E vennero i beat
Alberto Cavaliere (1897-1967)

PREFAZIONE



Alberto Cavaliere aveva un altro dono raro, oltre la favolosa facilità di rime: riusciva a camminare con i tempi, a essere dentro le cose e le idee nuove, anche se continuaua a farne la satira: oppure proprio per questo.

Con le sue battute, con i suoi sarcasmi, continuava a seguire la vita: era un uomo attualissimo, anche se per civetteria si atteggiava a personaggio demodé. Eterna­ mente curioso del mondo, anche se lo guardava con sor­ ridente scetticismo: l'antico, solare scetticismo greco, mediterraneo, che si portava nel sangue per la sua ori­ gine calabra; e che lo guidava d'istinto a discernere tut­ to ciò che era falso, vacuo, per condannarlo nel modo che la sua natura suggeriva.

Era una sorta di sereno pessimismo, il suo, che somi­ gliava molto a una forma di ottimismo, di ingenuità, anche se appariva tanto pungente, perché continuava a prendere in giro, a demitizzare, come si dice oggi, ciò che si vedeva intorno. Aveva un tono svagato, di poeta in esilio sulla crosta terrestre, eppure sarebbe stato im­ possibile per lui cadere nel gioco delle illusioni: quelle che nascono dalle nostalgie del passato, e quelle che hanno radici nelle ambizioni del presente. Non aveva dunque gli astì, i rancori che a volte si rivelano nei vec­ chi attaccati all'età perduta. In fondo in fondo, conti- nuava a pungere, a mettere in ridicolo perché sperava sempre che dietro i trucchi, la cartapesta, le bugie, le infinite miserie umane, restasse qualcosa di limpido e felice.

Così si spiega perché Cavaliere, che non perdonava a nessuno, sia stato incapace di far male a chicchessia. La sua satira, che sembrava sempre occasionale, andava in realtà oltre le persone e i momenti. E questo volume si propone di sottolineare proprio gli aspetti della sua opera più vicini all'uomo, alla vita quotidiana, al costu­ me: spiccioli, in apparenza, ma - se ci si pensa - i più penetranti. Non è Alberto Cavaliere politico e storico (sempre a modo suo, in rima), nè quello che rese di­ vertente a generazioni di italiani la chimica in versi; ma quello più attento al corso degli eventi, nel riflesso della cronaca, delle mode, degli atteggiamenti, anche se poi le novità si rivelavano regolarmente, e non per sua colpa, inconsistenti ripetizioni di antiche follie e di antichi errori.

Il titolo del volume, felicissimo titolo a mio avviso: « E vennero i beat », è significativo; indica chiaramente questa direzione. Cavaliere, che da ogni fatterello traeva spunto (anche quando andò alla Camera, deputato, in­ vece di litigare componeva versi che prendevano in giro tutti, eppure avevano la virtù di placare, non di esaspe­ rare le contese), quel Cavaliere lo ritroviamo qui a rac­ contare in versi - per esempio - che gli piace si l'idea di istituire una giornata della bontà verso gli animali; ma quando si farà una giornata della bontà verso gli uomi­ ni? Oppure è la storia, che spiritosamente diventa favo­ la nelle rime, del ladro che ruba un pollo e prende un mese di carcere; torna libero, ruba un altro pollo, e di mesi ne prende sei; dopo di che «avrà detto perciò con voce amare - la vita si fa sempre un po' più cara ».

C'è un itinerario nel volume: dai personaggi storici a quelli moderni, dallo snob al beat: al quale Cavaliere si rivolge indulgente (salvo la faccenda dei capelloni che proprio non riesce a mandar giù), e dice che in fondo ci starebbe anche lui contro le ipocrisie, le ingiustizie, se non avesse già il dubbio che tutta questa rivoluzione sia prossima a finire « nel museo - delle curiosità con­ temporanee ». C'è anche, in questo volume, una poesia giocosa scritta da Cavaliere sulla notizia che a New York, il primo dell'anno, su 296 morti 280 erano stati vittime di incidenti stradali; e dice a un certo punto della gente che tornava a casa « per dormirvi tranquilla una gior­ nata - e che finiva sotto quattro ruote - poiché del clack­ son non sentì le note... », Povero caro amico, povero Alberto, che doveva anche lui finire così, sul ciglio di un marciapiede, per quelle ruote maledette che lo tra­ volsero.

Vincenzo Buonassisi


§§§



foto del poetacopertina del libro E vennero i Beat






INDICE DEL LIBRO


PREFAZIONE

L'ANTOLOGIERA

01-L'Iliade
02-Dante e Beatrice
03-Francesca da Rimini
04-Don Chisciotte
05-Amleto
06-Otello
07-Robinson Crusoe
08-I dolori del giovane Werther
09-I promessi sposi
10-Ventimila leghe sotto i mari
11-Tartarin di Tarascona
12-La signora dalle camelie
13-La Bohème
14-La Tosca
15-Il ratto delle Sabine

LEGGENDE E NOVELLE

16-La meledizione di Li-Tai-Po
17-Lo scudiero innamorato
18-L'ultima avventura di Don Giovanni
19-Riviera
20-Le sorprese della strada
21-L'illusione
22-L'istitutore

CRONACHE PER TUTTE LE RUOTE

23-Il discorso del defunto
24-All'ombra dei cipressi
25-La grazia
26-Baci... salati
27-La morte naturale
28-Concorrenza sleale
29-Il matrimonio mancato
30-Donne moderne
31-La settimana della serietà
32-Centotreenne desideroso affetto ...
33-Vendetta postuma
34-Un piccolo difetto
35-Manichini
36-Il teorema dell'amore
37-La moglie poetessa
38-Disoccupati...
39-Penultime notizie

SNOB DOPOGUERRA

40-Snob meneghino
41-La contessina della borsa nera

I BEAT

42-Capelloni
43-Ribelli
44-Comizi «beat»
45-Solo pazzi contano
46-Generazione « beat »
47-Degenerazione « beat »
48-Il jazz
49-Poeti «beat»
50-Mondo « beat »
51-Il peccato originale
52-Programma « beat »
53-I beat e il lavoro
54-I beat e la droga
55-Il mutismo
56-Suicidio
57-La nuova civiltà
58-Tramonto dei beat
59-La maledizione atomica
60-I veri colpevoli
61-Donne moderne
62-Musica yè yè
63-Le vogliamo nude


§§§



L'ANTOLOGIERE


01-L'ILIADE


Agamennòne, con aspra voce,
una fanciulla par che contenda
al fiero Achille dal piè veloce,
che si ritira sotto la tenda.
Ringalluzzita, Troia fa festa,
gridando - Evviva l'ira funesta!

L' ira d'Achille, difatti, ai Greci
procura lutti che non vi dico;
Patroclo allora ne fa le veci
e indossa l'armi del grande amico,
ma il prode Ettorre mangia la foglia:
prima lo uccide, dopo lo spoglia.

Il piè veloce, che si commuove,
mancando allora le bombe a mano,
chiede a sua madre dell'armi nuove,
forgiate apposta dal dio Vulcano;
indi si lancia con cupa gioia
contro il superbo figlio di Troia.

La sposa e il padre, da un'alta torre,
vedono infine con muto orrore
l'inerte spoglia del prode Ettore
legata al cocchio del vincitore.
Il piè veloce quindi si calma
e al vecchio padre rende la salma.

Ed il motivo di quel trambusto?
La bella moglie di Menelao,
che, innamorata d'un bellimbusto,
al tardo sposo diceva « ciao ».
Oggi ancor guerre fa il mondo gramo,
però le corna ce le teniamo.

Si fan le guerre perché la gente,
in fondo, è sempre di quello stampo,
pronta alle risse, stolta e incosciente;
ma, almeno, abbiamo la...guerra-lampo,
cosicché d'anni, signori miei,
anziché dieci, ne dura sei.


§§§


02-DANTE E BEATRICE


Fu in un mattino del maggio in fiore
che la incontrasti, là sul Lungarno,
e una promessa d'eterno amore.
in quello sguardo leggesti indarno,
fosco poeta dal viso scarno,
cui giovò poco l'esser priore ...

Se nelle storie dei grandi amori
la tinta fosca non manca mai,
Dante, non grava sui tuoi dolori
- che in luce astrale sublimerai ­
l'ombra sanguigna che un dì vedrai
nell'empia bolgia dei peccatori.

Tu la invocasti, mèta suprema:
d'eterne rose, d'eterni gigli
la rivestisti nel tuo poema,
mentr'ella visse senza scompigli
(diede al marito solo due figli,
colta anzitempo dall'ora estrema).

Suo padre, Falco dei Portinari,
le aveva detto, forse a ragione:
« Questi poeti senza denari
sono una peste! C'è un'occasione:
ti chiede in moglie messer Simone,
che sa far solo dei buoni affari ».

Forse fu meglio. Con cuore anelo,
l'amata donna ti fu d'ausilio:
se nella selva venne Virgilio
a trarti in salvo con tanto zelo,
fu per Beatrice, che in visibilio
rivedrai dopo nel primo cielo.

No, ser Simone fu meritorio:
se non la moglie di quel mercante,
ma fosse stata tua moglie, o Dante,
quella sublime torre d'avorio,
anzichè in cielo fra luci sante,
l'avresti messa nel Purgatorio!


§§§


03-FRANCESCA DA RIMINI


Lei, tutta accesa del suo ideale,
si crede sposa di Paolo il bello,
che per procura d'un suo fratello
le ha detto invece quel « sì » fatale:
quando s'accorge del vil tranello,
naturalmente, resta un po' male.

Trovarsi a letto con lo Sciancato
(il quale ha un muso che fa paura),
lei così bella, lei così pura,
piena d'affetto per quel cognato
così carino, così garbato,
che insiste ancora nella procura...

Ma il giovinetto Malatestino,
pur con un occhio, scopre la tresca;
egli è un malvagio, che dal destino
per far del male riceve l'esca:
nel dolce cuore della Francesca
lui pure ha sete d'un posticino.

Da lei respinto, va da Giovanni,
del tradimento lo rende edotto.
Paolo e Francesca, con pochi panni,
stanno leggendo, quando Gianciotto,
dinanzi al libro di Galeotto,
li infilza urlando: «Che Dio vi danni! »

Francesca narra le sue vicende
nell'atra bolgia dicendo: «Amore
che a cor gentile ratto s'apprende... »
e maledice quel traditore.
Paolo, rinchiuso nel suo dolore,
singhiozza e tace, tace ed intende.

Ma pensa, forse, dal pianto scosso:
« Non la bufera che mai non sta
di me fa strame nell'aer mosso,
ma questa donna... Pietà, pietà!
L'ho tanto amata: ma averla addosso
per quanto è eterna l'eternità!...».


§§§


04-DON CHISCIOTTE


S'era venduto molti poderi,
saltando pure diversi pranzi,
per acquistare dei bei romanzi
con strane storie d'avventurieri.
E un giorno disse: - Io d'ora innanzi
sarò il più ardito dei cavalieri. -

Rimise a nuovo qualche armatura
che nella vecchia casa rinvenne
e, d'una bolsa cavalcatura
saltato in groppa, tronfio e solenne
il cavaliere già cinquantenne
partì gridando: - Niente paura!

Dapprima solo con la sua lancia,
dell'alte imprese tentò il sentiero;
poi risoluto lasciò la Mancia,
accompagnato da uno scudiero:
quel pover'uomo di Sancio Pancia,
a cui promise gloria d'impero.

Oh le avventure di Don Chisciotte!
Per un'armata scambia un armento,
vede in tranquilli mulini a vento
truci giganti, nemici a frotte,
ma prende tante di quelle botte
che dice: - Basta, non me la sento!... -

Ammaestrato da tanti scorni,
mette giudizio rapidamente,
sicché decide: - Meglio ch'io torni
al mio mestiere di possidente! ­
(Fu, in fondo, molto più intelligente
dei Don Chisciotte dei nostri giorni...)

Si rende conto che non è fatto
per la famosa cavalleria:
torna rurale gettando via
armi e romanzi...Di tratto in tratto,
però, ripete con nostalgia:
- Quant'era meglio quand'ero matto!...


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05-AMLETO


Un giorno Amleto nel suo castello
vede lo spettro del padre amato,
che gli rivela: «M'ha avvelenato
quel farabutto di mio fratello
e, ancor di pianto fresco l'avello,
la sposa e il trono m'ha poi soffiato ».

Nel dolce cuore del giovanetto,
che vagheggiava sublimi aurore,
angelo nero scende il dolore:
un dubbio atroce gli cova in petto;
ed egli insorge contro ogni affetto,
spregia la gloria, sdegna l'amore.

Si finge pazzo, vaneggia e celia;
contro la corte, che n'è accasciata,
dalle sue labbra scocca spietata,
come una freccia, la contumelia.
Simula pure dinanzi a Ofelia,
la pia fanciulla che ha tanto amata.

Quando la incontra sulla sua via,
più non la tratta che a teschi in faccia:
« Va in un convento! », così la schiaccia
sotto il macigno dell'ironia.
Alla tapina cascan le braccia
dinanzi al ghigno della follia.

Vede sfiorire nel triste oblio
le rose, un tempo così leggiadre.
Il fosco prence le ammazza il padre,
gran ciambellano del re suo zio;
e l'orfanella, già senza madre,
si getta in acqua volando a Dio.

Amleto (essere oppur non essere?)
nell'incertezza trafigge tutti;
la sua vendetta continua a tessere
e, chi di ferro, chi in mezzo ai flutti,
mentre nel regno cresce il malessere,
casati interi vengon distrutti.

Nel cimitero lui si diverte
a intervistare l'affossatore:
fra un brano e l'altro, fredda Laerte;
il re s'abbatte; lui stesso muore;
l'iniqua madre rimane inerte...
Si salva il solo suggeritore.


§§§


06-OTELLO


Dopo che Otello, regolarmente,
domò l'orgoglio del mussulmano,
fu dal Senato repubblicano
mandato a Cipro come reggente.
Cassio era il fido luogotenente,
Jago l'alfiere del capitano.

Otello è un negro, ma un dì conquista
una fanciulla che impalma e adora,
mentre dal Doge giustizia implora
il di lei padre, persona in vista,
perché - sostiene - lo disonora
quel matrimonio di razza mista.

J ago era un uomo pieno di fiele,
che odiava il capo, nonché il compagno,
e che credeva, bieco e grifagno,
nella potenza d'un dio crudele,
per cui, tenace, sinistro ragno,
soltanto ordiva malvage tele.

Tolse a Desdemona un fazzoletto,
che il nero sposo le aveva dato,
e fece in modo che poi trovato
fosse di Cassio vicino al letto:
più nero, morso dal rio sospetto,
divenne Otello, lo sventurato.

E in una notte di frenesia
il cimitero si popolò;
la sposa disse l'avemaria,
lui col guanciale la soffocò
(che brutta cosa la gelosia!):
« Come sei pallida! » indi esclamò.

Ma quando seppe del vil tranello,
le pie memorie tra sè rivisse,
maledì Jago, poi si trafisse,
presso l'amata, con un coltello.
(« Come sei pallido! » nessun gli disse,
poi ch'era moro, povero Otello).


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07-ROBINSON CRUSOÈ


Viveva a Londra, stava benino,
ma aveva l'estro del vagabondo;
e s'imbarcava su un brigantino,
che per disgrazia colava a fondo.
Riuscì a salvarsi, partì di nuovo,
ma d'un pirata finì nel covo.

Da lì fuggito, sbarcò in Brasile,
dove a bizzeffe l'oro ammassava;
ma aveva un sogno ben più virile:
l'Africa nera lo affascinava.
Ed intraprese quel grande viaggio,
accompagnato da un equipaggio.

Naufragò ancora (ma che disdetta!)
e i suoi compagni periron tutti;
lo sciagurato su un'isoletta
fu sballottato da immani flutti.
Robinson disse - Ma, Crusoè,
il cielo tutte le manda a te! -

Lì, se abbondava la selvaggina,
d'esseri umani nessuna traccia;
e avendo seco la carabina,
per ventott'anni visse di caccia.
Finché un moretto trovò un bel dì,
cui diede il nome di Venerdì.

