Milano... e poeu pu
Alberto Cavaliere (1897-1967)

PRESENTAZIONE



Da quanti decenni si sente parlare di ALBERTO CAVALIERE?
Se si cercasse, in mancanza di dati anagrafici, di stabilire la sua età dalla inveterata popolarità di cui egli gode, gli si potrebbero dare anche cento anni, tanto egli sembra famoso da sempre.In effetti, ne ha molti di meno.

è che Alberto Cavaliere - cosa ormai arcinota - divenne, da studente, autore di un corso di chimica in versi; versi che passavano di bocca in bocca fra i goliardi italiani, prima ancora che fossero pubblicati, per la prima volta nel 1926, dallo Zanichelli di Bologna in quel volume di Rime distillate che ottenne tanto successo e che di recente è stato da noi ristampato.

Da allora Alberto Cavaliere è stato collaboratore di molti giornali e periodici, e autore di numerosi romanzi e libri di poesia. Tra questi ricordiamo la Storia di Roma, la Storia di Milano e l'avvincente e irresistibile storia di "Due lombardi alla prima Crociata", quest'ultima pure di nostra edizione.

Oggi ancora Alberto Cavaliere continua, con giovanile baldanza, a far sentire la sua voce quasi quotidiana dai microfoni di Radio Milano, da dove commenta i fatti del giorno con una bonomia tutta ambrosiana (anche se egli è ambrosiano soltanto ... per usucapione). E in questo volume sono appunto raccolte alcune fra le innumerevoli poesie che lo hanno reso cosi popolare fra i radio ascolta tori.

(Eligio POSSENTI - Corriere della Sera)

§§§


La presente raccolta contiene una scelta di poesie in lingua scritte da Alberto Cavaliere per le trasmissioni meneghine domenicali che si sono susseguite a Radio Milano da quindici anni a questa parte:

"Quater pass in Galeria", "El Gamba de Legn", "Ciciaremm on cicinin", "G'hoo di robb de ditt"

Il libro è stato stampato nel mese di ottobre 1964 dalla tipografia Galbiati & C-Milano per conto di Giancarla e Ugo Mursia Editori. Di questo volume sono state impresse su carta Raffaello di Fabriano trecento copie numerate da I a XI e da 12 a 300 firmate dall'Autore.

§§§


foto del poetacopertina del libro






INDICE DEL LIBRO


01-Milano alle città d'Italia
02-La Fiera
03-La pioggia sulla Fiera
04-Anche le canzoni si fabbricano a Milano
05-Nel giorno di San Francesco
06-Ministeri
07-L'ansia: malattia del secolo
08-"I promessi sposi"
09-La fiera degli "Oh bei, oh bei"
10-La chiesa di San Babila
11-La circonvallazione
12-La Galleria
13-"Terroni"
14-Tassì a Milano
15-Elegia quaresimale
16-Giardini milanesi
17-La festa della mamma
18-Le giornate della merla
19-Il carnevale
20-La settimana della serietà
21-Il maggio milanese
22-Milano fiorita
23-Il milanese in vacanza
24-Eliporto e fantasia
25-La scoperta dell' America
26-Il monumento a Carlo Porta
27-Estate
28-Grattacieli
29-Sant' Ambrogio
30-L'albero di Piazza Duomo
31-Milano: la capitale dei regali
32-L'ultimo brumista
33-Via Dante riaperta al traffico
34-Il ponte di Milano
35-Viaggi interplanetari
36-Bancarella pellegrina
37-Nel 1500 anniversario della nascita di Giuseppe Verdi
38-John Kennedy
39-Papa Giovanni
40-L'abolizione del latino
41-Il "carosello" di Piazza Duomo
42-Lo "smog"
43-Il centenario dei "ghisa" (1860-1960)
44-Incidenti stradali
45-La battaglia di Via Moscova
46- 31 Marzo


§§§


01-Milano alle città d'Italia


Da questa Galleria ch'è il mio salotto,
vecchie città d'Italia, a voi m'inchino
ed offro questo tipico prodotto
- i Quater pass - modesto e genuino
a voi, che pur gustando il mio risotto,
forse, ignorate il... riso meneghino.
lo vi conosco invece, o mie sorelle,
più o meno tutte: in questa Galleria
passano a gara tutte le favelle
in una sola e strana sinfonia.
E qui san fusi il Sud e il Settentrione,
abolito il contrasto centenario:
se a qualcuno talor do del "terrene",
lo faccio sempre in tono assai bonario.
Gente che viene in cerca d'abbondanza,
mi trova a volte rude e alquanto brusca,
ma attraverso la nebbia che m'offusca
offro a tutti un sorriso e una speranza.

