LA GIOSTRA DEL SARACINO
Alberto Cavaliere (1897-1967)








I



[In cui narra come il sultano dei Mori, volendo
trar vendetta dei Cristiani, commettesse a Balugàn
dei Bagoloni l'incarico di costruire una diabolica
macchina e come Balugàn accettasse per tema di
perder ambo le mani, a cui molto affezionato egli
era.]

Venuto a morte il Cid, anima rozza,
ma il più gagliardo tra i gagliardi cuori,
che ben piu d'una testa aveva mozza
tra le file degli Arabi invasori,
grande fu lO sgomento in Saragozza,
cinta d'assedio dai feroci Mori ;
ma i suoi seguaci, pur fra lo sconforto,
seppero il cid utilizzar da morto.

Il suo corsiero, a cui fu il corpo inerte
legato nella splendida armatura,
destando l'eco per le vie deserde,
fu lanciato al galoppo oltre le mura:
a quella vista, fra le schiere incerte
degl'Infedeli, tal fu la paura
che si diedero tutti allo sbaraglio,
lasciando sul terreno armi e bagaglio.

Quando un messo, tremante, al disumano
signor dei Mori, riportò la gesta,
venne in tale furor l'empio soldano
che al tristo narrator tagliò la testa.
Curvi ai suoi piedi, i suoi ministri invano
ne volevan placar l'ira funesta,
cercando il modo più spedito e saggio
per vendicar il sanguinoso oltraggio.

Li insulta il sire, nè placar si lascia:
ladri li chiama e ignobili cialtroni;
fin quando, per sottrarlo a tanta ambascia,
non venne in mente a quei ministri pronì
che c'era fra gli schiavi un mastro d'ascia,
chiamato Balugàn dei Bagoloni,
un milanese a cui natura diede
il genio di Vulcano e d'Archìmede .

Gran negromante e astuto ciurmatore
era costui, nonchè sommo meccanico,
che fra l'altro inventò lo spruzzatore,
la fibbia ed il coltello a serramanico.
Commise a lui l'incarco il rio signore
di suscitar fra gl'inimici il panico,
sì che, senza più voce nella strozza,
tornassero raminghì in Saragozza.

Gli offriva in cambio, il perfido soldano
la libertà, dicendogli:« Combina,
qualcha apparecchio e rivedrai Milano:
pensa, la Galleria, la Madormina!...
Se non accetti, perderai la mano
tanto la destra quanto la mancina.»
Balugàn, uomo saggio e mente aperta,
optÒ senz'altro per la prima offerta.

E Balugàn rispose senza impaccio:
« Datemi appena un mese, o mio signore,
ed al vostro servigio avrete un braccio
quale nessun mai vide, avrete un cuore
di ferro, un'asta da ridurre a straccio
fra gl'inimici il cavalier migliore,
e in grado di schiacciare in un baleno
diecimila Cristiani ed anche meno ».

L'artefice genial seppe a puntino
tener fede, difatti, al proprio impegno,
presentando al soldano, un bel mattino.
uno strano e malefico congegno:
era il più orrendo ceffo saracino
che si fosse mai visto in tutto il regno,
un ceffo tal da incutere il rispetto
anche al più baldo e generoso petto.

Avea costui lo sguardo truce e immoto,
tumido il labro, la ganascia informe;
fiso nell'ansia d'un destino ignoto,
nella mano terribile e difforme,
quasi protesa a schiaffeggiar il vuoto
reggeva il peso d'una lancia enorme:
mai l'Infedele armato avea di ferro
un più feroce e spaventoso sgherro.

Della cupa Vendetta era l'emblema
minaccioso: incapace dl perdòno,
altrettanto incapace era di tema;
nè muto egli era, poi, che un rauco suono,
per virtù d'ingranaggi, una biastema
gli uscia di bocca, in cosiffatto tono
che bastava da sola - immaginate! -
a drizzare i capelli anche ad un frate.