Nella sua tenda non fu più solo.
E, finalmente, dal suo ritiro
scorge una nave, che al patrio suolo
lo riconduce. Fu un bel respiro,
mentre oggi (e a dirlo me ne vergogno)
quell'isoletta sarebbe un sogno.

Dolce, solinga, mite dimora...
Felice, il mondo, chi può lasciarlo!
Senza pur dire che, s'egli allora
lungi dal mondo potè trovarlo,
oggi, nel pazzo mondo di qui,
manchiamo tutti d'un... venerdì!


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08-I DOLORI DEL GIOVANE WERTHER


La prima volta vide Carlotta,
pronta ad uscire per una danza,
che divideva mezza pagnotta
tra i fratellini nella sua stanza:
fin da quel giorno prese una cotta
senza rimedio, senza speranza.

Fece amicizia col fidanzato
della fanciulla, chiamato Alberto,
ch'era un signore molto inesperto,
molto noioso, molto educato.
S'ella lo amasse non è ben certo:
la storia ancora non ha indagato.

So che la mamma, presso a spirare,
levando il capo di tra i cuscini,
le aveva detto: - Non ti scordare
della merenda per i bambini. ­
Eran presenti pochi vicini,
le indicò Alberto: - Lo puoi sposare. -

Tutte le sere, con ansietà,
Werther andava dalla fanciulla,
che singhiozzava per un nonnulla,
come s'usava tanti anni fa.
E la sedusse?... Ma che vi frulla?
C'era in quei tempi più serietà.

No; cercò invece fra nuove cure
l'oblio, lontano, ma poi tornò;
narrò a Carlotta le sue sventure,
lei non rispose né sì né no,
ma pianse tanto; pianse lui pure;
perfino Alberto ci lacrimò.

E un giorno Werther si diè la morte.
Carlotta disse: - Che cosa orrenda!
Guardò quel corpo dietro la tenda,
ritornò a casa, baciò il consorte,
chiamò i bambini, tagliò il panforte,
poich'era l'ora della merenda.


§§§


09-I PROMESSI SPOSI


Quanti fastidi, Lucia Mondella,
pur di sposare quel tessitore!
Tutto, o vezzosa contadinella,
perché facesti gola a un signore,
che disse a un prete poco esemplare:
« Quel matrimonio non s'ha da fare ».

Sfuggita al bruto che ti voleva,
ti rifugiasti presso una suora,
che, sciagurata, se la intendeva
coi più famosi gangster d'allora:
fosti rapita - te ne rammenti? ­
da una masnada di malviventi.

Chiusa dapprima dentro un castello,
poi trionfasti, come si sa,
solo assistita da un fraticello
e dalla fede nell'onestà.
E desti a Renzo saggi consigli,
la pace e, credo, dodici figli.

Se al giorno d'oggi tu fossi il sogno
od il capriccio di Don Rodrigo,
oh non avrebbe costui bisogno
di combinare quel bell'intrigo,
mettendo in mezzo l'Innominato,
che farà ammenda del suo passato.

Ma ti direbbe semplicemente:
« Ho un palazzotto ch'è un vero amore;
vieni a trovarmi, senza dir niente
nè al Tramaglino nè al confessore.
Cosa vuoi farne di quel plebeo,
che non può darti l'Alfa-Romeo? »

Aver gioielli, pellicce, vesti,
villa sul lago, cambiar destino...
Lucia Mondella, tu pianteresti
quello spiantato di Tramaglino,
a Don Rodrigo diresti « sì »,
ed il romanzo morrebbe qui!


§§§


10-VENTIMILA LEGHE SOTTO I MARI


Col rostro duro come il destino,
con gli occhi accesi come due fari,
l'ignoto mostro sottomarino
già da più tempo batteva i mari.
E per colpire l'orrenda fiera
nacque il progetto d'una crociera.

Uno scienziato poco prudente,
che accompagnava la spedizione,
del truce mostro fosforescente
con due compagni cade prigione:
il suo fedele servo Consiglio
e un canadese dal fiero ciglio.

Ma non è un mostro, quello: è una nave,
su cui si trova, capo supremo,
nerovestito, crucciato e grave,
il favoloso capitan Nemo,
uomo geniale (se ben ricordo,
aveva pure la radio a bordo).

è un bel vascello, con ferrea chiglia,
che s'inabissa, che torna a galla,
che fa in un'ora quaranta miglia...
« Quel Giulio Verne, quante ne sballa! »
(S'era nell'anno, signori miei,
milleottocentosessantasei! )

Capitan Nemo conduce in gita
quei prigionieri per mesi e mesi.
è inviperito contro la vita
e, soprattutto, contro gl'Inglesi,
ai quali affonda più d'un vapore:
quel Giulio Verne, che precursore! ...

Gran romanziere, cervello pazzo,
ch'ebbe ai suoi tempi molta fortuna,
in un suo libro descrive un razzo,
che vola dritto fin sulla Luna:
se pure in questo Verne ha azzeccato,
astro d'argento, tu sei spacciato!


§§§


11-TARTARIN DI TARASCONA


Gli originali tarasconesi
sono felici d'andare a caccia;
ma, mentre in tutti gli altri paesi
chi tira al tordo, chi alla beccaccia,
lì c'è una gente meno ordinaria:
tira a un berretto lanciato in aria.

Ma a Tarascona giunge un serraglio,
e Tartarino, con energia,
vuole un leone come bersaglio,
per cui s'imbarca per l'Algeria:
brache alla turca, fiasca a tracolla,
parte acclamato da una gran folla.

Giunge, sbattuto dal mal di mare,
due casse d'armi portando seco,
e dopo lungo peregrinare
fredda un leone domato e cieco,
che, con un piatto fra i pochi denti,
era al servizio di due pezzenti.

Riceve tante di quelle botte
e ha tante noie, ch'egli, un bel giorno,
più Sancio Pancia che Don Chisciotte
prudentemente pensa al ritorno,
spedendo avanti, come campione,
la vecchia pelle di quel leone.

Nudo, avvilito, con un cammello
zoppo e ingombrante (lo immaginate?),
giunge contrito nel paesello,
dove s'aspetta fischi e pedate:
ha invece applausi, corone e inchini
dagli entusiasti concittadini.

E si convince sinceramente
ch'egli ha lottato contro i leoni;
mai cacciatore più intraprendente
ebbe più belle soddisfazioni...
Perchè il successo dà più alla testa,
quando la gloria non è che questa!


§§§


12-LA SIGNORA DALLE CAMELIE


Fra un atto e l'altro di un melodramma,
in un palchetto dei Varietés,
un giorno, Armando Duval s'infiamma
per gli occhi belli della Gauthier:
siamo nell'anno (tutto un programma)
mille e ottocentoquarantatrè.

Quelli eran tempi! Quelle eran cotte!
Vi basti dire che Margherita,
folle d'amore, la stessa notte,
per lui decise di cambiar vita:
perché non era ch'una «cocotte »,
per quanto ancora poco scaltrita.

Ma i sentimenti non eran brutti:
camelie bianche, camelie rosse;
amava i fiori più assai dei frutti,
soffriva pure d'un po' di tosse
(nell'Ottocento tossivan tutti:
io non so dirvi che cosa fosse).

Con lui, felice, quasi in miseria,
visse in campagna fantasticando.
Ma il di lui padre, persona seria,
corse a trovarla: «Lasciate Armando!
Non è -le disse - per cattiveria:
ho una figliuola che sta sposando ».

E Margherita tornò a Parigi,
gioie e camelie vi ritrovò.
Lui non comprese, fece litigi,
di contumelie la ricolmò,
le gettò in faccia venti luigi,
così gridando: «Pagata io v'ho! ».

Morì, da tutti dimenticata,
morì di tisi, morì d'amore.
Divenne, dopo, la Traviata,
primo soprano. Primo tenore,
divenne Armando (che fine ingrata!)
Alfredo Alfredo di questo core.


§§§


13-LA BOHÈME


Non han mai visto mezzo luigi;
nel caminetto non un fuscello:
Schaunard solfeggia, pinge Marcello,
Colline è un sofo; nei cieli bigi
guarda Rodolfo, poeta e bello,
fumar dai mille tetti Parigi.

Entra in iscena, dolce e soave,
Mimì, fioraia gaia ma onesta:
sogna una cuffia molto modesta;
ha un po' di tosse: niente di grave.
Mimì nel buio perde la chiave;
Rodolfo, invece, perde la testa.

Questi, nel vecchio Quartier Latino,
compra una cuffia: che meraviglia!
Ma lei tossisce, lei s'assottiglia,
e non c'è fuoco dentro il camino.
C'è un moscardino di viscontino,
che le farebbe l'occhio di triglia:

meglio lasciarla... Mimì è malata,
la tosse aumenta, le: scuote il petto
(non c'è mai fuoco nel caminetto),
ha la manina sempre gelata:
la poverina non è tagliata
per sopportare quel freddo abbietto.

Nella soffitta si fa gazzarra,
ma la tristezza nel cuore regna...
Mimì ritorna, così si narra,
ma nel camino non c'è mai legna.
Colline intona « Vecchia zimarra »
ed il cappotto senz'altro impegna.

Ella ritrova sotto il guanciale
la rosea cuffia dei suoi bei dì;
ma la piccina sta tanto male,
han tutti il cuore gonfio così...
Cade la neve sul davanzale,
mentr'ella muore. Mimì... Mimì...


§§§


14-LA TOSCA


Cavaradossi, mite pittore,
nella cappella degli Attavanti
dipinge, a Roma, madonne e santi,
mentre lei vive d'arte e d'amore.
Una casetta, cinta da un orto,
offre agli amanti pace e conforto.

Ma in quella casa, per mala sorte,
ad un ribelle lui dà rifugio,
sicché, scoperto da un vil segugio,
è condannato senz'altro a morte:
su nel Castello, cristianamente,
fucileranno quell'innocente.

Scarpia, che infuria nel Pontificio,
spietato birro dall'aria fosca,
ama lui pure l'ardente Tosca
e la riceve nel proprio ufficio,
dov'ella in pianto lo prega e ottiene
ch'egli risparmi l'amato bene.

Sarà una finta fucilazione
e i due colombi potran fuggire,
- lui le assicura - se alle sue mire
ella, s'intende, si sottopone;
quand'è in possesso del passaporto,
però, la donna lo stende morto.

Ma nel Castello, dov'ella accorre,
spara, il plotone, non già per burla:
lui disperato muore, lei urla
e poi si getta dall'alta torre.
La progettata fuga è fallita:
l'ora, soltanto l'ora è fuggita!


§§§


15-IL RATTO DELLE SABINE


SOLDATI E PLEBEI CONVERSANO NEL FORO


PRIMA VOCE

Re Romolo, in fondo, fu molto cortese
a darci un asilo nel proprio paese.

SECONDA VOCE

Sapete, ragazzi, che Roma è assai bella?

TERZA VOCE

Però, che peccato, neppure un'ancella! ...

QUARTA VOCE

C'è un'aria stupenda, c'è un sole che ammalia.

SECONDA VOCE

Però non ci trovi neppure una balia!...

PRIMA VOCE

C'è il tempio ove Giano bifronte s'invoca...

TERZA VOCE

Però non ci trovi neppure una cuoca!...

QUARTA VOCE

Magnifico il tempio che han fatto a Minerva!

PRIMA VOCE

Però, non ci trovi neppure una serva...

SECONDA VOCE

Vi sono le terme con archi e colonne,
con l'acqua corrente...

TERZA VOCE

Ma mancan le donne!...


NELLA REGIA

ROMOLO E IL SENATORE GIULIO PROCULO


ROMOLO

Caro Giulio, che ne dici?
Ho dei sudditi felici?

GIULIO

Son passato per il Foro
e ho sentito i detti loro.
Ecco, in genere, le turbe
son contente assai dell'Urbe;
son contente, oggi come oggi,
delle terme e degli alloggi:
ma si tratta di soldati,
sono giovani e... affamati.

ROMOLO

Non è buono forse il rancio?
Eppur grava sul bilancio...

GIULIO

Non è questo esattamente:
hanno il sangue un po' bollente,
e li rode un tarlo insonne,
perché mancano le donne.
Debbo dirti, illustre sire,
che assai male andrà a finire:
se non trovi qualche idea,
scoppierà l'ira plebea.

ROMOLO

Questi bèceri non sanno
che la donna porta danno
e che quando han preso moglie,
più nessuno gliela toglie.
Tuttavia, provvederò,
e in che modo ti dirò:
puoi senz'altro garantire
che avran donne a non finire.

GIULIO

Non capisco: fino adesso
non avemmo alcun successo.
Tu volesti, un anno fa,
popolar questa città,
dando asilo a tutti quanti,
malandrini e lestofanti,
e di avanzi di galera
affluì tutta una schiera.
Ben tu sai che di recente
proponemmo inutilmente
alle donne dei vicini
di sposar quei malandrini:
tra i Romani, lo san tutti,
vi son fior di farabutti.

ROMOLO

Ma se vogliono sposare,
ho deciso sul da fare:
per raggiungere quel fine,
rapiremo le Sabine.
Una bella festicciola,
ed è pronta la tagliola.

GIULIO

Questa idea non è sballata.

ROMOLO

Chiama tutti all'adunata|

LE TROMBE SUONANO L'ADUNATA

BANDITORE

Cittadini, soldati, centurioni!
Hanno deciso, il popolo e il Senato,
che prendan moglie tutti quei fresconi
ai quali più non garba il celibato.
Centurioni, soldati, cittadini,
sposerete le donne dei Sabini.

(Grida di evviva, esclamazioni di giubilo)

UN SOLDATO

Le Sabine son famose
come ancelle e come spose,
e dovunque dir si sente
che son buone veramente...

BANDITORE

Dieci messi domattina
partiran per la Sabina,
per diffondere al più presto
il seguente manifesto:

« Uomini e donne di qualsiasi parte!
In onore di Romolo e di Marte,
Roma, agl'idi di maggio, all'ore venti,
darà una festa senza precedenti:
musica in piazza, fuochi artificiali
e giochi divertenti e originali;
l'ora del dilettante, il "Musichiere",
regali in quantità, vino a piacere.
Spettacolo superbo: udite, udite,
specie le donne... ne saran rapite ».

IN PIAZZA, IL GIORNO 15 MAGGIO, ORE 20 FOLLA DI PLEBEI E SOLDATI - GRUPPI DI SABINI


SOLDATI

-Per Cerere, però, queste Sabine!
Avete visto quanto son carine? ...

-Io, la mia l'ho adocchiata: è quella mora
laggiù: ci ha 'na boccuccia che innamora...

-Io scelgo quella bruna con lo scialle
azzurro e la sottana a strisce gialle...

UN GRADUATO (accostandosi al gruppo,sottovoce)

-Allora, siamo intesi: non appena
la banda attaccherà l'inno ad Atena,
voi seguite con l'occhio il centurione,
il quale snuderà lo sciabolone;
e allora tutti addosso alle ragazze,
che invano grideranno come pazze:
i tamburi, i tromboni e la cornetta
faranno una caciara maledetta.

UN PLEBEO

E li Sabini?

UN SOLDATO

S'hanno da sta' zitti,
o li mandiamo al Cerbero diritti!


LA BANDA ATTACCA, IL CENTURIONE FA IL SEGNALE.
RAPIMENTO DELLE DONNE, STRILLI, CLAMORE


UN SABINO

Romanacci villanzoni,
farabutti, mascalzoni!
Ma domani torneremo
con le frecce e coi bastoni,
e la pelle vi faremo,
traditori, sporcaccioni!
Fra le mura demolite
non rimanga alcun Quirite ...

UN ROMANO (sghignazzando)

Però, dopo il matrimonio...

UN SABINO

Non rimanga alcun Sempronio,
non rimanga alcun Orazio!

UN ROMANO

Ce saluti a Tito Tazio! ...
(Musica sul motivo di «Piove»)

VOCE (urla)

Ciao, ciao Sabina...

