È un "caso letterario" anche in Australia


Casa Valpatri/Il romanzo della Crucitti tradotto e pubblicato agli antipodi
La Calabria che c'era, fra storia, mito e romanzo, riproposta ad Adelaide da uno studioso calabrese che ha tradotto e pubblicato con successo il romanzo di Nadia Crucitti. Caso letterario, dieci anni fa col premio di "Famiglia Cristiana". Casa Valpatri era stato pubblicato dagli Oscar Mondadori.

 

pubblicato su Calabria n. 222 - febbraio 2006

 

mensile di notizie e commenti del Consiglio Regionale

La nuova letteratura calabrese circola anche nella rete e si diffonde tra le mille Calabrie sparse nel mondo. Ne è la prova il successo australiano di "Casa Valpatri" il romanzo di Nadia Crucitti tradotto in inglese e riproposto da Martino De Marco, uno studioso di lettere moderne nativo di San Martino di Taurianova e trapiantato ad Adelaide.

L'amore per la terra natia, ed il desiderio di conoscerla sempre più intimamente anche a distanza, è un fenomeno qualificante degli emigrati di seconda e terza generazione che si manifesta in tanti modi simili ma diversi. Molto singolare l'interpretazione di questi complessi sentimenti da parte di Martino De Marco appassionato della sua "Piccola Patria" lontana e impegnato a conoscerla meglio facendo anche varie ricerche su internet.

Cosi De Marco si è imbattuto in un sito con gli scritti di Nadia Crucitti, poetessa, ricercatrice e scrittrice. Colpito dalla vena elegante, scorrevole ed accessibile della Crucitti nel "raccontare" storia, mitologia e cultura della Calabria, De Marco si è messo quindi in contatto con la sua conterranea ottenendo da lei, via internet (formato zippato), il romanzo "Casa Valpatri". Il libro è stato per De Marco un'immersione nella mitica Calabria di altri tempi e di altre dimensioni, spingendolo a voler "regalare" la stessa sensazione a tanti giovani e meno giovani calabresi d'Australia.

A parte il fatto che l'edizione cartacea in italiano di "Casa Valpatri" era da tempo esaurita e non facilmente ristampabile, De Marco pensava agli oriundi la cui madre lingua è l'inglese. Per un traduttore il passo successivo era scontato. E così di recente è stato presentato in Adelaide la versione in inglese del romanzo, "Valpatri House", tradotta appunto da De Marco e stampata localmente in tiratura ridottissima. Il lancio di questo "atto di affetto" e disponibilità professionale è stato fatto nel corso di una serata culturale organizzata per l'occasione. Ha presentato il libro la dottoressa Maria Grazia Rè, direttrice didattica del Consolato d'Italia, alla presenza di personalità del mondo della cultura, delle istituzioni e dell'associazionismo locale e il quotidiano "II Globo", il giornale conside­rato più autorevole fra gli italiani d'Australia, ne ha ricavato un denso servizio. La serata culturale, un auten­tico evento per la comunità italiana e non solo, è stata veicolata anche da Rete Italia Australia che ha mandato in onda un lungo servizio radiofonico e dal magazine "Italy Down under", una prestigiosa rivista patinata.

Il romanzo, vincitore nel 1996 del premio letterario di "Famiglia Cristiana", era stato pubblicato dalla Mondadori nel 1997. Il libro racconta la vita del­le sorelle Valpatri, tre nobildonne che vivono in un paese sull'Aspromonte, e parla anche delle vicissitudini degli abitanti del luogo. Ha come sfondo la storia della Calabria, con brevi cenni sulle antiche colonie della Magna Grecia, i romani, ed i pirati medievali. Ma particolarmente la vicenda romanzesca è incentrata su Clorinda, Vittoria e Ortensia Valpatri, tre sorelle rimaste zitelle per colpa del fato, del padre e dell'ambiente che non offriva loro ma­riti adatti al loro status sociale.
Ora le sorelle Valpatri sono anziane e due di loro sono anche eccentriche. La storia si snoda principalmente dalla fi­ne degli anni '40 sino ai primi anni '90 e quindi include anche storie di emi­grazione, ritorni e ripartenze di perso­naggi che non riescono a stare lonta­no per troppo tempo dai luoghi dove sono nati. Tratta anche dei problemi giornalieri con i quali sono costretti a convivere le genti del luogo, in un pas­sato storicamente vicino ma cultural­mente avvolto nella foschia di una cultura antica e complessa.
Ora in lingua inglese per la prima vol­ta, "Valpatri House" è il romanzo sto­rico-sociale che tanti, calabresi e non, avrebbero voluto leggere. Nel libro ci sono storie e situazioni di vita e di ambiente in cui molti ritroveranno se stessi o, almeno, un personaggio o una vicenda che volevano raccontare ai propri figli, nipoti, amici e vicini di casa, o studenti nel caso degli inse­gnanti.
Il prezzo d'acquisto di "Valpatri Hou­se" e di solo 15 dollari australiani ($20 se deve essere spedito singolarmente per posta ovunque in Australia). Per la richiesta di copie, informazioni e qual­siasi altro commento, rivolgersi diret­tamente a Martino De Marco (E-mail: mdemarco53@yahoo.com.au).

