il ricco signor d'alto lignaggio, quando il figlio diventa cavaliere; paga chi prende moglie (oggi, al contrario, sfrutta piuttosto i celibi l'erario). Papa Gregorio settimo - Ildebrando aiutò quel normanno intraprendente, ma vuole, adesso, imporgli il suo comando: è un santo, sì, ma è pure un prepotente, e Arrigo quarto, che lo mette al bando, andrà a Canossa come un penitente; ma Guglielmo è più accorto ed ha al suo fianco l'ancor più accorto vescovo Lanfranco. E' un italiano nato in Lombardia, che ha molto ingegno e che s'è fatto strada; umile fraticello in Normandia, sa maneggiar il calice e la spada; ministro ed arcivescovo via via, dirige il re tenendolo un po' a bada lusinga il papa e, furbo di tre cotte, sa dare un
colpo al cerchio, uno alla botte . Accontenta Gregorio ed il sovrano sulla questione delle investiture e fa del regno un organismo sano, preparato alle sue glorie future. Molto più tardi, invece, un italiano (saran passati, in età chiare e scure, molti re, molti eventi e molti papi) darà a quel regno tanti grattacapi. XII I FIGLI DEL
CONQUISTATORE Guglielmo primo, il grande re normanno, passò la vita con la lancia in resta, ma, intelligente ed abile tiranno, oltre a brillare in clamorose gesta, con saggezza regnò per ventun anno; un giorno cadde e si spezzò la testa, mentre per terra rotolava l'elmo: così moriva il celebre Guglielmo. Agonizzante, fece testamento: «Quel mio figlio Roberto è scimunito ma gli assegno il ducato e stia contento! » Lasciò il regno a Guglielmo, il preferito, e al terzo figlio Enrico un po' d'argento; poi tacque e chiuse gli occhi: era finito! Il corpo - uno storiografo dichiara - si gonfiò tanto che spaccò la bara. Guglielmo il Rosso (il viso rubicondo gli è valso quel nomignolo un po' strano) dei figli di Guglielmo era il secondo, e anch'egli sarà un abile sovrano; ma, volgare manesco trucibondo, detesta i preti e il viver cristiano, ama il denaro, mangia ch'è un piacere, spesso bestemmia come un carrettiere. Sotto il suo regno, Pietro l'Eremita, che in Terrasanta fu: - manco li cani, - grida piangendo in pubblico - che vita fan lì quegli infelici cristiani! E per borghi e città le turbe incìta ad arruolarsi contro i mussulmani. Commossi da quell'umile eloquenza, prenci e vassalli partono d'urgenza. Roberto, indebitato fino all'osso, anch'ei s'unisce alla Crociata pia, dopo che dà il Ducato al furbo Rosso, per diecimila marchi, in garanzia. Quest'ultimo, però, poco commosso, non un soldato in Terrasanta invia, e proclama così: «Se il mondo è matto, pei begli occhi dei preti io non mi batto! ». Morto Lanfranco, il cupido Guglielmo lascia vacante rarcivescovado: le teste con la mitria e senza l'elmo - egli dichiara - non gli vanno a grado; ma un dì s'ammala e al santo prete Anselmo, condottogli dinanzi, suo malgrado, dà il pastorale con celata furia: perde le ricche entrate della Curia! Italiano anche lui (nacque ad Aosta), Anselmo non ha peli sulla lingua: la Chiesa - grida al re - non è disposta a far che in Anglia il poter suo s'estingua; e giunge a dargli della faccia tosta che coi beni dei vescovi s'impingua ... Deve fuggir, ma il sire, all'impensata, è ucciso da una freccia... ammaestrata. Enrico, allora, i suoi diritti vanta contro Roberto, il suo maggior fratello, che ancor sta combattendo in Terrasanta: prima che il morto re sia nell'avello, corre al Palazzo ed il tesoro agguanta, promette a chi una terra, a chi un castello, per cui riesce a farsi incoronare, ciò che in quei tempi ancora era un affare XIII ENRICO I - L'ANARCHIA Incoronato re nel mille e