Con tutto questo, il turgido tiranno
quel fantoccio trovò senza alcun succo.
Sorrise Balugàn: « Qui c'è l'inganno:
mettilo all'opra e resterai di stucco.
I Cristiani che a lui s'accosteranno,
senza per altro sospettare il trucco,
cadranno al suolo inesorabilmente,
quasi li fulminasse la corrente ».

A guardarla parea non solo tarda,
ma inanimata la fatal figura;
e invece, appena un'asta o un'alabarda
scalfir voleano la sua pelle scura,
con una mossa rapida e gagliarda,
sì che pareva un lampo addirittura,
girava a sè d'intorno all'improvviso,
l'assalitor colpendo in pieno viso.

Volle abbracciar l'artefice provetto
l'empio signore, che apparia commosso;
ed innalzando laudi al gran Maometto,
rise per circa un'ora a più non posso,
già pregustando il prodigioso effetto
che avrebbe avuto il magico colosso
sui fedeli di Cristo; e con trasporto:
« Peccato - esclamò poi - che il Cid è morto! ».

Indi si volse a Balugàn, dicendo:
« Dell'opra tua mi lodo e mi compiaccio,
ragion per cui la libertà ti rendo,
come promisi, e cavalier ti faccio;
ma pria in Iberia che tu spieghi intendo
come funzioni questo catenaccio.
Naturalmente, astuto Balugàn,
due dei miei sgherri ti accompagneran ».


§§§


II



[In cui narrasi come l'astuto Baluqàn. dei Bago­
loni, anziché verso l'Iberia, volgesse la prora
verso l'Italia e come una furiosa tempesta in Arno
lo spingesse,verso Ponte a Buriano in quel di
Arezzo.]

L'astuto Balugàn sciolse le vele
subitamente con due Mori a bordo;
ma troppo il suo rimorso era crudele,
che il cuore alla pietà non era sordo:
mentre anch'egli di Cristo era un fedele,
ora coi Saracini era d'accordo,
pur obbedendo a quei feroci cani
soltanto per amor delle sue mani!

Di notte tempo Balugàn, audace,
le due guardie, del re mandò in malora
ficcando loro un ferro nel torace ;
verso l'Italia poi drizzò la prora.
Per due dì navigò, muto e tenace,
accanto a quella macchina sonora
e, nell'udire la biastema atroce,
di tanto in tanto si facea la croce.

Era già nel Tirreno e verso il cielo,
già lodando il Signor, levava il ciglio,
e rivedeva nel suo cuore anelo
l'acqua verdastra del natio Naviglio,
allor che un plumbeo e tenebroso velo
ricoprì il ciel e, un sùbito periglio
minacciò il vento nel soffiar da ostro,
mentre era nero il mar come l'inchiostro.

Pensò allor Balugàn rabbrividendo:
« DiO mi punisce, poi che a questo autòma
volli dar vita ed anima, mettendo
entro il suo petto, nel latino idioma,
onde più effetto avesse, un motto orrendo
contro il figlio di DiO'! » Dell'empia soma
voleasi allor senz'altro sbarazzare
dandola in preda all'infinito mare.

Ma nol fece: non già che del talento
suo disfar l'opra il Cor gli rimordesse
(salvar la propria pelle in quel momento
era il suo solo ed unico interesse);
ma in quell'istante il turbinoso vento
squassò a un tratto il veliero e lo diresse,
poi ch'ei il timone manovrava indarno,
dritto fin sulla foce ampia dell' Arno.

Restò allibito e quando si riscosse
dallo stupore e dal terrore tristo,
Balugàn non sapea dove si fosse,
chè mai quelle contrade aveva visto;
ma ben trasse un sospiro e si commosse,
fervidamente ringraziando Cristo,
nel constatar con animo giocondo
che si trovava ancor su questo mondo.

Spinta dal vento, fra due rive corre
la caravella, rapida e decisa;
ma il nostro Balugàn non può supporre
qual sia quella città ch'ora, improvvisa,
gli sorge innanzi, chè l'obliqua torre
non c'era ancor, nè il campanil di Pisa,
nè ancora un vate d'immortal criterio
ne aveva detto peste e vituperio.