M.C.

di Nadia Crucitti

Le baronesse Valpatri abitavano in un palazzotto al centro di Rocca d'Aspromonte. La casa era stata costruita verso la fine dell'Ottocento dal nonno del­le baronesse che amava quel pianoro protetto contro i venti del nord dal massiccio aspromontano. D'estate vi si trasferiva con tutta la famiglia lasciando Camporegi, il paese più a valle, distante una quindicina di chilometri.
A quel tempo, Rocca d'Aspromonte era un luogo piacevole e deserto, e per i ragazzi Valpatri la frescura si accompagnava alla noia delle lunghe, solitarie giornate estive.
Alla morte del vecchio barone, il figlio Ippolito aveva ereditato le terre - cir­ca settemila ettari tra boschi, zone di pascolo e campi coltivabili - e le due abitazioni. Dopo aver assegnato alle due sorelle una dote che aveva con­sentito loro ottimi matrimoni, il giovane si era concesso sei mesi di libertà viaggiando per tutta l'Italia e spingendosi sino in Francia. A venticinque an­ni si era sposato con donna Eleonora e aveva ripreso l'abitudine paterna di trascorrere l'estate a Rocca d'Aspromonte che, però, non era più il luogo de­serto della sua adolescenza. Uomo di grande cuore, Ippolito aveva permes­so a molti suoi coloni di costruire delle baracche sul pianoro in occasione di una catastrofica alluvione che, a metà degli anni Trenta, aveva distrutto i loro casolari.
L'edificio padronale era stato cosi circondato da rozze costruzioni in legno che, oggi per un tetto pericolante, domani per una parete resa fradicia dall'umi­dità, erano diventate case con i mattoni traforati. Qualcuno aveva ricoperto i mattoni di uno strato di cemento, qualcun altro, più civilizzato, aveva into­nacato la facciata, ma i più avevano speso i loro risparmi per abbellire le abi­tazioni all'interno o per alzare un secondo e terzo piano che rimanevano allo stato di rustico anche per decenni, con i ferri di sostegno in bella vista. C'era chi non ultimava la casa per non suscitare l'invidia dei vicini, per darsi l'ap­parenza di quello che non ha molte possibilità, evitando così il malocchio; c'era chi la casa non la rifiniva esteriormente perché considerava il denaro spe­so per l'occhio degli altri uno spreco, e c'era chi di soldi ne aveva molto pochi e utilizzava i risparmi per la dote alle figlie.
E così quelle iniziali baracche attaccate una all'altra disordinatamente ave­vano col tempo acquistato il nome di paese, un piccolo paese con l'aria di pe­renne cantiere. A questa situazione di caos edilizio il barone Ippolito non ave­va reagito. Dapprima perché considerava giusto che gli uomini alle sue di­pendenze vivessero in un ambiente confortevole; in seguito perché durante gli anni della seconda guerra mondiale era stato lontano; e, infine, perché non si accorgeva più dello scempio che gli dilagava sotto gli occhi, preso com'era dalle tragedie familiari, alle quali si era aggiunta la sofferta decisione di ab­bandonare per sempre Camporegi.
Camporegi, il paese grande, quello con il Duomo e la piazza pavimentata a mo­saico, era il luogo natale di Ippolito e dei suoi avi. Proprio sulla piazza si af­facciava la dimora baronale, un imponente palazzo a due piani con un corti­le interno abbellito da aiuole e da una vasca a tre zampilli centrali che usci­vano dalle bocche di pesci marmorei. Nelle due rimesse sul lato sinistro veni­vano allogiate le carrozze padronali, una per le uscite quotidiane e l'altra, ric­ca di fregi, per le processioni e le cerimonie ufficiali.
Purtroppo, durante il periodo della guerra, che i Valpatri avevano trascorso rifugiati in una zona interna della Sila, la casa era andata distrutta. Una bom­ba era caduta sul tetto squarciando e lesionando gran parte dei muri inter­ni, che pure avevano resistito ai successivi terremoti, compreso quello del 1908. Era rimasta soltanto la facciata esterna, con gli ampi balconi che in seguito avevano dovuto essere demoliti perché pericolanti. A completare lo sfacelo si erano messi d'impegno alcuni contadini che avevano utilizza­to le pietre disgregate per sostituire le assi di legno delle loro casupole ren­dendole più solide. Approfittando dell'assenza dei proprietari, si erano im­possessati anche dei pochi mobili rimasti integri dopo l'esplosione. L'argen­teria non l'avevano trovata perché donna Eleonora, non sapendo quanto tempo sarebbero rimasti lontano, era stata abbastanza prudente da por­tarla con sé.
Il barone Ippolito, con la moglie e le tre figlie, era tornato a Camporegi alla fi­ne del 1945. Dei due maschi, il minore, Giovanni, era morto in guerra; Ales­sio, che aveva abitato a Milano dove si era laureato all'inizio della guerra, era già da tempo espatriato in Svizzera. A Ginevra aveva aperto uno studio medi­co e, nonostante fosse riuscito a farlo grazie alla ricchezza paterna dovuta al­le proprietà terriere, non aveva alcuna intenzione di rivedere neppure in fo­tografia, aveva scritto, i luoghi natii. A chi gli chiedeva di dove fosse, rispon­deva di essere italiano. E quando insistevano per sapere di quale parte d'Italia, mentiva affermando d'essere nato a Milano, dove aveva soltanto frequenta­to l'università e dove aveva fatto in modo di perdere qualsiasi indizio di ac­cento meridionale.


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