cento, Enrico primo intelligente e astuto, mercè una «Carta» (ossia promesse al vento), è accolto a Londra come il benvenuto; perché il popolo, poi, sia più contento, sposa un'inglese; energico e avveduto, scalza i baroni, toglie alcune tasse e suscita il delirio delle masse. A gonfie vele tutto ormai procede, fin quando un naufragio, una mattina, gli muore il figlio, il giovinetto erede; non ha che una figlia anche bruttina: Matilde;ed egli ai suoi baroni chiede chiede ubbidiscano a lei come regina. Ma morto il sire, un grido intorno s'alza: le donne stiano in casa a
far la calza! I baroni, sfogando il proprio fiele, offrono il trono a un giovane signore, Stefano diploi,nato da Adele, ch'era la figlia del Conquistatore. La pia Malilde, allor, spiega le vele Col iglio Enrico, vinta dal
terrore, e scampa nei suoi feudi in Normandia. La canaglia si sfrena:è l'anarchia! Londra diventa, un libero «comune »; le bande armate dei baroni insorti, intesi ad usurpar le altrui fortune, trasforman rocche e feudi in piazzeforti; forse, mai tanto lavorò
la fune, come in quel tempo, in quelle orrende corti, dove impiccar la gente a testa sotto fu il passatempo d'ogni signorotto. Gl'inermi, i vinti, gli umili, avviliti, lasciando in massa le città indifese, vanno nei boschi e fanno gli eremiti, mentre i baroni, non badando a spese, dopo i saccheggi ignobili, contriti, -non fanno che innalzar chiese su chiese, certi che Dio, contento dell'affare, l'anime loro non vorrà dannare ... La regina Matilde era sposata con Goffredo d'Angiò Plantageneto: è questa una terribile casata, c'ha nel suo sangue il tossico e l'aceto; famiglia prepotente e strampalata, ha col demonio un vincolo segreto; così maligna il popolo e la teme ... Il figlio di Matilde è di quel seme. Quest'uomo ha, mezza Francia ai suoi servigi, è ardito, colto, intelligente, adora le belle donne; e un dì, giunto a Parigi dai suoi dominii, non ventenne ancora, per far atto d'omaggio a re Luigi, ruba a questi la moglie: un'Eleonora (fin da quei tempi, principi e borghesi, sempre così quei poveri francesi!). Mediante l'intervento della Chiesa, Stefano di Blois, fiacco e incapace, stanco di governar, firma un'intesa: s'associa al trono quel ragazzo audace, che, morto il re, s'accinge a un'ardua impresa: ridar d'urgenza l'ordine e la pace a quel paese, in mano da vent'anni a grossi, medii e piccoli tiranni. XIV ENRICO
PLANTAGENETO - TOMMASO BECKET Con questo nuovo re, capiscon tutti - ch'è giunta l'ora di filar diritti. Quei castelli sian subito distrutti, dove avvenivan già tanti delitti! Sian impiccati i ladri e i farabutti, ed i baroni stiano bravi e zitti: ricordino anche lor che c'è la forca per chi un capello a un cittadino torca! Ce n'è per tutti: Enrico, immantinenti, le corti di giustizia ha inaugurate, con pene, pei delitti e i tradimenti, che vanno dalla morte alle vergate. Le donne linguacciute e maldicenti sono appese a una pertica e tuffate per quattro o cinque volte in uno stagno (mentre i mariti gridano: «Buon bagno! ». I ladri, per lo più, son mutilati; son condannati a morte gli assassini. Giran pel regno giudici togati, che son dei veri e propri pellegrini; l'arbitraria giustizia dei privati non più imperversa, e i bravi cittadini vivon tranquilli all'ombra della legge, ch'è un po' balzana, sì, ma li protegge. Nella sua corte il re, fine e sapiente, si circonda d'artisti e d'eruditi, nonché ... d'amanti: vecchio impenitente, un campionario n'ha fra i più assortiti. E poi, va molto spesso in continente, sia per la cura dei suoi feudi avi ti, sia per l'amor che porta alle francesi, che son molto leggiadre e assai cortesi. S'avventura pei lidi più lontani e per regioni impervie e sconosciute; ed oltre ai suoi cavalli ed ai suoi cani, (ama la compagnia, non si discute) astrologhi, dottori, cortigiani, buffoni, lavandaie, prostitute, osti, mercanti ed