I CAMPI DELLA MORTE IN GERMANIA


Alberto Cavaliere
(1897-1967)






"Io sono stato qui. Chi racconterà la mia storia?" In ciò che rimane dei campi di concentramento nazisti non è raro trovare scritte simili, su pietre e muri, lasciate dai deportati ad imperitura memoria. La guerra e il suo carico di orrori si scopre nella sua interezza quando finisce. Finiscono i combattimenti e comincia la lotta per la dignità della vita che deve riprendere. Pochi i sopravvissuti ancora di meno coloro che hanno avuto la forza di raccontare l'accaduto.
In copertina il volto, scavato dalla sofferenza e con l'orrore negli occhi, di un cadavere ed un braccio sullo sfondo con il n. 75181 tatuato sopra un triangolo. Arte grafica e fotografica? No. Il segno tangibile di ciò che è avvenuto, la testimonianza della follia degli uomini. I campi della morte in Germania con sottotitolo nel racconto di una sopravvissuta è il libro che Alberto Cavaliere pubblica, con la Sonzogno di Milano, appena due mesi dopo il ritorno della cognata, la dottoressa Sofia Shafranov, dal campo di concentramento di Auschwitz (finito di stampare il 20 luglio 1945). Il primo in Italia a scrivere degli orrori dei campi di sterminio. Segue nell'agosto del 1945, Bruno Vasari con Mauthausen bivacco della morte per la casa editrice La Fiaccola di Milano. Molti altri ne seguirono fino ai nostri giorni.
Nelle logiche dei campanilismi e delle verità storiche determinate dalle catene di distribuzione il libro di Alberto Cavaliere è stato dimenticato mentre quello di Vasari spacciato ancora oggi in assoluto per la prima pubblicazione sui campi di sterminio.
Il volume è corredato da decine di fotografie provenienti da diversi campi di concentramento (in particolare Auschwitz e Mauthausen) e a leggerlo si ha una forte sensazione di contemporaneità, quasi l'impressione di camminare accanto alla protagonista, di scoprire giorno dopo giorno sofferenze ed aspetti dell'animo umano che non si credevano possibili.
Sembra quasi di vivere, grazie anche alla splendida premessa di Alberto Cavaliere, scrittore e poeta finissimo, l'incredulità che dominava l'Europa nella primavera e nell'estate del 1945 quando si sapeva che la guerra provocava sofferenze ma non si immaginava il complesso progetto nazista di sterminio.
Il calvario di Sofia - il racconto è mediato da una grande umanità e sostenuto da una cultura di fondo che consente di cogliere aspetti particolari dell'animo umano, non solo nei prigionieri che resistono strenuamente alla sistematica disumanizzazione, ma anche nei suoi carcerieri che hanno consapevolezza di ciò che fanno. Durante il viaggio verso il campo della morte "In alcuni vagoni c'erano dei moribondi. Ne fu informato l'ufficiale che comandava il convoglio. - Tanto meglio per loro! - rispose freddamente" - inizia il 2 dicembre 1943 con l'arresto nel sanatorio dove lavora e si conclude il 15 maggio quando gli americani entrano a Mauthausen, Lager in cui i tedeschi in fuga l'avevano trasferita. Percorre tutte le tappe riservate agli ebrei e riesce a salvarsi, come sempre nei campi, per un puro caso: è medico, serve ai tedeschi ed ha una straordinaria forza d'animo che le consente di rimanere se stessa nonostante la volontà delle SS di trasformarla in un numero.
Se nella sostanza della Memoria il libro - riletto dopo centinaia di testimonianze simili pubblicate negli anni - non aggiunge nulla sulle sofferenze degli ebrei, assume un particolare rilievo tenuto conto che è stato scritto da un calabrese e riassumerlo nel nostro patrimonio culturale non è solo questione di forma.

La biografia
Alberto Cavaliere, antifascista, poeta, giornalista, collaboratore delle maggiori riviste umoristiche nazionali è nato a Cittanova, lembo aspromontano della provincia di Reggio Calabria, il 19.10.1897 da Domenico e da Marianna Fonti. Coniugato con una cittadina russa, Fannj Kauffmann fu Abramo e fu Etta Kauffmann Blinder nata a Jalta (Crimea) e occupato in qualità di Primo capo tecnico della Direzione generale delle costruzioni presso il Ministero dell'Aeronautica vive per un lungo periodo a Roma sul Viale Castro Pretorio, insieme alla suocera e alla sorella della moglie, Sofia, vedova Schaframov. Si dedicò all'attività antifascista clandestina iscrivendosi al Pci e tenendo contatti, tra gli altri, con l'antifascista cittanovese Raffaele Terranova e pubblicando sui periodici umoristici una finissima critica del regime. Nel novembre del 1933, scoperta la sua attività antifascista clandestina, è costretto a vendere tutto il mobilio e lasciare l'appartamento.
Parte da Roma con i figli dichiarando di volersi recare a Milano, dove sarebbe stato trasferito d'ufficio, in realtà ripara in Francia, all'Hotel Casanova di Montecarlo, per trasferirsi successivamente con la famiglia a Levallois Perrèt-Seine e poi in Russia. Sfuggito fortunosamente al campo di concentramento, dove furono avviate la cognata Sofia e la suocera Etta, mantenne rapporti intensi con il fuoruscitismo e l'antifascismo italiano.
Autore della celebre "Chimica in versi" fu collaboratore di giornali umoristici e illustrati (Marc'Aurelio, Bertoldo, Travaso, La Stampa, l'Avanti, Domenica del Corriere) e di note trasmissioni radiofoniche della Rai.
Scrittore forbito e umorista finissimo diede alle stampe decine di volumi in versi: Roma in versi, Da Cesare a Churcill, La Storia di Milano etc.
Nel 1944 rientra a Milano, si iscrive al Psiup e, dopo il 15 maggio del 1945, si dedica a raccogliere le memorie della cognata Sofia Kauffmann Schaframov che pubblica presso Sonzogno il 20 luglio del 1945 introducendo, in Italia, le prime drammatiche fotografie dei Lager nazisti. Solidale con umili e sradicati della città fu eletto nel 1951 Consigliere Comunale di Milano e nella legislatura 1953-1958 deputato per il Psi nella circoscrizione Milano-Pavia per la corrente di Pietro Nenni.
Da parlamentare fu componente della commissione Istruzione e Belle Arti e diede un contributo sulla nuova legge per la cinematografia e la salvaguardia del carattere storico, monumentale e artistico della città di Assisi. Applauditissimi furono i suoi interventi in rima che gli costarono però la ricandidatura.
Mantenne sempre forti legami con la Calabria e la sua Cittanova cui dedicò versi struggenti.
Morì in un incidente stradale a San Remo nel 1967.

Rocco Lentini