IL GIORNO SEGUENTE
(Suono di tromba)

BANDITORE

Soldati, centurioni, cittadini,
Romani, all'armi! Giungono i Sabini!
I patrizi e i plebei tutti nel Foro!

UN SOLDATO (sbadigliando)

Ma proprio adesso, li mortacci loro! ...
(Ha inizio il combattimento fra Romani e Sabini)

UN SABINO

Disgraziati! Farabutti!
Vi faremo a pezzi tutti ...
(Arrivano le donne sabine, urlando e piangendo)

UNA SABINA

Un momento! Cosa fate?
Perché dunque vi ammazzate?
Via quell'armi, immantinenti,
poi che ormai siete parenti!
O fratelli, o padri nostri...

UN SABINO

Vi togliamo a questi mostri!

UNA SABINA

Arrivate troppo tardi:
siamo spose!...

UN SABINO

Dio vi guardi
dal contrarre un matrimonio
con i figli del demonio!

UNA SABINA

Ma il demonio, dopo tutto,
non ci sembra così brutto...

ROMOLO

Per por fine a questo strazio,
venga avanti Tito Tazio:
potrei fargli una proposta...

TITO TAZIO

Hai una bella faccia tosta!

ROMOLO

Siamo, in fondo, dei Latini:
noi Romani, voi Sabini.
Se prendessimo l'impegno
di fondare un solo regno?

TITO TAZIO

Quest'idea mi piacerebbe,
ma di noi chi il re sarebbe?

ROMOLO

Tutti e due. Che te ne pare?

TITO TAZIO

Ci potremmo anche accordare...

GIULIO PROCULO

Piacerà molto ai Romani,
perché, avendo due sovrani,
son felici, in quanto sanno
che a nessuno ubbidiranno.

CORO

Finite le botte, finite le pene:
Romani e Sabini, volemose bene!

TITO TAZIO

Però, quel matrimonio, un po' affrettato,
andrebbe forse regolarizzato.

ROMOLO

E lo farò... Romani cittadini,
che rapiste le donne dei Sabini,
sarebbe troppo comodo, si sa,
se la faccenda terminasse qua.
Adesso, tutti quanti in Campidoglio!

UN ROMANO

E incominciano i guai pel portafoglio!
(La banda intona la « Marcia nuziale »)



LEGGENDE E NOVELLE



§§§


16-LA MALEDIZIONE DI LI-TAI-PO


(leggenda cinese)


Questa storia gentile e idiota,
narrata dal saggio Lao-tze,
avvenne in un' epoca ignota
nella santa città di Chen-te.

* * *

Conquistati i Nove Fiumi,
il terribile Wen-Tso
come sempre chiese lumi
alla maga Li-Tai-Po.

E la strega inavveduta:
«Prendi moglie» gli rispose,
« la più saggia delle spose,
la più bella e la più muta ».

Un veloce messaggero,
con quel bando singolare,
per le terre dell'impero
fino ai lembi del Gran Mare

instancabile viaggia
per trovare una donzella,
che sia muta e che sia bella,
che sia bella e che sia saggia.

Giunse un giorno la novella
nella casa di bambù
d'una vaga pastorella
che chiamavasi Li-Ju,

dalle guance gialle gialle,
dalle ciglia nere nere,
che abitava nella Valle
delle Cento Capinere,

La sua mamma, ch'era astuta,
ebbe subito un'idea:
« Mia Li-Ju, fior d'orchidea,
farai finta d'esser muta.

Mia Li-Ju, se tu diventi
la divina imperatrice,
avrai vesti e servi e armenti
sarai nobile e felice ».

Camminò per miglia e miglia,
per due mesi o forse tre,
finchè giunse con la figlia
al castello di Chen-te.

I terribili dragoni,
tutti in marmo, del dio Fo
vigilavano i bastioni
del palazzo di Wen-Tso.

La fanciulla fu condotta
presso il trono del gagliardo,
che, felice, al primo sguardo
n'ebbe l'anima sedotta.

Egli disse: «Io ben confido
ch'ella saggia e muta sia,
o la lingua le recido
e lo stesso sarà mia ».

La pulzella, ancor più vaga
nel tremore e nell'affanno,
presentata fu alla maga
che serviva il gran tiranno;

e la femmina malvagia
sottopose l'infelice
alla prova inquisitrice
dello spillo e della bragia.

La fanciulla risoluta
non gemette, non fiatò,
e la maga Li-Tai-Po
si convinse ch'era muta.

Intrecciarono i capelli
al guerriero e alla sua sposa,
ricoperta di gioielli,
gialla al pari d'una rosa;

e sfilaron dieci re,
quattrocento mandarini,
cinquemila palanchini
per le strade di Chen-te.

* * *

Nella Sublime Casa
la noia era feroce!
Dalla tristezza invasa,
Li-Ju, senza più voce,

errava pel giardino
più grande d'una serra:
nemmeno un granellino
di polvere per terra.

E chi sa quante foglie
accumulava il vento,
laggiù, presso le soglie
del focolare spento!

E con le gote gialle
sfiorite sempre più,
sognava, nella Valle,
la casa di bambù

e le lontane sere
in cui cantava: «Amore... »
come le capinere
gioiendo d'ogni fiore.

* * *

Il romantico soldato
Chen-Tao-Seng era infelice,
follemente innamorato
della bella imperatrice:

«Se le manca la parola,
non può certo denunziarmi... »
E ogni volta ch'era sola,
la cullava coi suoi carmi.

«Sei fresca come l'aurora,
o principessa Li-Ju;
la tua piccola bocca odora
come il fiore che odora di più.
Dànno splendore gli spilli
d'oro e le gemme fastose,
dànno profumo le rose,
gli uccelli son pieni di trilli,
ma dal mio povero amore
non nasce che un umile canto
con un profumo di cuore
ed un sapore di pianto... »

Taceva la principessa
a quella voce sommessa.
Ma quando la sera, al sussurro
d'un invisibile coro,
con la veste di notte e d'azzurro
ricamata di nuvole d'oro,
ella schiudeva le bianche
cortine del letto d'argento,
guardava le stelle un po' stanche,
ascoltava il sospiro del vento
(ma senza un gemito: accanto
sentiva russare il suo sire),
e ripensava a quel canto,
e non poteva dormire.

E un giorno le irruppe dal petto
la voce in un grido selvaggio:
« Io t'amo, Chen-Tao, mio diletto!
Io t'amo!... » E una notte di maggio,
l'imperatrice e Chen-Tao
fuggiron cantando: «Ciao-ciao... »

* * *

L'imperatore furente,
legata la maga Tai-Po,
la fece gettar crudelmente
nelle acque del fiume Lo-ho.

E la maga Li-Tai-Po,
per vendetta e per dispregio
fece allora un sortilegio
che i mortali rovinò.

Così disse: «Che la donna
ora e sempre sia loquace,
sicché mai non abbia pace
chi s'accosta ad una gonna!

Parli, parli in sempiterno,
la sua lingua mai s'asciutti!... »
Così disse, e andò all'inferno
dileguando in mezzo ai flutti.

Quel terribile anatéma
sugli umani s'abbattè,
com'è scritto nel poema
del saggissimo Lao-tze.


§§§


17-LO SCUDIERO INNAMORATO


(Novella medioevale)


Il visconte Rinaldo era, in più fieri
tempi, un potente e ricco signorotto,
in gamba ancora, pur se già anzianotto,
e al suo comando cento e più scudieri
contava, tra cui Lando era il più ghiotto.

Viveva nel castello monna Berta,
sua leggiadra metà da appena un anno:
un anno appena e già lui stava all'erta,
dal giorno in cui l'avevano scoperta
fra le braccia di un ospite normanno.

La teneva da allora prigioniera
nell'alta torre, il burbero Rinaldo,
ma assai l'amava e, appassionato e caldo,
era geloso pur di quella schiera
di servi, di cui Lando era il più baldo.

Dodici ancelle, fino a notte oscura,
restavano a vegliarla, e nessun uomo,
sotto pena di morte o di tortura,
poteva penetrar fra quelle mura,
salvo l'innocuo vecchio maggiordomo.

Era Lando, per lei, pazzo d'amore,
pronto a sfidare la più dura pena,
anche la morte, per un bacio appena
di quelle ardenti labbra: era, il suo cuore,
bruciato come un'ala di falena.

« L'avrò, l'avrò, lo giuro ». Egli sapeva
(e il petto gli s'empiva di speranze)
che il castellano, quando non cedeva
ai rari appelli delle grazie d'Eva,
dormiva sempre nelle proprie stanze.

Ed una notte il fiero garzoncello
osò, dicendo: «Vivere non giova
senza di lei, per lei morire è bello ».
E, salito sul tetto del castello,
entrò furtivo nella calda alcova.

Di nulla sospettò la donna amata,
per quanto grande fosse il suo stupore
sentendo, quella notte, il suo signore,
acceso da una febbre inusitata,
con tanta forza stringerla al suo cuore.

Poi tornò svelto, il giovane scudiero,
caldo di baci, nella camerata
dove dormiva tutta la brigata,
lasciando in braccio a un sogno di mistero
la bella castellana addormentata.

Gli piacque il gioco e a lei fece ritorno
per molte notti e mai sbagliò indirizzo.
Ella, talvolta, gli lanciava un frizzo:
« Mio potente signor, di giorno in giorno,
voi diventate sempre più rubizzo ... »

Ma in una fosca notte, ecco, succede
che dall'alcova è appena uscito Lando
ch'entra il visconte. Allora, ella gli chiede:
« Signor mio, qui di nuovo? ... » Egli intravede
la verità; sveglia le ancelle, urlando;

si precipita giù come una furia...
Il maggiordomo, tremebondo, accorre...
« Voglio saper chi il piede ha osato porre
nella sua stanza: il reo di tanta ingiuria
sarà impiccato a un merlo della torre ».

Tosto s'allontanò l'astuto e vecchio
servo; nel buio, senza far rumore,
entrò nel dormitorio e, inquisitore,
sul petto di ciascun pose l'orecchio
per ascoltarne i battiti del cuore.

Udì che il cuor d'un giovane garzone
batteva forte, forte più d'ogni altro;
gli tagliò allora, senza esitazione,
un ciuffo di capelli e dal padrone
ritornò, dopo, il maggiordomo scaltro.

Gli disse: «Signoria, saprete il nome
di quell'empio, non datevi pensiero;
domani all'alba, il perfido scudiero
che porti un segno di mancanti chiome
sarà impiccato a un merlo del maniero »',

Capì che i suoi minuti eran contati,
Lando, e s'alzò, deciso e circospetto;
percorse il dormitorio in tutti i lati
e, a tutti i suoi compagni addormentati
tagliato il ciuffo, si rimise a letto.

All'indomani, cupo e truculento,
i suoi scudieri radunò il visconte;
ma nel vederli, in preda allo sgomento,
balbettò solo: «Sono stati in cento! » ...
E desolato si grattò la fronte.


§§§


18-L'ULTIMA AVVENTURA DI DON GIOVANNI


Malinconico sbadiglia,
sulla porta veneranda
d'una piccola locanda
sulla strada di Siviglia,

un hidalgo:l'elsa impugna
d'una spada cesellata,
ha la giacca ricamata
di velluto colar prugna

la mantella grigio-chiara;
porta al mignolo una gemma,
dov'è incisa sul suo stemma
la ragion: NADA ME PARA.

Giunge or ora da Parigi,
ed è stanco; è stanco pure
d'una vita d'avventure,
di menzogne e di prodigi.

Ma respira: questa sera
sarà solo in una stanza.
E' una sera da romanza,
dolce, tiepida, leggera;

l'ombra è scesa silenziosa
sulla strada di Siviglia,
sulla terra che somiglia
a una camera da sposa...

Ad un tratto, nel giardino
un fruscìo lieve di gonna:
il profumo d'una donna
gli dà un tuffo repentino,

il profumo dell'amore
passa rapido e indistinto:
a quel fiuto, per istinto,
balza il vecchio cacciatore.

Dietro un grosso sicomoro
si rifugia e può vedere
una dama e un cavaliere
che conversano fra loro.

Scorge i vaghi lineamenti
d'una splendida andalusa,
che felice ascolta e illusa
queste frasi inconcludenti:

« Mai tanta ebbrezza avvampante
arder sentii nelle vene;
Fernanda, non vedo altro bene
fuori del vostro sembiante,

di questa carne d'avorio,
di queste nerissime chiome...
Se può interessarvi il mio nome,
mi chiamo Giovanni Tenorio... »

(Questo nome era famoso
fra le dame di Siviglia:
il terror d'ogni famiglia,
il terrore d'ogni sposo!)

« Voi, don Giovanni? » La donna
ha un piccolo grido, poi tace;
s'ode nell'ombra, fugace,
quel lieve frusciare di gonna...

« Vi ho tanto sognata!... » « Che dite!
Voi siete un amante infedele,
avete sul cuore crudele
il peso di tante tradite... »

«Ma siete voi la più bella!
- il caldo amatore sospira. ­
Siete più bella d'Elvira,
siete più dolce d'Estella... »

Fernanda lo ascolta tremante...
« Venite! - egli tende l'insidia. ­
pensate, le donne, d'invidia
impazziran tutte quante!

Verrete, lo so! Non appena
con la sua luce importuna
sarà tramontata la luna
dietro la Sierra Morena,

voi scenderete in istrada... »
«E dove mi condurrete? »
« Ci porterà nella quiete
d'una divina contrada

la più bella delle carrozze,
i cavalli avranno le ali:
le stelle saranno i fanali
delle nostre magnifiche nozze... »

* * *

Dopo un'ora, pensierosa,
affacciata alla veranda
della piccola locanda,
sta la dama un po' nervosa,

e nell'ansia che l'afferra
ella aspetta tremebonda
che la luna si nasconda
dietro i gioghi della Sierra.

« Posso offrirvi i miei servigi,
se in qualcosa, Ustèd, io valgo? ... »
E' la voce dell'hidalgo,
arrivato da Parigi:

una voce inopportuna
nell'attesa di quell'ora.
Egli parla, parla ancora
al chiarore della luna.

La signora è un po' restia
agli audaci complimenti,
ma l'hidalgo trova accenti
d'amarezza e d'ironia;

le sussurra: « Ahimé! Voi pure,
come l'altre, come tutte,
siano belle, siano brutte,
siano giovani o mature,

voi dal fascino d'un nome
- don Giovanni! - siete attratta... »
Ella insorge stupefatta:
« Voi sapete? E come? come?... »

« Nulla sfugge a un cuor che ama!
Ed io v'amo; e non mi glorio,
io, del nome d'un Tenorio,
non aspiro alla sua fama!

Egli coglie e poi calpesta,
deridendolo, ogni fiore!
Non sapete che il suo cuore
è una trappola funesta?... »

Quella voce! Mai nessuna
fu più calda e più suadente:
ha il sussurro d'un torrente
sotto i raggi della luna.

Ora, trepida, l'ascolta
e « Chi siete? » gli domanda
la romantica Fernanda,
che si sente un po' sconvolta.

« Che v'importa, o dolce fata?
Galoppai per miglia e miglia
alla volta di Siviglia
per trovarvi; e v'ho trovata. »

« Ma chi siete? » « Che v'importa,
poi che il dono dell'amore
non ha nome? Conta il cuore,
non il nome che si porta...

No, Fernanda, don Giovanni
non v'avrà! Voi non ci andrete:
voi, Fernanda, non cadrete
nel più vile degl'inganni!... »

* * *

La luna è scomparsa fra un nimbo
di nubi, ma il cielo è un poema,
dove ogni stella che trema
somiglia ad un cuore di bimbo.

Una carrozza divora
la strada deserta, nel blando
chiaror delle stelle, portando
l'hidalgo e la bella signora,

l'hidalgo che al dito ha lo stemma
col NADA ME PARA e ai fugaci
tesori d'ebbrezze e di baci
aggiunge una piccola gemma.

Nè sa quella donna, per cui
l'hidalgo sospira d'amore,
chi sia quello strano signore:
Giovanni Tenorio, era lui!