altri personaggi seguono sempre il re nei suoi viaggi. Intanto, l'arcivescovo Teobaldo, a cui sembra, quel re, molto avventato con la sua mente accesa e il sangue caldo, gli mette a fianco un suo raccomandato, un giovane normanno, un po' spavaldo, ma onesto, intelligente, equilibrato, che, con un attributo un po' generico, faceva all'arcivescovo da chierico. E piace al re quell'uomo un po' mondano, buon cacciatore, esperto cavaliere: è tal Tommaso Becket. Il sovrano finì col nominarlo Cancelliere; poi, morto l'arcivescovo decano, senza a nessuno chiedere il parere e agendo di sua propria iniziativa, il seggio di Cantèrbury gli offriva. « Bene », Tommaso, allor dice ad Enrico: «non crediate, però, d'approfittare, dando un simile posto a un vostro amico, per disporre di lui come vi pare, perché, quale arcivescovo, vi dico che più che il trono servirò l'altare ». E diviene un asceta e un penitente, umile, austero, pio, ma intransigente. XV FINE DI
ENRICO PLANTAGENETO RICCARDO
CUOR DI LEONE GIOVANNI
SENZA TERRA Il re non vuol che il papa, in nessun caso, abbia più in Anglia alcuna inframmettenza; ma il severo arcivescovo Tommaso è ligio a Roma, è tutto intransigenza e fa saltare al re la mosca al naso: un giorno, con sacrilega incoscienza, quattro baroni a colpi di pugnale lo uccidon nella stessa cattedrale. L'empio delitto suscita lo sdegno universale: in pio pellegrinaggio, da tutti quanti gli angoli del regno accorrono i fedeli a fare omaggio alla tomba del martire. Ritegno non han più alcuno, fattisi coraggio, i nemici del re, ch'ora alla lesta escon dall'ombra e chiedon la sua testa. E fra i nemici suoi, pronti a marciare, sono gli stessi figli, immansueti, malvagi. Che genìa! Niente da fare: tutti quanti così, principi o preti, di padre in figlio, l'odio familiare ce l'han nel sangue quei Plantageneti! Fin la moglie Eleonora d'Aquitania è avvelenata dalla stessa insania. Enrico, ch'era in Francia, in fretta e furia torna a Londra senz'armi e senza armati; chiede perdono al papa d'ogni ingiuria, va a Canterbury a piedi, a quegli abati restituisce i beni della Curia, si fa frustare da settanta frati, per cui l'applaude il popolo commosso; ma non gli giova: il suo prestigio è scosso. Torna in Francia a combattere. Costretto a fuggire da Mans, fra i suoi nemici scopre Giovanni, il figlio prediletto, a capo delle truppe inseguitrici. - Plantageneti, seme maledetto! - grida, ed in braccio ai pochi ultimi amici piega la stanca testa incanutita, maledicendo gli uomini e la vita. E' chiamato a succedergli Riccardo, traditore anche lui: «cuor di leone» è battagliero, intrepido, gagliardo, avventuroso, sì, ma un po' cialtrone: fa il poeta, il crociato, il pappalardo, tutto tranne che il re; gran fatalone, nel cuore delle donne ama far breccia ... Morirà in Francia, ucciso da una freccia. L'altro fratello, il perfido Giovanni, detto poi «Senza Terra », è un farabutto: salito al trono, liquida in pochi anni ciò che il padre abilissimo ha costrutto. Il Papa lo scomunica, i Normanni, e vescovi e baroni, e il popol tutto, inveleniti insorgon contro lui, «a Dio spiacente ed ai nemici sui». Inutilmente, non badando a spese, milizie mercenarie egli raduna: istigato dal papa, il re francese gli toglie le sue terre ad una ad una. Alla notizia, giubila il paese: a volte, una sconfitta è una fortuna (ne san qualcosa pure gl'Italiani, ch'ai vincitori ancor batton le mani). XVI IL SECOLO