Balugàn gettò l'àncora, che il vento
trascinò via spezzando la catena;
e il libeccio indomabile e violento
trasse il veliero lungo l'Arno in piena.
Volgeano intanto, in preda allo sgomento,
e cìttadini e villici, la schiena
dinanzi al Saracin dal fiero aspetto
e a la biastema che gli usci a dal petto.

Il vento, che cedeva a mano a mano,
il dì secondo, si levò di mezzo,
e in un borgo rural - Ponte a Buriano ­
il veliero diè fondo, in quel d'Arezzo.
Borghigiani, e pastor, con gran baccano,
raggiunser la città, che COn disprezzo
rise all'udir l'ansante popolino
che urlava: «Il Saracino! Il Saracino!».

Ma quando alcune genti di rispetto,
arrivate in Arezzo a briglia sciolta,
d'aver visto il campione di Maometto
affermarono tutte in una volta,
gli Aretini, mettendosi in sospetto,
le campane suonarono a raccolta,
cercando, asserragliati entro le mura,
come far fronte a quella congiuntura.

L'astuto Balugàn, tentato invano
di spiegare alla turba fuggitiva
ch'egli non era un uomo del soldano,
ma che con sensi d'amistà veniva,
stimò più saggio andarsene a Milano
e, sbarcato il fantoccio sulla riva,
subitamente se la diede a gambe
da quelle sponde malsicure e strambe.


§§§

III



[Del come tre chiari, cavalieri aretini movessero
contro il fiero Saracino per abbatterne l'orgoglio
e di quello che ne segui.]

Chiari in Arezzo per antica fama,
primeggiano in quei dì tre cavalieri,
esperti in maneggiar l'asta e la lama,
e in ugual modo ardenti e battaglierì ;
ed Ocio degli Ochetti uno si chiama,
nel suo possente cuor, nei suoi pensieri
- se pur cenno di lui non fa la storia ­
solo agitato da furor di gloria.

E l'altro è Perticone dei Tentenna,
gran paladino ed anima gagliarda,
che s'alza dritto al ciel come un'antenna,
per cui dall'alto in basso il mondo guarda;
sol di Torquato la divina penna
pinger potrebbe quel guerrier, cui tarda
di misurarsi in qualche insigne giostra
e delle sue virtù far degna mostra.

Ed ecco il terzo, il baldo Ritirato
dei Ritirati, dalla fronte altera,
si truce in vista che una volta, armato,
nel rìmìrarsì innanzi a una specchiera,
fu così vinto, fu così turbato
dalla sua stessa immagine guerriera,
da quella grinta truculenta e ardita,
che usci di casa urlando: « Aita! Aita! ».

Presaga e Certa delle sue fortune,
a questi Arezzo affida - e in lieto coro
la gente applaude, da ogni dubbio immune ­
l'incarco di fiaccar l'orgoglio moro.
Seguiti dagli araldi del Comune,
escono i tre campioni e dietro loro,
sulle cui spalle tanto rischio incombe,
va il popol tutto fra un clangor di trombe.

Giunti alla riva dove il Saracino
fiero troneggia e orribile in sembianti,
sosta indeciso il popolo aretino
coi tre crociati cavalieri erranti.
Ma il baldo Perticon sul suo ronzino,
insiem con Ocio, si fe' tosto avanti
e alteramente: « Orsù, la lingua sciogli
e ci disvela chi tu sei! » gridògli.

Sciolse la lingua il Saracino e a un tratto
il suo motto lanciò, turpe e infernale.
Scolorendosi in viso: « Egli è Buratto,
re dell'India, - Ocio disse; - io l'ho per tale! »
« Io pure! » pensieroso, esterrefatto,
aggiunse Perticon, lungo e spettrale,
laddove il baldanzoso Ritirato
nulla obbiettò, poich'era senza fiato.