Avete tutte tanta e tanta storia,
e a nessuna città dello Stivale
- senza parlar di te, Roma immortale
­ manca il suo bravo pizzico di gloria;
e mi ci metto anch'io: le ricordate
le cinque memorabili giornate?
A parte questo (e il tifo qui ci scappa),
ho due squadroni, poi, che fan faville,

uno dei quali (state pur tranquille)
quest'anno lo scudetto se lo pappa.
E c'è una gloria ancor, di cui mi onoro,
dal nome molto semplice: il lavoro.

Io non ho il mar, né un fiume o una collina;
non sono bella, eppur la gente m'ama;
e dall'alto di quella Madonnina
che non sa offrire un vasto panorama,
da questa Galleria molto borghese,
ma che ha pur sempre un fascino che ammalia,
oggi saluto tutto il Bel Paese
e mando un bacio alle città d'Italia.


§§§


02-La Fiera


Son quattordicimila espositori,
da tutto il mondo accorsi entusiasmati,
che sui superbi stands imbandierati
salutano commossi i tre colori,
pur dalla pioggia e dalla nebbia oppressi.
E il capo dello Stato è in mezzo ad essi.

Benvenga, Presidente. è un gran peccato
che a celebrare questa insigne Mostra
sia solamente 1'eccellenza vostra
e non, invece, i capi d'ogni Stato,
mentre dovrebber essere presenti,
qui, tutti: re, regine e presidenti.

Noi vorremmo vederli tutti quanti
in questi prestigiosi padiglioni,
tutti, nessuno escluso, testimoni
di tante imprese ardite e affascinanti,
di tutto ciò che, fervida e tenace,
può in un sol anno edificar la pace.

Allora, forse, i grandi della terra,
i sommi responsabili del mondo,
penserebbero a ciò che in un secondo
potrebbe ridistruggere la guerra,
e forse capirebbero anche loro
che il mondo vuoI la pace ed il lavoro.

è quello che Milano, puntualmente,
sembra che tutti gli anni raccomandi
col proprio esempio, soprattutto ai grandi,
o a chi si crede tal nella sua mente:
anziché armarvi e prendervi a pedate,
signori, siate serii, e lavorate!


§§§


03-La pioggia sulla Fiera (Plagiando D'Annunzio)


Piove.
da cinque o sei giorni
su Milano e dintorni
si sfoga la furia di Giove
Pluvio:
un vero diluvio.
Piove sui rami fioriti
della primavera nascente,
piove sui tronchi
degli alberi, piove
sul presidente
Gronchi
( Eccellenza, perdoni:
Milano alle sue tradizioni
ci tiene).
Piove sulle sirene
che suonano a festa;
pioveve sugl'impermeabili
labili,
sugli ombrelli dischiusi,
sui funzionari confusi
che perdon la testa;
piove sui diplomatici,
sugli apparecchi automatici,
piove sugli elicotteri
librati nell'aria
con ala leggera:
piove sulla Fiera
Campionaria.
Piove su Gallarati Scotti,
piove sugli onorevoli,
sui senatori ridotti
a stracci;
piove sui convenevoli,
piove sui convenuti,
sui discorsi, gli abbracci
e i saluti.
Piove sul prefetto Liuti.
Piove su Franci imbronciato,
che dice - Peccato! ­
Piove su Montanaro
vestito di chiaro;
piove sulle marsine
delle autorità cittadine;
sulle bandierine
dei tram,
sulle réclames
di Corso Sempione,
sui valletti e sul gonfalone,
piove sulla Fiera nostra
che ha trenta cinque anni,
ma non li dimostra.
Piove sulle merci in mostra
venute per terra e per mare,
più nuove men nuove:
tanto per cambiare,
piove.