§§§


19-RIVIERA


Una moglie ideale, umile, brava;
ma da quattr'anni gli era sempre accanto,
e il marito, si sa, di tanto in tanto,
un po' di libertà la sospirava.

Un giorno s'ammalò, povera Tea:
oh, solo una febbretta, un raffreddore,
niente di più! Ma, amico del dottore,
il marito vigliacco ebbe un'idea:

« Dille ch'è stanca, ch'ha una brutta cera
e che una cura è più che necessaria,
che le s'impone un cambiamento d'aria:
venti giorni a Sanremo, a Bordighera... »

La povera signora - oh che castigo! ­
si ribellò: «Non posso, è una pazzia! »
Cecè, però, fu pieno d'energia:
« E' per la tua salute e non transigo »,

Preparerò le valigie a precipizio
lui stesso. La signora desolata
pianse, gemè per tutta la giornata:
« Non sopporterò mai questo supplizio! »

Quando il treno partì, trasse un respiro
Cesarino; non stava più nei panni
dalla felicità: dopo quattr'anni...
Provava come un dolce capogiro.

Che rimorso, però... Povera cara:
meglio mandarle subito un espresso,
che lo riceva l'indomani stesso
e la distanza le sia meno amara...

Si mette, dopo, in abito da sera:
ma dov'è la cravatta?... E' disperato:
non trova nulla, ahimè, coadiuvato
inutilmente dalla cameriera.

Il giorno dopo pranza al ristorante,
felice al fianco d'una vecchia amica...
Felice? E' strano, ma quell'aria antica
gli fa un effetto un po' debilitante...

Il terzo giorno è orribilmente lungo:
lo lascia indifferente ogni programma,
sente in sè il vuoto. E manda un telegramma
urgente: «Pianto tutto e ti raggiungo ».

La povera signora era in Riviera,
discesa in un albergo civettuolo;
pensa a Cecè, così lontano, solo,
triste; ma l'aria è tepida e leggera.

Quanta eleganza intorno! E su quel mare,
oh, quante vele e quanti sogni! Trova
ch'è bello, bello... E poi, quell'aria nuova
le fa un effetto tanto singolare.

E tutto ciò che vede e ciò che ascolta
le dà come un dolcissimo languore:
il capogiro? Già, come un liquore
che beva adesso per la prima volta.

La corteggiano tutti; anzi, ha ballato
ieri con uno che... se lo sapesse
Cecè, Dio mio, Dio mio!... La sera, lesse
il telegramma e sospirò « Peccato! »


§§§


20-LE SORPRESE DELLA STRADA(*)


Lungo i viali attoniti e deserti,
già da un pezzo le foglie eran cadute,
povere foglie, quasi anime mute,
inaridite, accartocciate, inerti:

Ma non eran cadute unicamente,
in quel lembo di strada solitaria,
le foglie morte, che impregnavan l'aria
della loro tristezza inconsistente ;

era caduta pure una borsetta;
caduta a qualche piccola borghese,
forse, che aveva fatto tante spese,
aveva tanti pacchi e andava in fretta.

Poverina, era lì, timida, triste,
quella borsetta, in quella via remota,
già rassegnata alla sua sorte ignota
palpitante d'incognite impreviste...

Ed ecco un uomo, un vagabondo forse,
che camminava placido, distratto,
inteso a quel brusio di foglie ; a un tratto,
col batticuore, la borsetta scorse.

Lo raccattò, furtivo, circospetto,
quasi temendo d'esser colto in fallo...
Il rosso in un astuccio di metallo...
una chiave... la cipria... il fazzoletto...

mille lire... una lettera piegata
d'uomo? di donna?... D'uomo, era sicuro
non c'è una donna che si chiami Arturo!
E, dopo, cominciava : « Mia adorata ».

Spiegò, con calma, il foglio un po' sgualcito
e lesse, ripetendo alcuni brani
a mezza voce : « Giungerò domani...
solito posto... attenta a tuo marito... ».

Nome? Indirizzo? Nulla... - E' fortunata!
Non vuol dir, però:certo, a qust'ora,
starà pensando, povera signora,
alla borsetta...se sarà trovata...-

E intascò il foglio. Poi scrollò le spalle;
il buio della notte era imminente:
depose la borsetta nuovamente
tra quelle foglie accortocciate e gialle.

Trasse quindi di tasca il dolce scritto,
che in cento pezzi seminò d'intorno,
fra sè dicendo : - Se farà ritorno,
vedrà distrutto il corpo del delitto... -

E se n'andò, commosso oltre ogni dire
pel bene fatto ad una creatura
ignota... All'osteria, dietro le mura,
si bevve, dopo, quelle mille lire.

Barcollando nel buio che l'attornia,
poi rincasa... La moglie : - Che disdetta,
caro !- gli disse. - Ho perso la borsetta
con mille lire!... - Gli passò la sbornia.

--

(*)
La stessa poesia, leggermente modificata, si trova pure nella raccolta "Reparto Agitati " col titolo: "La borsetta perduta"



§§§


21-L'ILLUSIONE (*)


Sul marciapiede d'una via remota,
in un mattino grigio e sonnolento,
stavano insieme un mozzicone spento
di sigaretta, un gambo di carota,

un chiodo usato ed altri avanzi vili,
quando un fuscello, spinto dalla brezza,
cadde sul gruppo... « Eh, che delicatezza!
Potresti aver dei modi più civili!

Non sai chi sono! » il mozzicone esclama.
Ed il fuscello : « Guarda un po'! Si picca
d'essere chi sa chi, mentre è una cicca !... »
« Io sono una gran dama, una gran dama! »

protesta allor la cieca inviperita.
« Anzi, lo fui: perché, vile fuscello,
perdei tre quarti del mio corpo snello
su quel rogo che chiamano la vita...

Ero una sigaretta d'Orïente
e ben nove sorelle ebbi : con loro
trovai rifugio in una stanza d'oro,
ove poltrivo deliziosamente.

Si spalancò la porta all'improvviso,
un giorno, ed una mano - era una mano
tepida, d'un candore sovrumano -
mi trasse fuori, m'accostò ad un viso

e li per li... » « T'appiccò il fuoco, pare! »
interruppe un fiammifero di legno,
carbonizzato per metà. Con sdegno,
il mozzicone replicò : « Volgare !

M'appiccò il fuoco! Pose una corona
di fiamma sul mio capo, intendi dire.
S'alzò l'incenso in voluttuose spire,
mentre, affondata nella sua poltrona,

mi stringeva una dama fra le dita
dolci e -nervose, sature d'unguenti,
e mi portava alle sue labbra ardenti,
ardenti e rosse come una ferita.

Felice, assaporando il mio profumo,
seguiva le mutevoli chimere
che disegnavan, labili e leggiere,
le volute azzurrognole del fumo.

E parlava, parlava... Io non capivo
quel che diceva : sono un'egiziana.
Ma sentivo una musica lontana
in quella voce, simile ad un rivo

che gorgogliasse sotto la nascente
luna... Ascoltavo in estasi, rapita,
senz'accorgermi ancor che la mia vita
si consumava inesorabilmente.

Diceva, forse, appassionata e stanca:
-Io non ho mai fumato sigaretta
più delicata...- Poi,l'ultima stretta,
e mi depose su una coppa bianca,

dove mi vide, con il cuor commosso,
finire, come un sogno che tramonta...
Sulla mia carta serbo ancor l'impronta
delle sue labbra, come un fiore rosso...»

Trasse un sospiro e tacque, emozionata,
immersa nel dolcissimo ricordo.
La riscosse il fiammifero balordo,
scoppiando in una stridula risata.

« Illusa! » esclamò dopo. « Io la conosco,
quella lingua! Mi chiamano svedese,
ma, lo confesso, sono del paese,
originario d'un vicino bosco.

Quelle :parole sovrumane e tènere
di cui parli, le intesi : ero presente.
T'accesi io stesso e ignominiosamente
finimmo nello stesso portacenere.

Te fortunata, che non hai sentito
che la dolcezza della bocca d'Eva,
senza comprender quello che diceva...
perché parlava, sai, di suo marito ! »

--

(*)
La poesia si trova anche nelle raccolte:
- Reparto Agitari
- Radiocronache rimate



§§§


22-L'ISTITUTORE


Nessuno dei passanti ha mai capito
che cosa accadde l'altro giorno, in Piazza
Dante, fra una biondissima ragazza,
il giovane studente Aldo De Tito

e il signor B., rettore d'un convitto.
Aldo cammina accanto a quella bionda,
quando una voce rauca e furibonda
urla: « De Tito, lei!... Con qual diritto?

E i suoi ragazzi?» E lui: «Guardi, signore,
che lei si sbaglia» «Non mi sbaglio un fico!»
La biondina non sa che quel suo amico
è in un collegio a far l'istitutore:

ascolta le parole di rampogna
che quel tipo rivolge allo studente,
e s'apre un varco, risolutamente,
tra quei curiosi, rossa di vergogna.

Aldo s'è fatto pallido, balbetta,
mentre dal lato opposto, ecco, i ragazzi
si son fermati e ridon come pazzi,
gustando quella sapida scenetta.

Ora, la cosa è subito spiegata:
l'istitutore aveva appuntamento
con la sua bella, e all'ultimo momento
dovette uscire con la camerata.

Pensò: «Ci vo lo stesso », e brevemente
disse ai ragazzi: «Ognuno al proprio posto
e in gamba, o guai! » Dal marciapiede opposto
li vigilava, come indifferente...

(Ragazzi di collegio: han nei cassetti
fotografie di sconosciute amanti,
donne misteriose e affascinanti,
che ammirano rapiti e circospetti;

carezzan tutti un avvenire egregio:
poeti, artisti, eroi diventeranno;
lungi l'idea che, forse, tra qualche hanno
faran gl'istitutori in un collegio...)

Il giovane, s'intende, è un po' avvilito:
istitutore, oh dio! Ma in fondo in fondo
sono pochi a saperlo: egli, pel mondo,
è lo studente in legge Aldo De Tito.

E guarda quelle facce consumate
d'adolescenti, i piccoli nemici
che rendon tetre inutili infelici
l'ore più belle delle sue giornate;

che in lui vedono solo un secondino,
mentre non è che un povero ragazzo,
che ci starebbe a far dello schiamazzo,
benché non studi più greco e latino.

Tutte le sere, dietro la sua tenda,
dopo aver fatto dir l'avemaria,
veglia pensando alla malinconia
di chi non ha una donna che lo attenda...

Ora è di nuovo libero: ha perduto
l'impiego e la ragazza in un sol giorno.
Son le dieci di sera: egli va intorno
solitario, un po' triste, un po' abbattuto...

I convittori sono adesso a letto,
ma non dormono: vedono ombre mute,
pensano a quelle donne sconosciute,
chiuse in un libro in fondo ad un cassetto.


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CRONACHE PER TUTTE LE RUOTE


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23-IL DISCORSO DEL DEFUNTO (*)


[In una cittadina americana, un ricco misantropo ottantaquattrenne ha voluto tenere lui stesso in chiesa il suo discorso funebre, mediante un disco fatto incidere qualche giorno prima di morire.]


I parenti in gramaglie: « Un cenobita!
originale sì, ma che brav'uomo! ».
dicevano di lui, quando nel Duomo,
innanzi ad una folla incuriosita,
sul catafalco il disco entrò in azione,
e il defunto scandì questa concione:

« Cari amici e parenti, io sono morto,
lontano ormai dalle miserie umane,
e di dir vino al vino e pane al pane
ho finalmente il piccolo conforto,
quello che mai non ebbi in vita mia
per convenienza o per ipocrisia.

« Nelle mie numerose primavere
(ottantaquattro) ho visto, a conti fatti,
che in una gabbia di sfrenati matti
s'è trasformato il mondo e, a mio parere,
poterne uscir nell'ora più opportuna,
anche portati a spalla, è una fortuna.

« Io non v'invidio, o voi che rimanete;
e, visto che dal mondo, o prima o poi,
sfolleran tutti e sfollerete voi,
meglio sfollare a causa del diabete,
della nefrite o della noce vomica,
che per effetto della bomba atomica.

« Dunque, parenti e amici, io non v'invidio.
Ed ora, poiché immagino vogliate
sapere in qual maniera ho sistemate
le mie sostanze, v'evito il fastidio,
con questo breve e semplice discorso,
d'andar dal mio notaio. Ho già un rimorso:

« so che voleste prendervi il disturbo
d'accompagnarmi verso il camposanto
con gli abiti da lutto e gli occhi in pianto,
mentre è palese pure al meno furbo
che innalzereste con commosso cuore
inni al diabete, al medico e al Signore.

« So che per voi non fui che un vecchio avaro,
un vecchio pazzo, e da diversi lustri
non facevate più, tangheri illustri,
che aspettar la mia morte e il mio denaro.
Lascio tutti i miei beni, in conseguenza,
a un istituto di beneficenza.

« rrivederci e grazie ». A questo punto,
la hiesa si vuotava immantinenti; esterrefatti,
lividi, furenti, fuggivan via gli eredi del defunto,
pronti a deporre gli abiti da lutto:
« Era un pazzo... un avaro... un farabutto!... ».

--

(*)
Alberto Cavaliere
la poesia si trova pure nella raccolta
"Radiocronache rimate"



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4-ALL'OMBRA DEI CIPRESSI


[Il venditore girovago Antonio Liuto, scoperto dal custode di un cimitero, presso Chioggia, mentre dor­miva in una cella mortuaria, ha dichiarato che egli per abitudine pernotta sempre nei cimiteri, gli unici posti dove si riposa davvero in tranquillità.]


Antonio vuol dormire indisturbato.
Ha pernottato a volte in qualche albergo,
ma all'indomani gli ha voltato il tergo,
dopo un sonno interrotto ed agitato:
anche di notte, un traffico, un viavai...
«Io, negli alberghi, non ci andrò più mai ».

Il cimitero (eh no, non c'è confronto!)
offre davvero un placido riposo;
nè, quando t'alzi, un avido ed esoso
albergatore ti presenta il conto,
che ti procura a volte un tale schianto,
da spedirti per sempre al camposanto!

E peggio degli alberghi, a quanto pare,
son diventati i pubblici giardini,
con questa crisi, pieni d'inquilini,
con coppiette qua e là... Senza contare
che, appena un poveraccio s'addormenta,
una voce lo sveglia: «Documenta!»

Il cimitero, invece, è l'ideale:
un silenzio... di tomba: una delizia,
quando s'è stanchi, l'oasi più propizia
per un riposo pieno e sostanziale:
al di qua di quel funebre cancello,
non un passo, un bisbiglio, un campanello...

In barba al folle traffico moderno,
ch'anche la notte più non ti dà requie,
lì puoi gustare, prima delle esequie,
quasi un assaggio del riposo eterno:
dormi coi morti, ma ti svegli ancora,
risalutando la novella aurora.

E poi, c'è questo: l'uomo, in generale,
prende purtroppo il... vizio della vita
e, giunta l'ora della dipartita,
non si rassegna al proprio funerale,
spesso si mette a urlar come un dannato,
disturbando i parenti e il vicinato.

Antonio, invece, no: nel camposanto,
all'idea della morte egli s'allena
e un bel giorno dirà, turbato appena
da un'ombra di lievissimo rimpianto
(lo sa che, prima o dopo, è inevitabile):
« Resterò qui per sempre, in pianta stabile ».


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25-LA GRAZIA


[Graziato per buona condotta dopo 53 anni d'erga­stolo l'ottantenne Felice Antonelli ha un aspetto straordinariamente florido e gode di una salute di ferro.]


E' un vecchio ottantenne,
ma ancora robusto,
dall'aria solenne
nell'abito frusto,

ha un'ottima cera,
nè accusa malanni:
è stato in galera
cinquantatrè anni.

Sul dorso non porta
che un lieve fagotto,
ch'è tutta la scorta
del fu galeotto:

due vecchie camicie,
qualche altro indumento
(ma attento, Felice,
ricordati, attento!

Sparire dal dorso
ti può in un baleno:
nel secolo scorso
rubavan di meno...).