TREDICESIMO Tornato in Inghilterra, il re sconfitto viene fischiato ignominiosamente: finché un re vince, è logico, ha il diritto di fare il capriccioso e il prepotente; quando perde, però, deve star zitto: ci tiene al posto? E allor sia compiacente: o si pieghi a firmar la «Magna Charta », ch'è uno statuto in do minore, o parta! Giovanni, ormai ridotto ad uno straccio, sa che, firmando quella pergamena, non può più fare il proprio 'comodaccio, ma inutilmente strilla e si dimena: c'è, dinanzi alla reggia, il popolaccio che, acclamando i baroni, urla e si sfrena. Decide allora il re, che non è scemo: «Per ora firmerò, dopo vedremo ... ». Non crediate, con ciò, che il popolino sappia che cosa sia quel documento, fra le altre cose, poi, scritto in latino, ch'è la lingua ufficiale del duecento, ma gli han detto così: «Re Giovannino non metta più balzelli a suo talento, non muova guerre più, né leggi imparta, se non lo chiede a noi! Viva la Charta! ». Secondo quella Charta, un comitato di venticinque membri avoca a sé il controllo supremo dello stato ed ogni autorità ... «Povero me!» Govanni esclama, afflitto e costernato: «m'han dato venticinque super-re!» Ma non per questo perde l'appetito: muore d'indigestione, ipernutrito. La vita, intanto, cresce: è necessario appilcar nuove tasse, e la corona, che non ha mezzo di nutrir l'erario, dallo Statuto sempre più scantona. Simone di Monfort, gran feudatario, del re cognato, insorge ed imprigiona il figlio di Giovanni, Enrico terzo, che quella Charta aveva preso a scherzo. Simone è un uomo pieno di talento, un latino geniale: egli ha sentito che ormai nel mondo (siamo nel duecento ed il pensiero ha molto progredito) vivo e vitale s'agita un fermento nuovo,un bisogno ancora indefinito di libertà, che gli animi sommuove, fra un potente sbocciar di forze nuove. Simone di Monfort, rude e gagliardo, verrà ammazzato, ancor nel fior degli anni, dal figlio primogenito (Edoardo) del re deposto. Pur tra gravi affanni, il Parlamento, invece (è un bel testardo!) bollato dai più ignobili tiranni, di farsi seppellir non vuol saperne, perché risponde a certe leggi eterne. XVII EDOARDO I E I
CELTI Plantageneto indocile e violento, con nelle vene il caldo sangue avito, Edoardo, però, fin dal suo avvento, sente che il dispotismo è ormai finito, e dà forma concreta al Parlamento, dal signor di Monfort già concepito: egli è, difatti, il primo re che aduni le Camere dei Lords e dei Comuni. Pur discendendo dal Conquistatore, il normanno Edoardo è un vero inglese; uomo di senno e, insieme, di valore, progetterà le più svariate imprese, ma ciò che maggiormente gli sta a cuore è compier l'unità del suo paese (è un uomo che non scherza e che non ozia), sottomettendo il Galles e la Scozia. Già da secoli ormai, vivono i Celti nella Scozia e nel Galles, dietro un « Muro », da dove più nessuno li ha divelti: fra quei monti si sentono al sicuro; indomiti guerrieri, arcieri scelti, sono un nemico resistente e duro: si combatton fra loro in tutti i modi, ma non voglion gli Inglesi per custodi. Quando Edoardo era soltanto un conte, voleva imporre lor le usanze inglesi: tratta la spada, si trovò di fronte alle frecce dei barbari gallesi, e il suo antico, progetto andava a monte, dopo una lotta di parecchi mesi; ma, divenuto re, pochi anni dopo, li vince, raggiungendo il proprio scopo. Però, benché la Scozia abbia domato, lì non riesce a farla da padrone: invano, conciliante e misurato, la tratta dapprincipio con le buone; invano poi, terribile e spietato, riduce ad un deserto la regione, perché più lui la vince e più la schiaccia, più quella si solleva e lo ricaccia. E' del parere, il re, che chi la