piove
sulle telecamere sparse,
sulle bocche riarse
dei telecronisti,
più tristi, men tristi,
piove sugli alamari
dei carabinieri,
piove sui chiari
pensieri
del regista Coccorese,
che dice: - Aprile, che mese! -
ma nonostante la pioggia,
il vento e la bufera,
Milano risfoggia
il suo vestito da Fiera:
la Fiera sempre novella,
come una favola bella,
che un di ci commosse,
che ancor ci commuove,
anche se piove.
Ma invano
la gente s'illude
e spera
che torni a Milano
la buona stagione,
fin quando la Fiera
non chiude
il portone.


§§§


04-Anche le canzoni si fabbricano a Milano


Milano l'è un gran Milan, tutti lo sanno:
la città delle industrie e dei commerci;
produce e lancia sul mercato, ogni anno,
un'infnita varietà di merci,
dagli oggetti più semplici e ordinari
ai più complessi e vasti macchinari.

Ed in ogni sua strada - anche nel centro,
non solamente alla periferia -
c'è un cantiere, una fabbrica, con dentro
macchine e braccia, vita ed energia.
So che da Capo Passero a Merano
chi vuol qualcosa parte per Milano,

dove troverà tutto in bella mostra
e tutto fatto a regola perfetta;
oscrive ad una ditta, che s'affretta
a dar riscontro alla "pregiata Vostra"
nella speranza "ch'Ella, soddisfatta,
ci ordini ancora" (pagamento tratta).

Ma credevate, forse, che a Milano
ci fossero soltanto i ragionieri?
che vi fossero solo, a tutto spiano,
grossi industriali e turgidi banchieri?
che cerchereste invan, fra quei signori,
poeti, musicisti e sognatori?

Ebbene, amici miei, se permettete,
vi debbo dir che il vostro è un grosso errore:
lodino il mare, esaltino l'amore,
cantino incontri, addii, pene segrete,
perfino le canzoni, o belle o brutte,
nascon tutte a Milano, o quasi tutte.

A Milano, ma si: qui, fra il nebbione
che avvolge cose ed uomini e pensieri,
nella vecchia città dei ragionieri,
dove il moderno traffico s'impone,
qui spira pure tanto sentimento
e nascon le canzoni a cento a cento.

Ma poi Milano, benedetta e santa,
paga le tasse, e lo Stivale canta.


§§§


05-Nel giorno di San Francesco


Dicesti: "Siano, gli uomini, fratelli,"
santo Francesco, "e buoni, umili e miti,
e soprattutto, da un macello usciti,
non stiano a preparare altri macelli;
i frati i lupi, teneri e ammansiti,
non dian la caccia ai buoni frati agnelli."

Tu preferivi l'umile colomba
all'acquila grifagna e coreografica;
tu predicavi con bontà serafica,
quando non c'era ancor sirocchia bomba:
"Sulla terra, in Europa, in Asia, in Africa,
non siano l'armi a scavar mai la tomba."

Oggi forse diresti, fraticello:
"Gioca con la luna artificiale,
ma cautamente, senza farvi male,
senza spezzar le reni a questo o a quello.
Non lo vedete? Il mondo è cosi bello,
in un sereno e placido ideale ... "

Ma il mondo, ognor più cieco, ognor più avaro,
giostrando va sull'orlo d'un dirupo;
gramo è il presente, e l'avvenire è cupo:
santo Francesco, ponici un riparo!
Tu facesti tacer frate somaro,
impietositi il crudel frate lupo.

Ed oggi, in una piazza di Milano,
benedici uno stuolo animalesco
presso una vasca in stile dugentesco,
dove gentile, semplice ed umano,
sembri a un piccione tendere la mano.
Tendila pure a noi, santo Francesco.


§§§


06-Ministeri


Cari signori, cerco un ragioniere
per abbracciarlo ... non vi sembri strano,
ma in questo istante reduce a Milano,
mi sento spinto quasi da un dovere:
in casa, al Municipio, in qualche impiego,
abbraccio un ragionatt e poi vi spiego ...