Per strada cammina
con passo deciso,
a qualche biondina
lanciando un sorriso:

fa un po' il dongiovanni,
si sente giocondo.
Cinquantatrè anni
lontano dal mondo...

A parte il rimorso
d'aver ammazzato
(nel secolo scorso
sembrava un reato!),

in fondo, ha vissuto
dormendo d'impegno,
se non sul velluto,
sia pure sul legno.

Non ha mai firmato
contratti e cambiali,
non solo, ha evitato
due guerre mondiali,

comizi, adunate,
discorsi, litigi;
per cui vi spiegate
per quali prodigi

sia fresco, gioviale,
così ben disposto,
col polso normale,
col fegato a posto.

Ma c'è da temere
che presto deluso
dovrai rimanere,
tu, vecchio recluso.

Ancora tu giri
gli attoniti occhi
d'un bimbo che ammiri
dei nuovi balocchi;

ma, povero amico,
t'accorgerai presto
di quanto ti dico:
l'ergastolo è questo!

Oh, quello di prima
non fu che un ristoro,
goduto in un clima
di pace e lavoro...

Se ancora tu speri
che Dio ti conservi
con miti pensieri,
con placidi nervi,

a rotta di collo
ti tocca spedire,
su carta da bollo
da trentadue lire,

la supplica ardente
(e il Cielo ringrazia
se il buon Presidente
t'accorda la grazia!),

chiedendo clemenza
con questa preghiera:
« Permette, Eccellenza,
che torni in galera ».


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26-BACI...SALATI


[Un professore trentacinquenne, Lorenzo S., ha ricevuto l'intimazione di pagare L. 5.500 per «aver baciato una persona di sesso diverso» lungo la strada nazionale della Riviera Ligure.]


«Nel mezzo del cammin di nostra vita »,
nonché nel mezzo d'una strada ombrosa,
un professor di lettere a un'estrosa
febbre abbandona l'anima rapita:
perché talvolta il bambinello Amore
gioca dei tiri pure a un professore.

Passeggiava Lorenzo in riva al mare,
felice a fianco d'una figlia d'Eva,
ed insegnando alla sua dolce allieva
a coniugar l'antico verbo « amare »,
o commentando forse il sommo Dante,
...la bocca le baciò tutto tremante.

Ma, per disgrazia, come un'ombra occulta,
mentr'ei baciava il « desiato riso »,
ecco un'irsuta guardia all'improvviso
sorgergli innanzi e prendergli la mu1ta.
Il professore sospirò interdetto:
« Soli eravamo e senz'alcun sospetto ... »

Se l'infortunio ingrato e impreveduto
colpiva, un tempo, uno scavezzacollo,
con dieci e dieci (ivi compreso il bollo)
passava la paura: era un tributo
che ci faceva dire a cuor giocando:
« Ne valeva la pena, in fondo in fondo... »

Adesso è il bacio che il maggior aumento,
purtroppo, ohimè, fra tante merci accusa,
è la merce di scambio più diffusa
che sale a cinquemila e cinquecento,
anche se udremo un cerbero spietato
dir « Cinque e cinque », a risparmiare il fiato.

E se dovesse il celebre Cirano
chiedersi ancor: «Ma poi, che cosa è un bacio? ~>,
rinnegando il dolcissimo mendacio
di quel famoso ed ispirato brano,
risponderebbe in termini aggiornati:
«La bancarotta degli innamorati!... »

Quindi in gamba, ragazzi, e sempre all'erta,
mentre alle autorità costituite
chiediamo che una legge un po' più mite
protegga le espansioni all'aria aperta,
anche per l'alto costo degli alloggi
che complica l'amore al giorno d'oggi.

I sindacati tentino un ricorso
e, difendendo una categoria,
anche in omaggio alla demografia,
facciano in modo che agli aumenti in corso,
almeno per gli scapoli tenaci,
s'aggiunga un indennizzo: il caro-baci!


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27-LA MORTE NATURALE


[Su 296 persone morte a Nuova York il primo dell'anno, 280 sono state vittime di cadute e d'incidenti stradali.]


In tutta Nuova York, a Capodanno,
son morte appena sedici persone:
influenza, vecchiaia, indigestione,
tifo, scorbuto, mille ed un malanno
alla morte quel dì non han potuto
che dar quel modestissimo tributo.

Parliamo, qui, di morte naturale,
di quella gentilissima signora,
la quale, un certo giorno, a una cert'ora,
viene a trovarvi a casa e in generale
vi serve l'olio santo e il cataletto
a domicilio, in camera da letto.

Chiede il permesso, manda avanti medici,
preti, notai, congiunti e conoscenti;
di modo che, con tanti complimenti,
riusciva solo a visitar quei sedici:
su nove e più milioni d'abitanti,
bisogna convenir che non son tanti.

Ma a Nuova York, in quello stesso giorno,
alzatisi al mattino ilari e arzilli,
sani di corpo, immuni da baciIli,
a casa non facevano ritorno
duecentottanta: andati al Creatore
senza il concorso di nessun dottore.

Scontri, cadute; gente avvinazzata
che, reso un gaio omaggio all'anno nuovo,
tornava barcollando al proprio covo
per dormirvi tranquilla una giornata,
e che finiva sotto quattro ruote,
poichè del clackson non sentì le note...

La scienza, che da secoli s'ingegna
di prolungare agli uomini la vita,
a compiere miracoli è riuscita;
la morte, tuttavia, non si rassegna:
scacciata dalla porta, agile e destra
entra, per così dir, dalla finestra.

è li in agguato, in fondo a quella china,
o dietro quel semaforo, o procede
ebbra di whisky o gin: per cento prede
che le contende la penicillina,
in barba a tutti gli angeli custodi,
ne ghermisce trecento in altri modi.


E, proseguendo il ritmo del processo,
quella sarà la morte naturale;
non darà più notizia alcun giornale
di questo o di quel tragico decesso,
ma leggeremo un titolo in grassetto:
« è riuscito a morir nel proprio letto! »


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28-CONCORRENZA SLEALE


[Nell'Alta Marna alcuni ignoti hanno svaligiato un treno postale, lasciandovi un biglietto in cui dichiaravano che erano persone oneste, spinte alla rapina dal bisogno.]


Con tutte le rapine e i rapimenti
che infiorano la cronaca a dovizia,
non farebbe più effetto la notizia
che alcuni temerari malviventi,
con bombe a mano e mitra di contorno,
hanno assalito un treno in pieno giorno.

E al fatto, che ci ha scossi e ci ha stupiti,
non avremmo accennato, oggi, nemmeno,
se ad assalire e a svaligiar quel treno
fossero stati i soliti banditi:
è che purtroppo a compiere la gesta
è stata invece della gente onesta.

Gente perbene, che lasciò un biglietto
pel direttore della polizia,
vergato là per là, senza ironia,
anzi, improntato al massimo rispetto,
dichiarando turbata, anzi, sconvolta,
che rapinava per la prima volta;

e ch'era onesta, e che il bisogno ingrato
l'aveva spinta a consumar l'impresa,
poiché trovare i soldi per la spesa
oggi è un problema tanto complicato:
sicché molto spiacente e assai confusa,
concludeva così, chiedendo scusa...

No, no, signori miei! Per questa via
noi torneremo ancor nelle foreste,
dove, persone oneste e disoneste,
ci sbraneremo senza ipocrisia.
Ridiamo al mondo la vernice d'oro
dell'onestà, del senno e del decoro!

Come in tempi più miti e più sereni,
ci siano pure i ladri: è necessario,
dato che il mondo è bello perch'è vario;
ma siano loro a svaligiare i treni,
nè debban dire: «Ci mancava questa:
la concorrenza della gente onesta... »


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29-IL MATRIMONIO MANCATO


[Un marinaio, invece di presentarsi al rito nuziale, manda alla sposa un telegramma, comunicandole che ha cambiato idea.]


Tutto era pronto: il lungo velo bianco,
anche i fiori d'arancio, anche il banchetto,
gli amici e i testimoni in doppiopetto,
nonché la sposa con il padre a fianco;
mancava solamente il fidanzato,
che aveva a Tonia eterna fe' giurato:

Gustavo Tollené, di professione
marinaio fluviale «Adesso arriva,
non può tardare » E ancor non appariva,
mentre fra le duecento e più persone,
amiche dello sposo e della sposa,
ormai l'attesa s'era fatta ansiosa.

Già l'ombra ammanta la superba mole
del vecchio Saint-Denis lungo la Senna:
e Gustavo non c'è... Qualcuno accenna
ad un proverbio antico come il sole,
secondo cui quei bravi marinai
prometton sempre e non mantengon mai.

« Ma che sarà successo? »... Aspetta, aspetta,
viene, non viene, viene... All'improvviso,
ecco apparire il parroco indeciso,
che porge un telegramma ad Antonietta,
un telegramma che diceva, ohimè:
« Cambiato idea non sposo - TOLLENE' ».

La sposa scoppia in lacrime, gli amici
fan commenti maligni od indignati,
i parenti son tutti costernati,
le amiche (va da sè) sono felici,
e tutti quanti pensano al banchetto
con nostalgia, con fame e con dispetto.

Il padre della sposa, un navigante,
non si trattiene più, prende cappello
(aveva pronte a bordo d'un battello
alcune casse d'ottimo spumante):
colpito nella borsa e nell'onore,
egli intenta un processo al... disertore.

Io sto pensando adesso a un'altra cosa:
che trovate di spirito ha la gente!
Mai che una volta a me s'affacci in mente
un'idea così buona e luminosa!
Che ci voleva, fatemi il piacere:
« Cambiato idea non sposo - CAVALIERE ».


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30-DONNE MODERNE


[Un'attrice di Hollywood, sposata da pochi mesi con un ricco agricoltore, è fuggita per ignota destinazione a bordo di un aeroplano da lei pilotato.]


Avemmo un dì su picchi da avvoltoi
castelli poderosi e truculenti:
la donna, con sottili accorgimenti,
se la squagliò dai ponti levatoi.

Fu confinata, simile alle suore,
dietro le fitte grate secentesche:
con la complicità delle fantesche,
fuggì in lettiga dietro un nuovo amore.

Poi vennero i romanzi (escluso il giallo,
proprio di questa età calamitosa):
più insofferente al gioco e più animosa,
rapir si fece a dorso di cavallo.

Nel primo novecento, ancor sereno,
ma già anelante a più veloci corse,
per disertare il talamo ricorse
borghesemente ad un fumoso treno.

Vedemmo poi, più rapido e più frivolo,
l'automobile andar di balza in balza,
e lei se ne invaghì. Ma il tempo incalza:
la donna ormai si serve del velivolo.

Ma ciò che mi stupisce è che il marito
la vuole al proprio fianco ad ogni costo;
non bada a spese il tanghero, è disposto
a dissipare il patrimonio avito.

Ha assunto tre piloti al suo servizio
perchè gliela ritrovino senz'altro...
Per conto mio, quell'uomo è poco scaltro
e non possiede un'oncia di giudizio.

Io no! Votato ai più deserti giorni,
scrutando l'orizzonte sconfinato,
con un sorriso ambiguo e rassegnato
direi così: «Speriamo che non torni ».


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31-LA SETTIMANA DELLA SERIETÀ


[L'Ente Provinciale per il Turismo ha organizzato a Roma un carnevale d'altri tempi.]


In più leggiadri tempi, il carnevale
non era che una valvola di sfogo:
persone d'ogni casta e d'ogni luogo,
dandosi in braccio a una follia legale,
per sette dì mettevano a tacere
il decoro, il buon senso ed il dovere.

L'umanità sfilava per la via
nei più grotteschi e variopinti aspetti,
fra mitraglie di carta e di confetti
e carri... armati solo d'allegria;
dopo di che, pel resto dell'annata,
ridiventava saggia e costumata.

Dicon che il mondo adesso è assai più serio,
che del diletto s'è perduta l'arte;
e invece, da mill'anni a questa parte,
mai s'era visto tanto putiferio,
mai, nella storia delle genti umane,
s'eran vedute maschere più strane.

Viviamo in una specie di quaresima,
truccata tuttavia da carnevale:
la vita, in un cancàn paradossale,
in tutte le stagioni è la medesima,
un misto di digiuno e di baldoria
nel segno d'una grinta jettatoria,

E' quindi con un filo di speranza
che l'ultima notizia abbiamo appresa:
in diverse città, Roma compresa,
si vuol tornare a quell'antica usanza:
dimenticar la noia e la mattana
pel breve volger d'una settimana.

Ma, giacché siamo in tempi di riforme,
se noi vogliamo far del carnevale
una saggia parentesi annuale
a questa insania eterna ed uniforme,
esso diventi per l'umanità
la settimana... della serietà.

Pensate che bellezza, amici miei!
Niente più scherzi di cattivo gusto,
abolito ogni chiasso, ogni trambusto,
non più comizi, scioperi, cortei,
messi a tacer per sette giorni all'anno
la frenesia, la crapula, l'inganno...

La gente, ritemprata dalle sane
virtù d'una parentesi serena,
riprenderebbe poi con nuova lena,
per l'altre cinquantuno settimane,
il solito tran tran, ridando il « via»
al frastuono, alle ciance, alla follia...

---

N.B.
Con lo stesso titolo ma con testo diverso si trova nella raccolta "Milano...e poeu pu"



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32-CENTOTRENTENNE
DESIDEROSO AFFETTO...


[Un matusalemme jugoslavo, mediante un'inserzione pubblicitaria riesce a trovare la tredicesima moglie.]


Baschtiàn Kosciàn è un vecchio jugoslavo,
che un primato ambitissimo detiene:
ha sul groppone (chi lo batte è bravo)
centotrent'anni e se li porta bene;
se lo vedeste, sembra un giovanotto:
ne dimostra sì e no... centodiciotto!

Presso Kossòvo, dove è stabilito,
ha fatto, quel vecchietto indiavolato,
la più bella carriera di marito
che immaginar si possa: ha accompagnato
al camposanto dodici convogli
(pensate che costanza!): eran le mogli...

Ebbene, aveva espresso, ultimamente,
il desiderio di sposar di nuovo;
ma il bel sesso rimase indifferente,
in tutta la regione di Kossòvo,
per quanto al caldo appello del longevo
la stampa desse il massimo rilievo.

Già Baschtiàn disperava; e un dì la posta
gli porta fresca fresca una sorpresa:
gli è giunta da Chicago una proposta
strabiliante, incredibile, inattesa:
certa Maria Panwett, entusiasmata,
s'è offerta di sposarlo; è già salpata...

E' una donna non brutta, un po' volubile
(un diffuso giornale americano
l'ha intervistata) ed è rimasta nubile,
perché... nessuno ha chiesto la sua mano:
ora, in barba ai passati disinganni,
vuole sposare un secolo e trent'anni!

Allo stesso giornale ha dichiarato
che lo fa per buon cuore, intenerita
da quel matusalemme in buono stato
che chiede ancora un balsamo alla vita:
sarà, benché la donna abbia in amore,
assai spesso, più... fegato che cuore.


§§§


33-VENDETTA POSTUMA


[Commovente storia di un fumatore perseguitato dal­ la moglie per quel suo vizio.]


In fondo, mister Brat era un brav'uomo,
un marito pacifico, esemplare
e, soprattutto, un vero gentiluomo:
aveva solo il vizio di fumare,
seppure in questa età senza giudizio
quello del fumo può chiamarsi un vizio.

In tutto l'Oregon, dove viveva,
era stimato: ricco a dismisura,
se ne infischiava delle figlie d'Eva,
trovava il whisky odioso addirittura;
d'ogni umana virtù sembrava adorno;
solo fumava: tre toscani al giorno.

Ma mister Brat aveva, per disgrazia,
una moglie bisbetica e cattiva;
benché servita in tutto e sempre sazia,
ella, quel vizio, il fumo, lo aborriva,
sicché, dal giorno in cui s'era sposata,
dormiva in una stanza separata.