dura la vince, e non c'è caso che desista: presso a morire, chiede (e il figlio giura) che soltanto ultimata la conquista, non prima, un'onorata sepoltura sarà data al suo corpo ... Era ottimista: ché, se al volere suo davano ascolto. restava per due secoli insepolto! Ma Edoardo secondo, il suo rampollo, trova che, in fondo, senza quel possesso ed anche senza aver sotto controllo la Scozia, si può vivere lo stesso. E' un uomo effeminato e un rompicollo: ama un buffone e fa il buffone anch'esso; tanto che la regina, insofferente, si regala un amante ufficialmente. Contro il marito, un giorno, essa capeggia una rivolta, arresta il tristanzuolo (che dalle stesse guardie della reggia viene impalato come un mariuolo) ed insieme all'amante spadroneggia, finché il terzo Edoardo, il suo figliuolo, il drudo di mammà spedisce a Dio e dice: «Adesso basta: il re son io! ». XVIII LA GUERRA DEI CENTO
ANNI LA PESTE NERA La situazione, qui, si compromette: il re, che fin dal tempo dei Normanni ha feudi in Francia, in testa ora si mette che la Francia obbedir debba ai Britanni. E nel milletrecentotrentasette scoppiò una guerra che durò cent'anni (epoche, quelle, di ben altro stampo, in cui non c'era ancor la ... guerra-lampo). Dal canto suo, Filippo, il re di Francia, vuole le Fiandre, ma l'industria inglese su quel mercato i suoi prodotti lancia, specie la lana: l'oro del paese. I mercanti, che già metton su pancia, chiedon la guerra, non badando a spese, e i deputati, unanimi e contenti, batton le mani e votan gli armamenti. Dai propri agenti apprendono gl'Inglesi, prima di scatenar quel guazzabuglio, che i porti in Normandia sono indifesi e che la Francia, al solito, è in subbuglio. Con cavalieri e arcieri anglo-gallesi il re sbarca a La Hougue, il dieci luglio, invade la provincia e, ovunque passa, feroce apre macello e fa man bassa. L'Inghilterra è più ricca e meglio armata: oltre agli arcieri, ad un buon corpo equestre e ad una flotta ben equipaggiata, ha molti lanciatori di balestre: quest'arma dal pontefice è vietata, pel fatto che, affidata a mani destre, ammazza un uomo inesorabilmente ... da cento metri, come fosse niente! Tempi modesti ancora, amici miei, e dal progresso ancor molto lontani: adesso i civilissimi europei s'ammazzan con le bombe e gli aeroplani. E questo è niente: tali ordigni rei, che già sembravan tanto disumani, son diventati una robetta comica, paragonati con la bomba atomica!.. Gl'Inglesi, entusiasmati, vanno avanti, ma la guerriglia è dura e si trascina. A Londra, coi profitti esorbitanti, mentre la gente in Francia va in rovina, s'impinguan gli armaioli ed i mercanti, inneggiando alla guerra e alla sterlina. Ma nel frattempo, nell'Europa intera, scoppia il flagello della peste nera. Erano tempi poco progrediti, l'igiene ancor ignota era ai mortali: per le vie di Parigi e della City - pensate un po'! - giravano i maiali (girano ovunque ancor, ma più puliti, in guanti gialli e lucidi stivali...). Il contagio divampa: in Inghilterra, mezzo paese in breve è sottoterra. Privo di braccia il suolo, indi, rimane e le lor terre vendono i baroni, che si dànno al commercio delle lane, visto che sovrabbondano i montoni. Servono sbocchi in terre più lontane; perciò, dei mari occorre esser padroni: ecco, così, se ancor non lo sapeste, come un impero nasce da una peste! XIX LA RIVOLTA DEI
CONTADINI I Francesi costringon gli invasori a una guerra lunghissima d'assedio, sicché gl'Inglesi, dopo tanti allori, non reggon quasi alla stanchezza e al tedio; nel sessantuno, i quasi vincitori accettano una pace di rimedio: la Francia cede ad Edoardo re qualche provincia e il porto di Calais. Ma il re si rammolisce: ormai negli anni, s'innamora d'Alice, una fantesca, che tiranneggia i poveri Britanni, corrompe i preti, i deputati adesca, col figlio ultimogenito Giovanni del vecchio re, con cui, sfacciata, tresca (l'erede al trono, principe Edoardo, morì lasciando un pargolo: Riccardo). Alla morte del vecchio, il re fanciullo sale sul trono; ma è lo zio che regna, e fa del Parlamento un suo trastullo, di