Propriamente a costui spettò per sorte
di dar per primo all'infedel l'assalto,
e il fiero paladin, con mosse accorte,
la lancia in resta e l'ampia fronte in alto,
d'un sùbito partì, spronando forte,
si che il destrier, con prodigioso salto,
quel cavaliere a tali corse avvezzo
in men d'un'ora riportò in Arezzo.

Ma Perticone, pronto al gran cimento,
volle metter Buratto in isbaraglio:
si lanciò innanzi con le chiome al vento
e l'asta tesa, ma fallì il bersaglio,
poi che fu tal l'ardor che in quel momento
perdette i lumi e per fatale sbaglio
non vide il Moro e invece del nemico
colpiva una villana, ove non dico.

Mentre la miserella al ciel levava
dolenti grida, fu la volta d'Ocio;
stigmatizzando la condotta ignava
ch'avean tenuta e l'uno e l'altro socio,
(del suo successo ormai niun dubitava,
ch'ei d'astuzia e coraggio era un incrocio)
ei si lanciò con mai veduto ardire
contro il rubello e minaccioso sire.

Ma per sventura tentò anch'egli indarno
di debellare il fosco Saracino ;
chè il suo corsiero, alquanto bolso e scarno,
come al bersaglio si trovò vicino,
scartò di fianco all'improvviso e in Arno
sbalzò l'ardente, e invitto paladino,
che, per puro miracolo davvero,
salvato fu da un vecchio suo scudiero,


§§§

IV



[In cui narrasi come le donne dei sullodati
cavalieri vendicassero l'oltraggio patito dai loro
sposi e come il Saracino dal loro valore debellato
venisse e condotto prigioniere in Arezzo.]

Tornati gli Aretini entro le mura,
i vinti cavalier, per qualche giorno,
si ridussero a casa, in sepoltura,
senza il coraggio di mostrarsi attorno.
Si tacean vergognosi, e, assai più dura
dell'altrui vituperio a tanto scorno,
vieppiù lo strazio lor rendeva insonne
l'acuta lingua delle loro donne.

- Vedi! - ad Ocio dicea monna Sorbetta,
cui sommo sdegno per quell'onta assalse,
- il Signore mi dà la mia vendetta,
perché mai mi servii di chiavi false:
per mantenerti in castità perfetta
e serbar le tue forze, a che ti valse
in fondo al pozzo, in una notte oscura,
gettar la chiave della mia cintura?... -

- Vedi, - diceva al mesto Perticone
monna Fiamma, bellissima e mordace;
- vedi se mi sbagliai d'opinione
quando ti dissi pavido e incapace!
Sei dei Tentenna e pur nella tenzone
tentenni sempre e sempre sei fallace:
mai coglie il segno, nè il bersaglio intacca
quella tua lancia vacillante e fiacca. -

- Vedi, - diceva al cupo Ritirato
monna Berta con languidi sospiri, -
se è vero o no che in pubblico e in privato
tu giochi sempre di siffatti tiri!
Ti si direbbe un cavalier provato
e a metà giostra invece ti ritiri.
provocando lo sdegno e lo sconforto
in chi di darti fede ha avuto il torto!-

Mal sopportando il clamoroso scorno,
vollero le tre donne riscattare
l'onor dei loro sposi; ed un bel giorno,
senza esitar, decise a tutto osare,
sul far dell'alba, mentre ancora intorno
tutto dormiva e il ciel crepuscolare
spandeva appena un fievole chiarore,
usciron caute dalle lor dimore.

Tolta ciascuna d'esse l'armatura
e lo stesso corsier del proprio sposo,
che nell'alcova morbida e sicura
giaceva in soporifero riposo,
marciaron tutt'e tre verso le mura;
sennonché per la via qualche curioso
le vide e le scambiò per i mariti,
sgranando gli occhi increduli e stupiti.

La novella volò per ogni Iato,
svegliò i dormenti, e in breve tempo, insonne,
ciascun fu sulla via, dove, ammirato,
inni levava ai santi e alle madonne
per Ocio, Perticone e Ritirato,
nè sospettò che fossero tre donne,
quei cavalieri del feroce aspetto,
COn tanto di cintura e di lucchetto.