«Pensate, fuma! Fuma tre toscani...»
«Non son poi tanti, spende poche lire! »
« Ma mi appesta la casa ed ha le mani
gialle di fumo e puzza da morire... »
Il pover'uomo usciva con la bava,
fumava il suo toscano e rincasava...

Finché un giorno morì, non confortato
da un'onda dolce di parole tenere:
si spense come un sigaro, lasciato
casualmente, così, su un portacenere.
E tacque fino all'ultimo momento;
ma affidò la vendetta al testamento.

Dispose infatti: «Lascio interamente
alla signora Brat i miei milioni,
a patto che costei, se se la sente,
fumi in presenza a quattro testimoni
tre toscani ogni giorno, e il mio legale
stenda ogni volta apposito verbale.»

L'afflitta vedovona adesso fuma
per non veder... sfumar l'eredità;
maledice la vita, si consuma
nella sua rabbia, sputa, e ben le sta...
Ma son gl'inconvenienti dell'inizio:
anch'essa, o prima o poi, prenderà il vizio!


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34-UN PICCOLO DIFETTO


[Violenta rissa provocata in un caffè di Milano da sei donne, che si contendono un gobbetto.]


Trentenne, capitale redditizio
venti milioni, piccolo difetto,
conoscerebbe scopo sposalizio
seria illibata congrua dote affetto.
Casella tale... Ricevè per posta
duecentotrenta lettere in risposta:

duecentotrenta lettere infiammate,
dove altrettante languide zitelle
- tutte, s'intende, serie ed illibate ­
le lor virtù portavano alle stelle
e al richiedente offrivansi devote,
giurando eterna fe' con congrua dote.

Egli rispose a sei. L'appuntamento
è in un caffè del centro di Milano:
sceglierà poi tra loro a piacimento.
Segnale convenuto: un fiore in mano.
Entra un gobbetto. Lui?... Certo, è in orario,
ma quello non è un uomo, è un dromedario!

Dato un rapido sguardo intenditore,
senza esitare, il gobbo ganimede
s'accosta ad una delle sei signore,
la più piacente, e accanto a lei si siede.
Le altre cinque illibate hanno un sospetto:
che sia la gobba il «piccolo difetto? »

E all'improvviso, come ad un segnale,
si lancian tutte verso il tavolino
dove il gobbetto, assai sentimentale,
si sdilinquisce come un damerino.
- Vigliacco! Farabutto!... - E chi le frena?
A momenti gli spianano la schiena!

Per terra si frantumano due tazze,
accorrono le guardie... E quella giostra,
perché si contendevan sei ragazze
un benestante gobbo: il che dimostra
(tanto è caro un marito a chi lo scopra)
che al... difettuccio ci passavan sopra.


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35-MANICHINI


[Ciò che accadde a un vecchio legatore di libri, il quale si lasciava sedurre dai manichini esposti nella vetrina di un negozio di moda.]


Legatore di libri, rincasava
da trent'anni, la sera, alla stess'ora;
da un po' di tempo, adesso, ritardava
e il fatto insospettì la sua signora:
che si sia messo a fare il dongiovanni
alla tenera età di sessant'anni?...

A ripensarci su, da circa un mese
gli ritrovava un'aria sbarazzina...
Gli andò incontro, una sera, e lo sorprese
fermo in via Roma, innanzi a una vetrina,
a contemplar con gli occhi di chi sogna
sei donne nude: all'età sua, vergogna!

Donne di legno, oh dio, poco allettanti,
dei manichini; sì, ma poi, la notte,
il legno s'animava: esili amanti,
spose rapite, vergini sedotte...
La moglie, grassa asmatica cadente,
ci scapitava irrirnediabilmente.

Da molti giorni il vecchio, rincasando,
sostava un'ora lì, con gioia enorme:
si ricordava d'altri tempi, quando...
eran di carne quelle elette forme.
Disse alla sua metà, meno entusiasta,
che pure l'occhio ha i suoi diritti e basta!

E' finita la pace, ora, in famiglia.
Il legatore va dal commissario,
il quale è un uomo saggio e gli consiglia
di ritornare ad osservar l'orario;
lo prega, inoltre, d'una cortesia:
tornando a casa, faccia un'altra via.

Prepotenze? Che importa?... Innanzi agli occhi,
ugualmente, danzando gli s'aduna
una schiera di femmine coi fiocchi...
Oh legatore, abbiamo una fortuna:
la fantasia nessuno ce la toglie,
nè il signor commissario nè la moglie!


§§§


36-IL TEOREMA DELL'AMORE


Un anziano professore di matematica s'inuagbisce di una sua allieva e se la sposa, dimenticando la legge... delle proporzioni.


Figliuolo di papà, Carlo ha vent'anni
è ancora alunno d'un liceo viennese
(ma com'è avanti! Salvo disinganni,
col genitore che non bada a spese,
diverrà un giorno, quando sarà adulto,
ingegnere, dottor, giureconsulto ... ).

Intanto, il nostro Carlo s'innamora
d'una compagna quanto mai carina,
che si chiama Pavlùsa: è una signora
diciannovenne, alquanto sbarazzina,
moglie del professor di matematica
ch'è cinquantenne, invece, ed ha la sciatica.

Il professore spiega la tangente,
parla del seno e dell'ipotenusa;
ma per Carlo Zoltàn, naturalmente,
quello che conta è il seno di Pavlùsa,
mentre questa a memoria altro non manda
che un postulato: «Al cuor non si comanda ».

L'alunno, ch'è un ragazzo molto schietto,
lo spiffera senz'altro al professore:
« Il tre, voi dite, è un numero perfetto:
in algebra però, non in amore,
perché in amore si sta meglio in due,
dato che il terzo è fatalmente un bue ».

Il professor ne parla con la moglie
e risolve il problema interessante:
il tribunale la domanda accoglie,
concedendo il divorzio sull'istante.
E... come si voleva dimostrare,
ora i due alunni saliran l'altare.

Quel professore rigido e solenne
s'era scordato delle... proporzioni:
diciannovenne lei, lui cinquantenne,
e l'ha sposata... Belle distrazioni!
Un'illusione, l'ultima, è finita,
cadendo dal trapezio della vita.


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37-LA MOGLIE POETESSA


[Un marito scopre un diario, su cui la romantica moglie tracciava in versi i propri pensieri e le proprie vicende matrimoniali.]


Donna Letizia va dal commissario:
lo sposo l'ha percossa e l'ha contusa,
divenuto ad un tratto autoritario,
poiché scoprì gli sfoghi che alla Musa
la romantica moglie, un po' delusa,
confidava in un intimo diario.

2 giugno (dell'altr'anno): «E' ancora notte,
ma il giorno fra le stelle è già palese.
Francesco è molto buono, è assai cortese;
un po' grasso. Commercia in terrecotte,
guadagna al giorno diecimila e rotte.
Mi sposo il 22 di questo mese.»

23 giugno: «Verità indiscussa,
in lacrime maturano i sorrisi
del mondo... I malinconici narcisi
si curvan disperati, il sogno bussa
piano al cuor mio con fremiti improvvisi...
Niente da fare, ohimè! Francesco russa. »

12 luglio: «E' triste, dopo tutto,
non essere vicina a un dolce cuore,
come alla terra è pur vicino il fiore;
E scrivo versi senza alcun costrutto,
mentre sogno una favola d'amore...
Francesco si fa sempre un po' più brutto.»

18 agosto: «Il giorno è quasi chiaro,
benché una stella ancor nel cielo splenda.
I frutti si comprimono a vicenda
negli orti umidi e freschi... Il cuore è amaro,
come chi più non speri e non attenda.
Francesco si fa sempre un po' più avaro.»

Aprile (di quest'anno), addì 18:
« Leopardi è bello, non ti stanca mai.
Ma questa notte sono strana assai,
mentre il mio cuore dall'angoscia è rotto:
forse perché fioriscono i rosai...
Francesco ronfa come un ottentotto.»

Adesso è intervenuto il commissario,
appianando il litigio un po' grottesco:
il marito panciuto e sedentario
dormirà meno... In quanto a lei: «Francesco
- stanotte scriverà sul suo diario -
è diventato pure un po' manesco. »


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38-DISOCCUPATI...


[Circa 40.000 persone, munite di certificati falsi, percepivano a Roma abusivamente il sussidio di disoccupazione.]


A Roma, invece d'intristir nell'ozio,
quarantamila e più disoccupati
eran, oltre che stabili impiegati
in qualche industria, in questo o in quel negozio,
anche occupati... ad imbrogliar l'erario,
arrotondando il labile salario.

Con false carte fabbricate in serie,
ormai da circa un anno erano iscritti
fra quelli che accampavano diritti
all'offa dello stato (oh Dio, miserie,
briciole, si capisce: in ogni modo,
son tempi, questi, in cui tutto fa brodo).

Si tratta, adesso, di arrestarli in massa;
ma la Questura dove li sistema?
Credete che sia facile il problema
e poco ingarbugliata la matassa?
Sono, signori miei, quarantamila:
provate a immaginarli messi in fila...

San Vittore, non so, Regina Coeli
ed altri... alberghi destinati ai ladri,
furono fatti in tempi più leggiadri,
quando Mercurio aveva i suoi fedeli,
tra grandi, medi e piccoli predoni,
che ancor non si contavano a legioni.

Miti e felici età, quando un panino
ed una zuppa non costavan niente.
Nutrite adesso tutta questa gente!
(E va trattata, in carcere, a puntino,
o è pronta anche lì dentro a scioperare...)
Per me, darle il sussidio è già un affare.

No, no, credete pure, è un bel fastidio;
meglio piantarla lì, con un rimprovero:
« Il governo, ragazzi, è così povero,
e voi che gli sbafate anche il sussidio!
Non fatelo mai più per l'avvenire;
e il vostro grido sia - Ricostruire! -»

Il male è che il bilancio va in malora;
ma qualche benpensante ha commentato:
« Sarebbe giusto, in fondo, che lo stato
desse il sussidio pure a chi lavora,
visto che lo stipendio è così scarso,
che dopo cinque giorni è già scomparso ».

Ed ha concluso: «Via, far questo inferno
per poche centinaia di milioni,
da alcuni miserabili straccioni
sottratti senza scrupolo al governo!
Per una volta tanto - è la morale
se il derubato è lui, niente di male ».


§§§


39-PENULTIME NOTIZIE


Mariti per forza

Sotterrato il fascismo, hanno abolito
le norme relative al celibato.
Immagino vi sia più d'un marito
che inconsolabilmente avrà esclamato:
«Hanno tolto la legge, ma la moglie,
mi dite, amici miei, chi me la toglie? »

Studi e ricerche

Un professor di scienze comparate,
a Mosca, va da tempo sostenendo
che le correnti d'aria, utilizzate,
farebbero miracoli. Comprendo:
con una... polmonite intelligente,
si metterebbe a posto un continente!

Celebrazioni

Il quattro ottobre è stato celebrato
il dì della bontà verso le bestie:
frate Francesco, mite e delicato,
esortò l'uomo a non dar lor molestie.
Avremo in un fatidico domani
il dì della bontà verso gli umani?

Mondo moderno

Leggiamo che in un'asta parigina,
che richiamò di medici un raduno,
furon venduti più d'una ventina
di teschi umani a mille franchi l'uno.
Signori, al tempo d'oggi - è positivo _
l'uomo val più da morto che da vivo!

Romanzieri

Un referendum nord-americano
c'informa che su dieci romanzieri
nove scrivon la notte a tutto spiano,
mentre di giorno dormon volentieri.
Speriamo in un sonnifero coi fiocchi,
ch'anche di notte chiuda loro gli occhi...

Vecchie opere

Abbiamo letto, con un senso strano
d'indifferenza e di malinconia,
che dal ridotto esercito italiano
sarà radiata la «Cavalleria ».
La salutiamo coi più cari abbracci,
sperando che non restino i... « Pagliacci »,

Fortune

A Milano un signor scopre ch'è becco,
in modo affatto nuovo e interessante,
poiché sua moglie vince un terno secco
giocato in società col proprio amante.
Egli ha chiesto il divorzio e c'è riuscito:
ha vinto un terno secco anche il marito!

Ladri allo Zoo

Nello Zoo milanese un malvivente
ha rubato due anitre pregiate.
Invitato a scolparsi da un agente
che l'ha sorpreso: «E che, pretendevate
- avrà risposto il furbo lestofante ­
che rubassi un leone o un elefante? »

« Guida dell'inferno»

Muore a Chicago, ormai dimenticato,
un Dante più prosaico e più moderno,
che cinquant'anni fa scrisse un trattato
dove illustrò le pene dell'inferno;
un inferno che provoca il sorriso:
rispetto al mondo d'oggi è un paradiso!

Ladri

In un locale pubblico, a Torino,
un novantenne ancor abile e scaltro,
sorpreso a derubare un borsellino,
dice che il furto è un vizio come un altro.
Simpatico, però (c'è chi lo loda):
a novant'anni segue ancor la moda!

Esecutori testamentari

Un mendicante lascia, in California,
ventiduemila dollari al suo cane,
che non può manco prendersi una sbornia,
a somiglianza delle genti umane.
Ma gli hanno messo accanto un assistente,
che si sbornierà lui, naturalmente...

Rose e spine

Dopo accurati studi, un paziente
floricultore delle Filippine
è riuscito a creare di recente
una pianta di rose senza spine,
mentre teste europee meno ingegnose
ci dànno molte spine e niente rose.

L'esempio dell'uomo

Nello Zoo di Milano una bertuccia
sfila un anello d'oro a una signora,
mentre questa le porge qualche buccia
che l'ingrato quadrumane divora.
Ingorda e ingrata: ormai non è più scampo,
la scimmia imita l'uomo in ogni campo.

Pericoli tn vista

Le auto dei dottori avran tra poco
- così si afferma - un simbolo speciale
e potran, come i vigili del fuoco,
passare senza attendere il segnale.
Morale: non per essere malèdici,
aumenteran le vittime dei medici...

Il latte

A SamsÖ un grosso incendio è stato spento
con circa cento ettolitri di latte:
qualche lattaio ne sarà contento,
perché questa notizia, a cose fatte,
in lui ribadirà l'idea speciosa
che il latte e l'acqua son la stessa cosa.

Cure per corrispondenza

C'è in Argentina un medico che cura
i suoi clienti per corrispondenza.
Ma come? In questi tempi di ventura,
con tanti ordigni che inventò la scienza,
non v'eran già sistemi in abbondanza
per ammazzare il prossimo a distanza?

Brevetti

Un ingegnere svizzero brevetta
la « serratura lampo» pei cerini,
che, chiusi a chiave in una scatoletta,
non saranno accessibili ai bambini.
Ed una serratura al portafogli,
in modo che non l'aprano le mogli?

Statistiche

Secondo una statisnca olandese,
dovuta a un ente d'assicurazione,
i coniugati, almeno in quel paese,
vivon più degli scapoli. Benone!
Dopo questo, mia moglie, inorgoglita,
si crede un elisir di lunga vita.

Processi

Strani commerci! In base a nuovi dati,
la Russia esporta negli Stati Uniti
mille scheletri al mese, utilizzati
per processi scientifici più arditi.
Povero russo: prima (è uno sconforto)
lo processan da vivo e poi da morto!

Usi e costumi

Presso alcune tribù di Terranova,
contrariamente all'etica europea,
l'uomo ha il diritto di tenere in prova
la moglie per due giorni: ottima idea!
Perché la legge, raddolcendo il giogo,
non è uguale per tutti e in ogni luogo?

Vedovo undici volte

Nei pressi di Milazzo, un moribondo,
con sulle spalle un secolo sonato,
nel chiuder gli occhi: «Non rimpiango
il mondo,
vi si fan troppe chiacchiere » ha esclamato.
Ci credo! Aveva avuto esattamente
dodici mogli (l'ultima è vivente).

Archeologia

In una tomba, a Memphis, un acuto
egittologo inglese ha decifrato
un'iscrizione, ma non ha voluto
dire a nessuno il suo significato.
Qui c'è una sola ipotesi che regge:
c'era scritto così - fesso chi legge?