disgustare il popolo s'ingegna: il poter della legge è quasi nullo, l'arbitrio impera, ed una cricca indegna di monaci e d'abati s'arricchisce, mentre il contado ha fame ed intristisce. Un teologo inizia una campagna: Wycliffe. Ha sulla lingua pochi peli e bolla quell'ignobile cuccagna, reclamando il ritorno agli evangeli; per le provincie della Gran Bretagna vanno poveri preti, a lui fedeli, predicando con fede e con costanza la povertà, la pace e l'uguaglianza: Pei boschi e le foreste, intanto, vaga, scacciata dalle terre dei signori per aver chiesta un'adeguata paga, tutta una turba di lavoratori. La rivolta fermenta, indi dilaga, alimentata dagli agitatori: pace, uguaglianza e libertà per tutti. E dànno, quelle prediche, i lor frutti. Fra un divampar d'incendi e di funeste stragi, i castelli invadono gli insorti, mentre i baroni in mezzo alle foreste cercano scampo con le loro corti; a Canterbury, taglian molte teste d'abati e, sempre più compatti e forti, giungono infine a Londra, ove il re corre a rifugiarsi nella fosca torre. Saccheggian la città - Morte ai tiranni! - roteando le scuri ed i randelli; incendiano la casa di Giovanni, sotto gli sguardi dei soldati imbelli. Da solo, il re, ch'è un bimbo di pochi anni, affronta allora i beceri ribelli, che, innanzi a quel coraggio, o a quel candore, gridano « evviva» al piccolo signore. I ministri dan poi, fra i battimani, carte di libertà: l'ira plebea è del tutto ammansita, ed i villani tornano a casa lor ... Pessima idea: perché giudici e boia, all'indomani, da Londra fin nell'ultima contea, li impiccheranno in massa e, soddisfatta, la Corte annunzierà: « Giustizia è fatta ». XX RIPRESA
DELLA GUERRA DEI CENTO ANNI DINASTIA
LANCASTERIANA Quel bimbo,
divenuto adolescente, tratta i Comuni con crudel
cipiglio, tartassa i suoi vassalli
ignobilmente, confisca i beni a suo cugino,
il figlio Giovanni Lancaster, che,
furente, tornato a Londra dopo un breve esiglio, il re imprigiona ed ordina al suo sarto un costume regale: è Enrico quarto. Succede a questi il figlio Enrico quinto, che riprende la guera già sospesa: vuole il trono di Francia ed è convinto che sia piuttosto facile l'impresa. Il popolo , d'altronde, a piè sospinto, vuole abolire o riformar la Chiesa, ed al sovrano i vescovi hanno imposto un diversivo urgente ad ogni costo. Londra è sicura ormai della vittoria, perché i francesi sono in mezzo ai guai; il re, che lì presiede alla baldoria, è Carlo sesto il Pazzo: ora, tu sai che nei momenti gravi della storia i pazzi, in Francia, non difettan mai, sian presidenti o re del vasto impero, si chiamin Carlo sesto o Laval Piero. L'esercito francese è ben armato, ma trova innanzi a sè duemila arcieri, che ad Azincourt ammazzano d'un fiato ben diecimila e rotti cavalieri. Quei francesi son prodi, è indubitato, ma, intanto, passan sempre dispiaceri: ora gli arcieri, dopo i carri armati, finiscon quasi sempre liquidati! Parigi al vincitore apre le porte. Enrico quinto sposa Caterina, la figlia del re pazzo; una consorte ch'egli ha impalmato a scopo di rapina: il patto del coniugio è che, alla morte di Carlo, vecchio sulla sessantina, Enrico, appunto, ne sarà l'erede; ma nella tomba il suocero ei precede. Quel trono dovrà adesso ereditarlo suo figlio Enrico sesto, un bimbo in culla, cosicché, morto il Pazzo, al figlio Carlo non spetterebbe esattamente nulla; ma, ispirata da Dio, giunge a salvarlo Giovanna d'Arco, un'umile fanciulla, che l'armatura dei guerrieri indossa e conduce i Francesi