Il popolo seguiva i tre guerrieri,
che, tutti armati e minacciosi in atto,
nuovamente battevano i sentieri
della campagna in cerca di Buratto;
e di quei cittadini onesti e fieri
ognuno era felice e soddisfatto
che avesse fine quel pettegolezzo,
che menomava la città d'Arezzo.

Ecco il nemico. Alla vision funesta
non sbigottiron le tre ardenti dame;
e monna Fiamma, con la lancia in resta,
volle per prima correre al certame ;
contro il Moro lanciossi, agile e lesta,
fisa lo sguardo su quel volto infame,
che profferiva l'infernal biastema,
impassibile, arcigno e senza tema.

Era pienotta alquanto ed opulenta
monna Fiammetta e tale fu lo scatto
con cui scagliossi, impavida e violenta,
contro il grugno fatal di re Buratto,
che la cinghia si ruppe e si fe' lenta,
i cosciali schiodaronsi e ad un tratto
nude apparir, chè non portava gonna,
le onuste forme della bella donna.

E lanciò tale un poderoso evviva,
per la sorpresa, il popolo entusiasta,
che il cavallo scartò verso la riva
pria che il Moro vibrasse il colpo d'asta.
Prese Sorbetta allOr l'iniziativa,
la moglie d'Ocio, intraprendente e casta,
che sol per rabbia aveva il cuore ardito,
pensando al pusillanime marito.

Corse l'ardente donna incapricciata
contro Buratto dalla faccia nera,
che cacciò innanzi l'arma e all'impazzata
d'un tratto la colpì sulla gorgera:
al rude colpo, cadde la celata
che nascondeva il viso alla guerriera;
s'alzò allora un clamor : - Dio degli Dei!
La moglie d'Ocio!... Monna Sorba!...E' lei! -

Nè da meno volle esser monna Berta,
che assalì l'uomo dalla faccia oscura;
ma l'arma di costui, rapida, esperta
la colse al petto e, benché dritta e dura,
scivolò in basso e, vacillante, incerta,
cozzò contro la duplice armatura
e trovò tale resistenza e tanta
che cadde al suolo debellata e infranta.

Spezzata l'arma, cadde l'albagia
del Saracino, e il subdolo ingranaggio
donde moveva la biastema ria,
ch'ai fedeli di Dio suonava oltraggio,
andò in rovina. Un vento di follia
scosse l'urlante popolo al coraggio
meraviglioso delle tre Aretine,
sì che gli applausi non avean più fine.

Venne tradotto subito prigione
nell'alma Arezzo il misero Buratto.
Dalla finestra il lungo Perticone
giunger lo vide, tristo e stupefatto.
Ritirato, che stavasi al balcone,
si chiamò sconsigliato e mentecatto.
Ocio, pentito di sue gesta ignave,
scese nel pozzo e ripescò la chiave.


§§§

V



[In cui narrasi come grande sia in Arezzo
l'emulazione fra i cittadini delle quattro Porte e
l'impeto guerriero contro il Saracino e in cui lodasi
la vetusta città per le opere insigni e per altre
degnissime cose.]

Per celebrar quei leggendari eventi,
gli Aretini, signori d'ogni giostra,
(perfino Dante correr torneamenti
vide un giorno, Aretini, in terra vostra),
fra una gran calca di « tifosi » ardenti,
ogni anno il Saracin metteano in mostra
e i cavalier più arditi e più quotati
a ripeter l'impresa eran chiamati.

Oggi che il nostro popolo ritrova
lo spirito di tempi più leggiadri
e con l'orgoglio e le virtù rinnova
le tradizioni care ai nostri padri,
anche in Arezzo la gioiosa prova
è risorta dal tempo; e par che quadri
agli Aretini, tal delirio e festa
e furore di lotta essa ridesta!

Chè tutto intorno al secolare autòma
oggi il « tifo » aretin si polarizza:
se le cento città con furia indoma
vedono i calciator scendere in lizza
e il grido: « Forza Bari! » o « Forza Roma!»
provoca l'entusiasmo oppur la stizza,
qui il popolo tenace incita forte
i cavalier delle sue quattro porte.