Conferenze

E' stata inaugurata, col concorso
di ventidue Repubbliche, all'Avana,
(e per ogni Repubblica un discorso)
la conferenza panamericana.
Il luogo è scelto bene e ne desumo
che tutto mancherà, tranne che... il fumo.

Con quel nome!

Agrippina De Angelis, romana,
dovendo partorire di lì a poco,
aveva una trovata un po' balzana:
telefonava ai vigili del fuoco!...
Temeva anch'essa, a quel che si suppone,
di dare al mondo un piccolo Nerone.

Uomini e bestie

Secondo una statistica, che studia
la nostra attività universitaria,
la nuova gioventù vieppiù ripudia
la bella facoltà veterinaria.
Credete a me, le bestie, compiaciute,
si diranno così: «Tutta salute ».

Usi e costumi

In Cina, per un uso venerando,
quando muore uno scapolo, i parenti
scelgono una defunta, celebrando
il matrimonio come tra viventi.
Far sposare due morti: è una trovata!
La pace familiare è assicurata.

La moglie ideale

Muta da dodici anni, una donzella
- c'informan da una calabra borgata -
ha ritrovato a un tratto la favella
il giorno stesso in cui s'è maritata.
Lo sposo si domanda impensierito:
« Non era un trucco per trovar marito?... »

L'età del mondo

In base a certi calcoli recenti,
il mondo avrebbe due miliardi d'anni:
certo, di fronte agli esseri viventi,
ai più longevi pieni di malanni,
ha una gran bella età; ma non c'è indizio
che si decida a mettere giudizio.

Recidivo

Sei mesi di galera a un malvivente
perché ha rubato un pollo, a Pordenone;
lo stesso furto, l'anno precedente,
gli era costato un mese di prigione.
Avrà detto perciò, con voce amara:
« La vita si fa sempre un po' più cara! »

Poeti ladri

A Desio, un malfattor ruba, una notte,
mezzo milione e poi - bella ironia!
tranquillamente il derubato sfotte,
lasciandogli un saluto in poesia.
Io faccio versi, sì, ma, meno astuto
vi rubo tutt'al più qualche minuto...


§§§


SONB DOPOGUERRA


40-SNOB MENEGHINO


Ad ogni guerra, perduta o vinta,
segue una moda più o meno spinta.
Nel '19, quando Parigi,
allora al colmo dei suoi prodigi,
lanciò la moda della garçonne,
fece insanire tutte le donne.
Che tempi quelli per le ragazze!
Furoreggiavan le idee più pazze.
La donna, stanca di far la schiava,
a tredici anni si emancipava:
giacca e cravatta, capo scoperto,
capelli corti, quasi all'Umberto;
una borsetta di pelle fina,
con dentro un grammo di cocaina,
e nel cervello, per sua sciagura,
nemmeno un grammo di segatura.
Tra maschi e femmine, in apparenza,
nessuna traccia di differenza,
benché restasse sempre integrale
la differenza fondamentale,
che sembra niente, ma che ben tosto
rimise quasi le cose a posto.
La moda, invece, ch'oggi imperversa,
è di natura molto diversa.
Dei suoi seguaci più accreditati,
fra vitaioli spregiudicati
e « gagarelle » più o meno sciocche,
nell'ora sacra del Faivocloccbe,
trovi in Via Monte Napoleone
un campionario che fa impressione.
è, nella vecchia plebea Milano,
il buen retiro del baciamano;
è il profumato tempio dell'ozio,
dove non trovi solo il negozio
o il caffeuccio piatto e volgare,
ma un angoletto crepuscolare,
dove, tra inchini, profumi e vezzi,
son profumati più ancora i prezzi.


è lì che trovi, spirituale,
fine, moderna, la pia vestale
dell'eleganza, di quel buon gusto
che ormai dilegua da un mondo frusto.
è molto ricca la signorina:
mamma ha venduto tanta farina.
Non bada a spese madamigella:
babbo vendeva la mortadella,
ed ha rischiato fin la galera
quando imperava la borsa nera!
Come si chiama? Gina? Marianna?...
No, ve ne prego! Freme, si danna,
se le affibbiate siffatti nomi:
lei non demorde da certi assiomi,
per cui la vita, senza L'« i » greca
(che in altre lingue tanto si spreca!),
o per lo meno senza l'« e » muta,
non val la pena d'esser vissuta.
Giunta alla soglia dei quindici anni,
perciò, si chiama Lilly, Lully, Anny,
Mary, a seconda dei suoi capricci:
se tutto manca, si chiama Cicci.
Le americane: lo so, lo so,
per imitarle fa quel che può.
Compra famose riviste esotiche
e, quando sfoga le smanie erotiche,
geme « my darling »; c'è più decoro
che in quei nostrani « caro » o « tesoro ».
Carezzerebbe l'idea chimerica
di trasferirsi nel Nord America:
in base ai film ch'ella ha ammirato,
quello è un paese spregiudicato,
dove la donna sposa, fa il corno
e poi divorzia, tutto in un giorno.
Se avesse avuto più iniziativa,
avrebbe forse fatto la diva;
qui c'è un ambiente più provinciale,
che, in certo senso, le tarpa l'ale...
Sputa pensieri triti e ritriti
sui vari Freud mal digeriti;
parla di Sartre, di Salacrou
(« mi piace un pozzo », «non mi va giù »):
non ha mai letto, naturalmente,
neppure un rigo di quella gente,
ma sa che anch'essi, col whisky and soda,
sono dei nomi molto alla moda.
E non ostante tanta cultura,
quando si sente sola e sicura,
legge i romanzi dell'Invernizio ,
cambiando il nome sul frontespizio...

***

Vi ricordate di quel « gagà »
che imperversava tanti anni fa?
Era lo scemo senza un « luigi »
che sospirava la sua "Pavigi";
era il decoro del marciapiedi,
che amoreggiava con una lady,
era l'artista della stoccata,
che redimeva la cicca usata,
il cavaliere dell' erre moscia,
l'eroe mancato della deboscia,
senza speciali complicazioni
oltre alla riga dei pantaloni.
Rinvigorito dopo tre lustri
da una panciata di film illustri,
da ricchi sorsi di whisky and soda
(una bevanda sempre alla moda)
e da una nuova ricchezza-lampo,
il « gagarone » del vecchio stampo
s'è trasformato nel fatalone
che va per Monte Napoleone.
è un esponente del tempo nostro:
no, poverino, niente Cagliostro,
nè Casanova, nè Don Giovanni;
è un imbecille sul fior degli anni,
i cui problemi fondamentali
sono i pullovers sensazionali,
il bridge, il tennis, le corse, i cani
(«son così "pveso" tutto domani »)
e la sua « scatola»: la mille e cento
(« racchia », ma in fondo non n'è scontento).


Certo, è un ragazzo molto pulito:
« il bagno è l'uomo» proclama e, uscito
di casa, sente d'un fresco effluvio:
egli è un assiduo del pediluvio.
Per l'eleganza non bada a spese:
porta un completo di stoffa inglese
(stoffa che a Biella fu fabbricata,
ma per inglese lui l'ha pagata).
In una tasca dei pantaloni
ha una manciata di bigliettoni
e quando occorre, ligio all'usanza,
li tira fuori con noncuranza,
quasi confuso - vi fa capire -
che non sian dollari, ma appena lire.
Ha il bar in casa, dove agli amici
- tutti più o meno ricchi e felici ­
offre un cocktail, con cui sfidate
tutti i veleni di Mitridate.
Dopo ingerito quell'elisire,
comincia l'"ovgia": sarebbe a dire,
s'attacca un disco con un jazz negro,
o brasiliano, triste od allegro,
lo s'accompagna - du du du du ­
sotto una luce violetta o blu,
quindi, esauriti cinque o sei dischi,
si beve un dito di falso whisky,
s'esclama in coro: «"pevò", che vita! »
e si va a letto: l'"ovgia" è finita.

Non c'è mai caso che quel baggiano
risponda al mite nome Gaetano;
sul suo biglietto non c'è mai caso
che porti scritto Rocco o Tommaso:
sta pur sicuro che il signorino
si chiama Bepo, si chiama Pino,
si chiama Gege, si chiama Memo:
innocuo, in fondo, ma tanto scemo!
E se davvero veder lo vuoi
«nel quinto cielo dei fasti suoi»,
dove il suo genio più se la fa,
è nelle sale del cinemà.
Lì, favellando delle «riprese »,
sfoggia i sei nomi del proprio inglese:
sei nomi in tutto, ma s'è convinto
che sa l'inglese quasi d'istinto
e che fa parte di qull'élite
che parla il gergo di Broadway Street.
Trova ch'è buona la « dissolvenza »,
che il film è fatto con diligenza;
osserva pure ch'è indovinata
e originale la « carrellata »,
che per l'effetto dei « primi piani »
vi sono solo gli "amevicani".
Spesso a godersi va in un locale
dei film esotici l'originale,
senza il doppiaggio, che toglie il pregio,
che sa di trucco, ch'è un sacrilegio:
no, chi ha sentito la voce autentica
di Rita Hayworth, non la dimentica,
e in italiano com'è indigesta!
«"Fovse" è la lingua che non si "pvesta"»...
Questo il ritratto del « gagarone »
che va per Monte Napoleone
e al socialismo perdonerà,
«"puvché" sia quello di Savagà ».

--

Nota:
Le parole virgolettate
sono pronunciate con l'erre moscia:
usa la "v" al posto della "r" e quindi andrebbero scritte in corsivo.



§§§


41-LA CONTESSINA DELLA BORSA NERA


Frequenta i « night » in abito da sera,
spigliata, ingioiellata, civettuola;
studia il francese. è l'ultima figliuola
della contessa della Borsa Nera.
Tratta il denaro, specie la domenica,
come il blocchetto della carta igienica.

Un'intervista lampo. « Contessina,
che è mai la vita? » «Un nulla, una sfogliata,
è l'ombra d'una Camel delicata,
è il profumo d'un fior (fior di farina),
è una... tavola breve, un sogno. azzurro,
con la dolcezza d'un biscotto al burro ».

«E che cos'era, ditemi, contessa,
otto o nov'anni fa, quando in quel forno
guadagnavate dieci lire al giorno
in qualità di semplice commessa?»
«Oh, l'ombra di un'indigena, un fetore,
una pagnotta intrisa di sudore».

«è meglio adesso o prima? » « Che domande!
Paragonar quel tempo senza tessere
a questo dolce e placido benessere ...
Sapete, amico mio, che siete grande?
Paragonare una carretta ignobile
- quella che anch'io tiravo - all'automobile!»

«Avete l'automobile?» «Una sola?...
Ma voi scherzate! » E aggiunse con disprezzo:
«Con la miseria d'un milione e mezzo,
una ce l'ha qualsiasi famigliola.
E a Stresa abbiamo pure il motoscafo:
verrete un giorno? Si capisce, a sbafo...»

«Avete tanti ghei, dunque?» «Mio caro,
sono finiti i tempi in cui nell'oro
nuotavan solo i ladri; oggi è il lavoro
che dà diritto al facile denaro.
E Dio protegga ancor questa simpatica
buona feconda Italia democratica!»

«Perché? Voi lavorate, contessina?»
«E come, amico mio! Detesto l'ozio:
di giorno, mi trovate nel negozio...
Vi serve, forse, un chilo di farina?»
Sorridente ammiccò: «Caro signore,
per voi toujours, e a prezzo di favore».


§§§


I BEAT


42-CAPELLONI


I beat, a parer mio, non hanno torto:
in nome del lavoro e del progresso,
col cuore brullo e col pensiero morto,
l'uomo rinunzia ad essere se stesso.

Resta alla vita un unico conforto:
una bella automobile, che spesso,
usata per dovere o per diporto,
...ci mena dritto all'ombra d'un cipresso.

E tutti, ricchi o no, stupidi o scaltri,
han su per giù gl'identici ideali,
gli uni sOn sempre più simili agli altri...

Ecco, però, che alcuni giovincelli
si credono diversi, originali
perché si fanno crescere i capelli

***

Son questi i cosiddetti capelloni
che, per lo più figlioli di papà
tra posatori e futili cialtroni,
non han coi beat alcuna affinità.

E dietro si trascinano a legioni
vuoti ragazzi, ai quali, in realtà,
lunghi capelli e strani pantaloni
servon da sola originalità.

In tal modo conciati, han tutta l'aria
d'autentici «barboni », se cancelli
a loro tinta rivoluzionaria.

Mi diano ascolto: porgano la guancia
al rasoio, alle forbici i capelli,
la mente ad un lavaggio e... grazie, mancia!


§§§


43-RIBELLI


La Produzione - la caratterrstica
della potente industria americana ­
è diventata ormai la nuova mistica
che incanta il mondo e domina sovrana.

La tradizione umana ed umanistica
e, soprattutto, la persona umana,
è tutta quanta roba anacronistica
da gettare alle ortiche, insulsa e vana.

Ed è una corsa inutile e cretina
verso il sommo Benessere, che, salvo
pochi ribelli, tutti oggi trascina.

Senza lasciarmi crescere i capelli
(e neppur lo potrei, perchè son calvo),
sarei d'accordo anch'io con quei ribelli.

***

Strani ribelli, tuttavia: la sorte
li danna all'impotenza e all'inazione;
io non li sento strepitare - A morte! -
contro i misfatti della Produzione;

io non li vedo, in epica coorte,
sia pur cantando, o urlando una canzone,
marciare contro questa roccaforte
del malcostume e della corruzione.

Non marcia il beat indocile: il nemico,
l'ha inventato il « matusa », egli ribatte;
egli non vuole guerre. Ond'io gli dico:

il giovane ribelle vietnamita
vuole forse la guerra? Eppur si batte,
anche se in guerra lascerà la vita.


§§§


44-COMIZI «BEAT»


Mentre la folla traffica e s'affanna,
accalappiata dal «sistema» infame,
sfilano i beat: un pittoresco sciame,
che quel sistema giudica e condanna.

Strani « barboni », ancor di primo pelo,
nanchè « barbine » in abito maschile,
sfilano in lunghe ed incomposte file,
gridando contro un mondo senza cielo,

quel mondo contro il quale si ribella
la nuova gioventù, più di un'accusa
lanciando contro noi: contro i « matusa »,
come ci chiama il beat in sua favella.

Noi possiamo ignorarli, o, un po' seccati,
dare a ognuno di lor del vagabondo,
ma loro posson dirci: «Questo mondo,
a ridurlo così, voi siete stati».

Possiamo loro consigliare un sarto
o un parrucchiere, in tono d'ironia;
loro possono direi, tuttavia:
«Siete voi stati ad inventar l'infarto;

l'ansia, l'angoscia, il culto del lavoro,
voi foste ad inventarli: è questo culto
che vi divora come un male occulto,
senza rimedio», posson dirci loro.

Noi gli possiamo dar dei perdigiorno,
possiamo pure con solenne foga
rimproverargli l'uso della droga,
ma loro posson dirci, a nostro scorno:

«Non è il mondo di Dio, questo, che inquina
l'acqua dei fiumi, e l'anima, e il pensiero;
ed un mondo più giusto, il mondo vero,
per questo lo chiediamo all'eroina ».

E sarà sempre un mondo senza cielo,
questo che noi gli demmo e non gli garba,
fin quando tra i capelli o nella barba
non scopriranno il primo bianco pelo:

e allora, dopo un ultimo comizio,
s'accoderanno al mondo dei « matusa »
e nell'empio sistema, in patria o in USA,
entreran dalla porta di servizio.


§§§


45-SOLO I PAZZI CONTANO


Spregiano quella ignobile genia
di borghesi infrolliti,
spiritualmente morti e seppelliti,
che han molta stima della gerarchia,
che adoperan la logica
e credono tuttora alla morale,
capaci, quando vanno in automobile,
di rispettare il codice penale.
E solo i pazzi contano:
solo i pazzi di vivere, d'amare,
d'annegar nella musica e nel sole.
I pazzi, soprattutto, di bruciare,
senza un perché disposti al sacrificio
supremo, di bruciare
con l'anima ribelle,
simili a gialli fuochi d'artificio
che esplodan come ragni tra le stelle.