alla riscossa. Liberata Orléans in un momento, strappa Parigi ai vincitori inglesi, che, avuta la fanciulla a tradimento, la fan morire sui carboni accesi. Da allora (è la metà del quattrocento), visto il prodigio, i poveri Francesi, entusiasmati, nei più neri giorni, aspettan sempre che Giovanna torni. (Non è tornata più). Gli Angli, disfatti, serbano solo il porto di Calais, e coi Francesi come cani e gatti, si guarderan per secoli, finché, nel Novecento, scenderanno a patti con un'« Intesa» combinata a tre (Francia, Inghilterra e Russia), assai cordiale, finita in un massacro universale. XXI LA GUERRA
DELLE DUE ROSE RICCARDO
III TUDOR Contro il debole Enrico (il nipotino di Lancaster Enrico usurpatore) si solleva Edoardo, un suo cugino, duca di York: il giovane signore sostiene ch'è l'erede più vicino del re detronizzato: ha del valore e dell'audacia, mentre Enrico sesto e un pover'uomo, disgraziato e onesto. (Ogni mattina si recava a messa; s'occupava di storia e teologia; sopportava la moglie: una contessa Margherita d'Angiò, ch'era un'arpia. Aveva un'aria semplice e dimessa, e non un soldo: nell'Epifania del millequattrocentocinquantuno, per mancanza di sghei, restò digiuno). Edoardo s'accinge alla riscossa: reclama il trono; ma la gente è stanca: solo i baroni voglion la sommossa, perché chi vince più ricchezze abbranca. E così attorno ad una « rosa rossa », stemma d'Enrico, ed alla « rosa bianca» dei York, a un tratto quella guerra esplose, che appunto si chiamò delle Due Rose. E' nipote del Pazzo, Enrico sesto, e un giorno anch'egli perde la ragione: trova, Edoardo, un ottimo pretesto per proclamarsi re; ma, un po' cialtrone, si rende quasi subito indigesto ed è scalzato dall'opposizione. Ma, dopo, la rivincita si piglia e ammazza il re con tutta la famiglia. Questo Edoardo quarto è un re cortese, di maniere piacenti e birichine, bello, provvede a tutte le sue spese offrendo ... baci in cambio di sterline: le mogli dei mercanti, molto accese, fanno al giovane re mille moine, e i mariti, contenti e beccaccioni, hanno in compenso ambite concessioni. Nell'anno ottantatrè, muore Edoardo, lasciando due figliuoli. Un suo fratello, il gobbo e crudelissimo Riccardo, che aspira anch'egli al trono, apre macello: uccisili ambedue, senza riguardo, la gobba copre col regal mantello; ma non gli giova assai: grave d'affanni sarà il suo regno e durerà due anni. Quei crimini, negli animi sgomenti, han provocato un vero raccapriccio. Nuovi massacri, nuovi tradimenti... Come por fine al tragico pasticcio? Resta un Lancaster solo (i suoi parenti sono morti ammazzati), malaticcio, sofferente di fegato e di pancia: Enrico Tudor rifugiato in Francia. E resta una fanciulla, Elisabetta, figliola d'Edoardo, umile e mite: sposando i due ragazzi, si progetta d'aver due rose in una rosa unite. Enrico sbarca in patria in tutta fretta e affronta il re, che muore di ferite. S'uniscon le due rose e i due cugini: ne verran fuori certi fiorellini... XXII ENRICO VII ENRICO VIII
E RELATIVE MOGLI Quell'uomo triste, debole e ammalato, incoronato re, fu un nuovo Giove: domò i baroni, rinsaldò lo stato con nuovi ordinamenti e leggi nuove. Regnò per quindici anni indisturbato e morì poi nel cinquecentonove; fu, in fondo, onesto, illuminato e bravo, ma diede al mondo un cane: Enrico ottavo. Questi conosce il greco ed il latino, è il gran signore del Rinascimento, magnifico, crudele e libertino, non privo di buon gusto e di talento; ha un piccolo difetto, poverino: potrebbe avere amanti a piacimento (ha largo il cuore e largo il portafogli), ma amanti non ne vuol, vuol delle mogli. Si sposa ancor ventenne, in pompa magna, con donna Caterina d'Aragona, figlia di Ferdinando re di Spagna, vedova del fratello: è una «tardona» di cui ben presto il coniuge si lagna, trovando Anna Bolena assai più buona, tanto più che in cinque anni la spagnuola non gli ha saputo dar che una figliuola. Egli protesta contro