L'ira fatal, che in tempi omai lontani
divise in Verdi e Secchi o in Bianchi e Neri
i patrizi, i mercanti e i popolani,
e fu cagione di dissidi fieri,
occupa adesso il cuor dei partigiani
dei quattro orgogliosissimi quartieri,
ciascun dei quali vuol per sè la gloria
ed il premio trionfal della vittoria.

Sant'Andrea e Santo Spirito fra loro
scendono ai fatti senza alcun ritegno
e il fiero cittadin di Porta Foro
quel di Porta Crucifera ha in disdegno;
e spesso il «tifo» scoppia innanzi al Moro,
che se la ride nel suo cuor di legno,
senza capir che il campanile, in fondo,
ha pure i suoi diritti in questo mondo.

Troneggia in Piazza Grande e ancor minaccia
il fiero Saracin dall'erto busto;
non più la lancia poderosa imbraccia,
ma il pugno ha armato d'un flagello onusto
e al cavalier che contro lui si caccia,
cercando di colpir nel segno giusto,
scaglia il flagello in testa o sulla schiena,
e guai se il cavalier tentenna appena!

Sbalzato è dal corsier, nè v'è di peggio,
chè i fischi contro lui s'alzano in coro,
e lo colpisce il pubblico dileggio
più del flagello che gli lancia il Moro.
Chi ottiene invece il massimo punteggio
viene insignito della «lancia d'oro»
e, almeno fino al prossimo mattino,
è il sommo eroe del popolo aretino.

In quel giorno, mirabile è il prodigio
che t'incatena il cuore trasognato;
dilegua il tempo vano ed il fastigio
dei secoli: t'anneghi nel passato,
che ti palpita innanzi, nel prestigio
della sua realtà, vivo, animato,
fra quei guerrieri dalle antiche fogge
all'ombra delle torri e delle logge.

Nè fuor dal tempo sono quei crociati,
o quegli araldi, o quel combattimento,
o quei cimieri, o gli ori ed i broccati
di quei mantelli svolazzanti al vento:
fuori dal tempo siamo noi, truccati
in queste umili guise novecento,
strani fantasmi in mai veduti arredi,
coi pantaloni lunghi fino ai piedi!

Chè tutto in questa terra, di Toscana
serba lo stesso spirito d'allora;
e dalle tele e dalle pietre emana
un profumo ineffabile: nè sfiora,
il turbinio dei secoli, e profana
quest'armonia meravigliosa: ancora
il cielo limpidissimo s'inarca
su quelle stesse vie care al Petrarca.

In un sereno oblio l'anima, lieve,
un sogno inimitabile si foggia
all'ombra del Pretorio o della Pieve,
o ne silenzi dell'« aerea loggia»;
ed una grazia mistica riceve,
quando lo sguardo riposato poggia
sulla Beltà, che un dì, pura, e raccolta,
venne eternata in cupola ed in volta.

Nè solo, Arezzo, in te, l'anima scuote,
lungo le belle vie chiare e silenti,
la meraviglia delle cose immote;
c'è il fulgor vivo delle tue fiorenti
donne, che serban sulle pure gote
la fierezza medicea: austere e ardenti,
sembrano uscite dalla grazia fresca,
di un dipinto di Pier della Francesca.

Se cantar volli in risonanti ottave
in superbo torneo contro il re Moro,
fui forse audace, ma mi fu soave
lodare, Arezzo la tua gloria d'oro.
Se le mie rime son dimesse o ignave,
Aretini, da voi perdòno imploro!
Messer Francesco dalla bella Musa,
a voi m'umilio e vi domando scusa!


§§§§

FINE







Un ringraziamento di cuore al Signor Giuseppe Amoruso, residente in Cirò Marina. Grazie alla sua "testardaggine" ed al suo certosino lavoro, di ricerca e digitalizzazione, è stato possibile divulgare questa opera ormai introvabile.