§§§


46-GENERAZIONE «BEAT»


Disprezzan la morale e son convinti
ch'è bello far l'amore in pieno sole,
sfogando i propri umori e i propri istinti
liberamente, come più si vuole.

In una lotta senza prospettive,
senza il miraggio d'una ricompensa,
viver non sanno ed odiano chi vive,
non san pensare ed odiano chi pensa.

E sono suppergiù della partita
quei giovinastri che, mancati eroi,
s'accaniscono poi contro la vita,
trasformandosi, a Londra, in teddy boy.

Il fenomeno «beat», invece, assume
qui tutta un'aria di provincialismo:
un banale episodio di costume,
che sta sfociando ormai nell'umorismo.

Vedi a Milano andare avanti e indietro
gruppi di capelloni per la via,
o in alcune stazioni della « Metro »,
sotto lo sguardo della polizia.

A Roma, nei magnifici tramonti,
si aggiran tra le ceste dei fiorai
a decorar la Trinità dei Monti
e, qualche volta, a combinar dei guai;

sicché su quelle scale prestigiose,
così care alle turbe cittadine,
se non mancan di solito le rose,
non mancano, però, neppur... le spine.


§§§


47-DEGENERAZIONE «BEAT»


Stanno per ore ed ore,
muti e drogati, ad ascoltare il jazz,
nel beato torpore
d'uno splendido nulla sprofondati.
O a gruppi per la via, tacendo in coro,
vanno, coi lucidi occhi imbambolati,
senza nessuna mèta:
vittime della noia,
procedon verso il nulla che li ingoia,
chi immaginando d'essere un poeta
(poiché la droga compie il suo lavoro),
chi immaginando d'essere un messia.
E vanno per la via,
tra una folla distratta o incuriosita,
cercando di colmare
questo vuoto sonoro,
in cui s'è trasformata oggi la vita.
Vanno, guidati da nessuna idea,
spersa la mente in un sognante esiglio,
convinti d'innalzare ad epopea
la noia e lo sbadiglio.


§§§


48-IL JAZZ


Amano il jazz (e a volte l'amo anch'io):
l'amano perch'è libero,
perché nasce dall'anima,
forse dettato all'anima da Dio.
L'amano perch'è un'arte primitiva,
viva e vitale, semplice e spontanea,
ed é appunto per questo - arte istintiva,
brillante, estemporanea -
nulla concede alla banalità.
Amano il jazz e l'amano
perch'è la loro musica, la musica
dell'improvvisazione
e della libertà.

E a volte l'amo anch'io; ma non per questo
ascolto del sassofono il lamento
con quel raccoglimento
col quale si seguivano i messaggi
misteriosi degli anacoreti,
o le parole e i gesti dei profeti
e degli antichi saggi.
Lo ascolto, non pensando che sia frutto
di un'invenzione sovrannaturale
e senza andare in trance. In generale,
mi diverto (o m'annoio) e questo è tutto.


§§§


49-POETI «BEAT»


Ci sono anche poeti, a quanto pare,
tra quei giovani beat, e non per burla:
autentici poeti;
e sembra che li asseti
un desiderio ardente di creare,
d'esaltarsi nel canto.
Ma afferman che soltanto
quello che dentro gli urge e grida ed urla,
ciò che esplode nell'anima
con la violenza di un'inondazione,
soltanto quello merita
una lirica, un'ode, una canzone.
Ma occorre, soprattutto,
sacrificare a questo impeto schietto
che gli rugge nel petto,
sacrificare a questa forza enfatica
che li divora, tutto ciò ch'è inutile,
falso, accessorio, futile,
comprese... la sintassi e la grammatica.


§§§


50-MONDO «BEAT»


Vogliono un nuovo assetto ad ogni costo,
vogliono liquidar la paccottiglia
di questo vecchio mondo che sbadiglia,
oppresso dal sistema che gli è imposto.

E voi, gentuccia di parere opposto,
mogli perbene, padri di famiglia,
nel progettato nuovo parapiglia,
voi non sperate più di trovar posto.

Saranno i beat a far piazza pulita
d'ogni antica viltà, d'ogni impostura
e a rinnovar le leggi della vita.

Io ci starei, ma dopo... chi ci salva?
Che differenza fra la dittatura
dei capelloni o della gente calva?


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51-IL PECCATO ORIGINALE


La stravagante gioventù di adesso,
per molti versi assurda ed infelice,
è ossessionata, a quanto ci si dice,
dalla viva pungente ansia del sesso.
Attratta dall'istinto della carne,
essa apprezza il peccato originale,
convinta, tuttavia, di poter farne
qualcosa di più nuovo e di speciale.
Ma perché poi, - mi chiedo un po' perplesso -
se originale è già di per se stesso?...


§§§


52-PROGRAMMA «BEAT»


Devono andare, andare e poi daccapo
andare, andare, andare:
questo è il programma « beat »,
sia di quelli che van per Montenapo,
sia di quelli che van per Broadway Street.
Vanno con gli occhi lucidi ed assorti
di chi con l'eroina si trastulla:
andare, andare, andare...
Forse perciò son sempre stanchi morti,
pur senza mai far nulla.

Andare, dunque: e dopo?...
Il pubblico si chiede,
come noi ci chiediamo:
è una corsa allo scopo
di trovare una fede
al di là dei confini
di questo gretto mondo in cui viviamo?

No, non è questo. E allora?
Provate a domandarglielo voi stessi:
«Vi basta calpestare il patrio suolo,
forse, soltanto per sgranchir le gambe,
o per correre dietro
malate fantasie, stupide e strambe? »
Restano muti, ermetici, perplessi,
mentre forse in cuor loro
vi dan dei rompiscatole ausiliari;
o vi rispondon solo
con un lontano ironico sorriso...
Forse si credon rivoluzionari,
perché hanno smesso di lavarsi il viso.


§§§


53-I BEAT E IL LAVORO


Non amano il lavoro,
in una società schiava dell'oro,
dei suoi magnati e d'altri falsi numi,
che ci condanna a una fatica insana,
a costo di veder l'anima umana
andarsene in frantumi.

Non amano il lavoro,
anche se sono stretti dal bisogno
e crepan di salute;
ma vorrebbero vivere (che sogno!),
come i fratelli beat americani,
fra negri, vagabondi e prostitute.
Certo, i negri da noi sono un po' scarsi,
si contan sulle dita delle mani,
e tuttavia non c'è da scoraggiarsi,
che, in quanto alle altre due categorie,
ce n'è per tutti, senza economie.
Ma privi di risorse (e non può averne
chi al carro del « sistema» non si aggioga
e non si piega a certe leggi eterne),
o, per lo meno, a corto di risorse,
debbono farne corse e acrobazie,
per procurarsi l'agognata droga,
che costa tanto cara, ma surroga
tutti i pensieri e tutte le idiozie.

Non amano il lavoro e, in fondo, anch'io
la penso come loro.
Eppure, a parer mio,
dover correr su e giù sera e mattina
per trovar l'eroina,
andare in giro, logorando i muscoli,
per la locale metropolitana
a vendere gli opuscoli
d'una loro protesta astrusa e vana,
per suscitare il pubblico interesse,
ed avere a che far con la P.S.,
ed alla fantasia non dar riposo...
amici miei, lasciate ch'io vi dica
che fare il beat è un'improba fatica
e che il lavoro è assai meno gravoso.


§§§


54-I BEAT E LA DROGA


Solo la droga è la sostanza viva,
pur se i tempi son duri e i soldi scarsi,
che permette ai ribelli di sottrarsi
a questa opaca morte collettiva.

E con le sue mirabili virtù,
col suo potere magico, è la droga
che in modo insuperabile surròga
gli spettacoli ch'offre la TV;

spettacoli modesti, di dozzina,
dinanzi alle visioni, al vulgo ignote,
che ci può offrire un grammo di peyote,
o un solo centigrammo d'eroina:

il farmaco più puro che ci sia
per questa gioventù crepuscolare,
che a buon diritto vuole riposare
dalla stanchezza della fantasia

(nè della fantasia semplicemente,
perché tra i loro compiti, e son tanti,
quello di chieder l'obolo ai passanti
è una fatica non indifferente).
E giustamente ognuno d'essi chiede
all'eroina o alla marijuana
la sua dose d'oblio quotidiana,
o l'illusione d'una nuova fede:

contro una società ch'oggi ha creato
un abisso tra l'uomo ed il suo io,
procura di stordirsi in quell'oblio,
in un torpore placido e beato.

Benché trasposti in pieno Novecento,
noi di costumi e d'animo vetusti,
non riusciamo a capire quali gusti
possan trovarsi in quello stordimento;

ma noi vivemmo in favolose età,
di cui riusciamo appena a sovvenirci,
strane, retrive età, quando a stordirci
eran... gli scapaccioni di papà.


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55-IL MUTISMO


Sono i seguaci del linguaggio «bop »,
specie di nuovo lessico mondiale,
scarnificato all'osso: l'essenziale
per girare la terra in autostop.

Il linguaggio del « bop », a quanto ho udito,
da tempo entrato nella loro prassi,
dato che esclude logica e sintassi,
è, fra tutti, dai beat il preferito.

Ma sostengono questi, in generale,
che d'un linguaggio non c'è più bisogno:
sopprimer la parola è il loro sogno,
la parola, ch'è fonte d'ogni male.

Essere freddi, distaccati, muti
è un loro requisito necessario:
distruggere gli affetti (che al contrario
son tanto cari, invece, ai linguacciuti).

Ed il linguaggio « bop » è un buon avvio
per arrivare al termine agognato:
l'annunzio del silenzio beneamato,
i pascoli felici dell'oblio...

Ma abolir la parola, a conti fatti,
io penso che per noi sarebbe un terno,
visto che la parola, il Padre Eterno
l'ha data pure ai pappagalli e ai matti.


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56-SUICIDIO


E parlo giusto a te, gente minuta,
brava ed onesta, semplice e banale,
che ti appassioni ancora (oh sprovveduta!)
a un lavoro, a una donna, a un ideale.

Se ancora non lo sai, l'ora è venuta
d'anticiparti il dì del funerale:
spàrati un colpo, bevi la cicuta,
gèttati dalla tromba delle scale!

Per te non c'è più posto in questo mondo:
il beat ha espresso ormai nei tuoi riguardi
il suo disprezzo esplicito e profondo.

Come?... Non vuoi saperne di suicidio?
Sei convinto anche tu che, presto o tardi,
sarà lui prima a toglierti il fastidio?


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57-LA NUOVA CIVILTÀ


Trovatomi presente ad un consesso
di beat appassionati e deliranti,
ho sentito, da molti degli astanti,
esaltar l'anti-arte, l'anti-sesso,
nonché l'anti-virtù, l'anti-progresso
(nutriti applausi) e numerosi altri « anti ».

Infine, scoppiò un grido travolgente:
- Largo alla nuova civiltà che avanza!
E anch'io m'assocerei con esultanza,
se non fosse il timore deprimente
di trovarmi a gridar più esattamente:
- Largo alla foia e largo all'ignoranza!


§§§


58-TRAMONTO DEI BEAT


Peccato! Dall'idea d'una rivolta
d'una protesta viva ed animata
contro una società putrida e stolta,
contro una civiltà sconclusionata

contro la vanità d'un ideale
basato sulla fiaba del progresso,
contro l'ipocrisia sacerdotale
sui misteri dell'anima e del sesso


contro la falsità che ci governa
e ad un dovere inutile c'inchioda,
questa rivoluzione antimoderna
è diventata un abito, una moda:

priva di forza e d'impeto plebeo,
non più sorretta da virtù spontanee,
sta per finir, purtroppo, nel museo
delle curiosità contemporanee. <


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59-LA MALEDIZIONE ATOMICA


Non posso condannarvi, capelloni,
(a parte quelle zazzere, s'intende,
e quelle barbe e quelle giacche orrende
e il gusto delle toppe ai pantaloni),

non vi condanno: il rabberciato mondo
che vi han lasciato quei cervelli fini
dei papà vostri (i cari birichini),
più che una sporca gabbia, è un cesso immondo!

Ricordo a molti benpensanti amici
che, nonostante guerre, dittature
e tutto un sindacato di sciagure,
noi fummo, in fondo, giovani felici;

l'odio accecava gli uomini, la morte
era sempre in agguato, inferocita,
ma la certezza eterna della vita
ci sorreggeva ancora, assai più forte.

Oggi è diverso: nulla più è sicuro
intorno a noi, da quando la spietata
aledizione atomica ha mutata
la faccia della vita e del futuro.

E sulla terra un formicaio immenso
traffica, in una nuvola di fumo,
felice dei suoi beni di consumo,
senza avvertire un immanente senso

di follia collettiva, che c'induce
ad affrettar lo scoppio d'una bomba
che al vecchio mondo scaverà la tomba
al lampo d'una bianca assurda luce.


§§§


60-I VERI COLPEVOLI


Nacquero nell'orrore delle stragi
scatenate dai grandi della Terra,
in quegli anni malvagi
in cui la civiltà
poteva annoverar tra i suoi più insigni
monumenti di gloria i desolati
cimiteri di guerra
e i campi di sterminio.
Se pur non li ricordano
- scomparse poi le orribili rovine ­
han sentito parlar dei nuovi Vandali
ch'ebbero mezzo mondo in lor dominio,
ed hanno poi vissuto
nutrendosi di scandali a catena.
Forse, bambini o adolescenti appena,
avevano saputo
anche per chi papà faceva il tifo:
pel [fùhrer o pel duce onnipotente...
E fin da allora, irreparabilmente,
capirono che il mondo era uno schifo.

E noi, sprezzanti, li rimproveriamo
per certi loro gesti di rivolta,
pei capelli prolissi e spettinati,
o per la barba incolta;
li disprezziamo, noi
che facemmo la guerra
e ci credemmo eroi,
che tollerammo, apatici e supini,
Hitler e Mussolini
(peccato che sian morti:
eh quelli sì che avevano
la barba rasa ed i capelli corti!).


§§§


61- DONNE MODERNE


Mi tocca pur rimpiangere, sorelle,
i buoni tempi delle nostre nonne,
quando eran, queste, ancor giovani e belle,
ma soprattutto ancora erano donne.

E senza alcuna fisima ribelle
nascosta fra le pieghe delle gonne
non uscivano nude (un po' di pelle
celata appena dalle minigonne).

Ma il fatto lamentevole è che tutte
la nuova moda intendono seguire,
anche le donne più spiacenti e brutte,

dal manico di scopa a chi, malferma
sulle adipose zampe, ti fa dire:
« Quella non è una donna, è un pachiderma ».


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62 MUSICA YÈ YÈ


La teoria di Darwin, molto ardita,
più d'un secolo fa,
contraddicendo una credenza avita,
sembrò scandalizzar l'umanità.
E molta gente, allor, non ci credeva.
Ma adesso è differente:
infatti, quando danzano, i presunti
figli d'Adamo ed Eva
fanno esclamare subito - è evidente!
Nel veder petto gambe e deretano
dimenarsi così
nei gorghi della musica yè yè,
si conferma il concetto darwiniano
(senza offender le scimmie, va da sè).


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63-LE VOGLIAMO NUDE


Sono arrivato fino all'età mia,
in tempo per veder le minigonne,
che sono, in questa nostra epoca insonne,
l'ultimo lembo dell'ipocrisia.


Aboliamo anche quelle! Ormai le donne
non han più freno e presto per la via
(ciò che un tempo sembrava una follia)
vedremo nude veneri e madonne.

Alcuni benpensanti vanno in bestia
e affermano indignati che bisogna
far ritorno al pudore e alla modestia,

mentr'io sostengo con la maggioranza
che basta, per coprire la vergogna,
una foglia di fico: e ce ne avanza.


FINE




Un ringraziamento di cuore al Signor Giuseppe Amoruso, residente in Cirò Marina. Grazie alla sua "testardaggine" ed al suo certosino lavoro, di ricerca e digitalizzazione, è stato possibile divulgare questa opera ormai introvabile.