Si, giungo adesso dalla capitale:
una bella città, d'ogni stagione,
indubbiamente; il clima è l'ideale,
gli spaghetti li fanno a perfezione,
il vino dei Castelli è generoso
e induce all'ottimismo ed al riposo.
Con il ritorno della primavera
poi non vi dico, è un sogno addirittura:
Villa Borghese in piena fioritura
vi invita nel tepore della sera,
e sulle piazze, in note sovrumane,
ridon le donne e cantan le fontane ...

Qualcuno penserà, nell'ascoltarmi,
ch'io v i sia stato a scopo di diletto,
per ammirare i suoi pregiati marmi,
le sue bellezze: e questo era in progetto
(è una grande città, bella e simpatica),
ma...sono stato là per una pratica.

Era un ufficio sito in un palazzo
meraviglioso, dalle volte austere;
intanto, vi dirò che il solo usciere
basta a mettervi già nell'imbarazzo,
perché vi fa pensar: "forse mi sbaglio,
questo non è un usciere, è un ammiraglio!"
Dapprima mi guardò trasecolato
quando gli chiesi del commendatore;
poi mi disse - Ma lei, caro signore,
l'orologio lo avete consultato? -
e aggiunse con un ghigno di disprezzo
- Ma lei scherzate? So' le nove e mezzo. -
- Si, - balbettai, - ma ho visto che l'orario ... -
M'interruppe sdegnato - Orario un corno!
Lei dovete venire a mezzogiorno,
se volete parlar col segretario;
in quanto al direttore generale,
scoccata l'una, è qua, sempre puntuale.
­ Io dissi fra me e me: "Che strana usanza!
Quella, a Milano, è l'ora in cui si pranza."

Tornai nel pomeriggio: - Il direttore?
L'usciere si svegliò di soprassalto,
s'alzò seccato, mi guardò dall'alto
in basso, poi scandi - Caro signore,
dove vivete? Prima delle sette,
qui non c'è mai nessuno. - E risedette ...
E allora? Niente: allor tu benedici
questa nostra città grigia e severa,
dove la gente è sempre negli uffici
e non s'accorgr della primavera:
dove, se cerchi del commendatore,
lo trovi al proprio porto, a tutte l'ore.


§§§


07-L'ansia: malattia del secolo


Frutto di questa età torbida e immite,
è l'ansia, dunque, il morbo più moderno,
capace di spedirti al Padre Eterno
più del diabete o della polmonite;
morbo dovuto a un perfido bacillo,
che t'impedisce di campar tranquillo:

questo eterno fuggir di balza in balza,
quest'ansia disumana e maledetta,
il fatale contagio della fretta
che ti spinge, che t'urge, che t'incalza;
un'angoscia, un affanno, un capogiro
che non ti dà né tregua né respiro;

i disagi che l'uomo, poco scaltro,
ha voluto crearsi da se stesso ...
L'amore? è un sogno del passato: adesso
ci si dà un bacio, al più, fra un tram e l'altro.
Ed è Milano, con la ... vita-lampo,
ad avere il primato in questo campo.

Lo squattrinato, oppresso dal "magone",
vive nell'ansia di morir di fame,
mentre passan giornate ancor più grame
coloro che han denaro a profusione,
di un'altr'ansia malefica in balìa:
che qualche ladro gliela porti via.

(Ed io ch'ero convinto, fin adesso,
che a vincer l'ansia un "tredici" è indicato!
Invece, alcuni medici han trovato
-ed in un loro apposito congresso
sarebbero riusciti a dimostrarlo -
ch'è molto meglio, un "tredici", non farlo) ,

A questo aggiungi il "Milan" che minaccia
di rinunciar quest'anno allo scudetto;
lo sblocco degli affitti, che ti caccia
da un giorno all'altro in mezzo a un vicoletto;
aggiungi ancora il debito col sarto,
la tassa di famiglia, ed hai l'infarto!