Caterina, che non fa figli più: vuole un erede! E' innamorato d'Anna, assai carina, ed il divorzio al buon Clemente chiede; ma il papa teme, poi che la regina è zia di Carlo quinto, onde non cede; e il re sposa in segreto Anna Bolena, ch'è da più mesi con la pancia piena. Il papa lo scomunica, ma Enrico non se la prende e ostenta un umor gaio; ha un consigliere che gli fa da amico, già mercante di lana e gualcheraio: Tommaso Cromwell, avido, impudico, profittatore, che combina un guaio; è lui, difatti a provocar: lo scisma, ch'è per quei tempi un vero cataclisma. Contro Clemente il re disceso in guerra, proclama la riforma in Parlamento e, «capo della Chiesa d'Inghilterra », impone ai preti il nuovo giuramento; spoglia i conventi, i suoi nemici atterra, mozza la testa o brucia a cento a cento, dopo un processo rapido e sommario, preti e borghesi di parer contrario. Mentre Cromwell continua, a piè sospinto, ad ordinar spietate esecuzioni, papa Clemente scrive a Carlo Quinto e al re di Francia e chiede le sanzioni. Non c'era ancor l'allegro labirinto chiamato «Società delle N azioni»; ma le sanzioni fin da quell'età, non han, purtroppo, alcuna serietà! Anna Bolena, intanto, è sfortunata: dà alla luce una bimba, Elisabetta, mentre il re vuole un maschio, onde ... l'ingrata è dannata a morir sotto l'accetta. Impalma il sire un'altra fidanzata: Gianna Seymour, la quale, poveretta, fa un figlio, sì, ma muore dopo il parto. S'impone un nuovo matrimonio: il quarto ... XXIII FINE DI
ENRICO VIII - MARIA TUDOR - ELISABETTA Cromwell presenta al re la quarta moglie: Anna di Clève. Il grasso re la osserva, la trova prima adatta alle sue voglie, ma poi la scaccia via come una serva. La carica al ministro, inoltre, toglie, vinto da un'ira stupida e proterva, e lo fa giustiziare: «Così impari a presentar le racchie ad un mio pari! ». E passa a un'altra: una donnina gaia, tal Caterina Howard. E' un affar serio: lei pure va a finir sulla mannaia, colpita da un'accusa d'adulterio! Adesso Enrico aspira a una massaia buona ed onesta, piena di criterio: la trova, il che dimostra che in amore le donne hanno più ... fegato che cuore! E' Caterina Parr, questa
consorte, che trema di continuo e non ha pace: non è dal sire condannata a morte, perché il demonio, alfine, si compiace di portarselo via. Popolo e corte ringrazian Dio commossi... Ora, un fugace accenno al trio: due femmine e un ragazzo, che sono i figli dell'illustre pazzo. Giovane muore il figlio della bella Gianna Seymour, e spetta la corona a Maria Tudor, pallida zitella, figlia di Caterina D'Aragona: vive fra i preti in una sua cappella, cattolica arrabbiata; a lei non suona un'Inghilterra eretica ed impone un'immediata e piena conversione. E il popolo borbotta. Il re di Spagna vuol far della zitella una signora e le mette un suo figlio alle calcagna: il bel Filippo, giovanotto ancora. Per lei, trentasettenne, è una cuccagna: vede quel bel «gagà », se ne innamora e sposa lo straniero in un momento, contro la volontà del Parlamento. Filippo, poi, va via: non lo solletica quella zitella afflitta e solitaria. Intollerante, isterica, bisbetica, essa diventa pazza e sanguinaria, e gode a far bruciar la gente eretica, dicendo che la fede è necessaria. Continuamente, poi, fra gli altri guai, si crede incinta e non è incinta mai. E sembra che, delusa, ella si sfoghi a sradicar dei «reprobi» la razza: a Londra come in Spagna e in altri luoghi, gli autodafè si celebrano in piazza. Ma la luce che nasce da quei roghi non si spegnerà più ... La vecchia pazza muore da tutti irrisa e maledetta, lasciando il trono a Lady Elisabetta. E' il cinquecentocinquantotto, quando la saggia, spiritosa e birichina· figlia d'Anna Bolena, il ciel | |