C'è l'ansia pel crescente carovita,
ma se si pensa al caro funerale,
la vita, dopo tutto, è il minor male,
anche se miserella e striminzita ...
per cui, checché ne dicano quei medici,
la miglior cosa, in fondo, è sempre un "tredici"...


§§§


08-I PROMESSI SPOSI


è un maestoso romanzo-fiume
che - son già cento vent'anni buoni ­
scrisse, non privo d'un certo acume,
il milanese Sandro Manzoni.
La sua sfortuna fu questa sola:
ch'esso divenne libro di scuola,

Ebbe un successo stupefacente:
oggi non restan che pochi brani,
sia per il fatto che ormai la gente
legge soltanto gli americani,
sia perché il frutto d'una morale
che al tempo nostro s'adatta male.

Quanti fastidi, Lucia Mondella,
pur di sposare quel tessitore!
Tutto, vezzosa contadinella,
perché facesti gola a un signore,
che disse a un prete poco esemplare:
« Quel matrimonio non s'ha da fare » .

Sfuggita al bruto che ti voleva,
ti rifugiasti presso una suora,
che, sciagurata, se l'intendeva
coi più famosi gangsters d'allora:
fosti rapita (quanti spaventi!)
da una masnada di malviventi.

Chiusa dapprima dentro un castello,
dopo trionfasti, come si sa,
solo assistita da un fraticello
e dalla fede nell'onestà,
e desti a Renzo saggi consigli,
la pace e, credo, dodici figli.

Se al giorno d'oggi tu fossi il sogno
Od il capriccio d'un don Rodrigo,
oh, non avrebbe, costui, bisogno
d'architettare quel bell'intrigo,
mettendo in mezzo l'Innominato,
che farà ammenda del suo passato.

Ma ti direbbe, semplicemente:
«Ho un palazzotto ch'è un vero amore:
vieni a trovarmi, senza dir niente
né al Tramaglino né al confessore.
Cosa vuoi farne di quel plebeo,
che non può darti l'Alfa Romeo?

Aver gioielli, pellicce vesti,
villa sul lago, cambiar destino...
Lucia Mondella, tu pianteresti
quello spiantato di Tramaglino;
a don Rodrigo diresti: « Si » ,
ed il romanzo morrebbe qui.


§§§


09-La fiera degli "Oh bei, oh bei"


Salgano gli abitanti a due milioni,
la città si rinnovi, i grattacieli
sempre più alti sorgano, si celi
pure il Naviglio e crollino i bastioni,
i milanesi restano fedeli
a certe loro antiche tradizioni.

Ed in dicembre, come sempre, inizia
la vecchia fiera degli "Oh bei, oh bei":
trovate in Sant' Ambrogio, amici miei,
un' anticipazione natalizia,
che spande tutt'intorno - non saprei ­
un senso di passato e di puerizia.

è come una soffitta gozzaniana,
che sa di tanfo e sa di poesia,
dove s'aduna una chincaglieria
fra le più varie, pittoresca e strana,
ed accarezza l'anima ambrosiana
con una sua svagata nostalgia.

Vi si respira l'aria di Milano,
una Milano senza ancor la "Metro",
e fa pensare ad ottant'anni addietro,
a un Sant'Ambrogio ancor fuori di mano,
dove il nebbione, meno uggioso e tetro,
ha l'aria di un antico casigliano ...

Ancor per due domeniche vedremo
quei cari vecchi oggetti messi in fila;
come per un prodigio scorderemo
la Milano che va verso il Duemila,
per ritrovare quella degli "Oh bei",
ottocentesca... come i versi miei.


§§§


10-La Chiesa di San Babila


Da nove o dieci secoli a un dipresso,
quella chiesetta se ne sta raccolta,
indifferente al ritmo del progresso,
a ricordar Milano d'una volta,
qui, dove il folle traffico moderno
sembra piuttosto ricordar l'inferno.

Intorno all'antichissima chiesetta,
che ancor ricorda la Corsia dei Servi
(quando Milano non aveva fretta,
quando la gente non aveva i nervi),
in tanti e tanti secoli di vita,
questa nostra città s'è ingigantita.

C'è un carillon, in cima al campanile,
che guarda l'ampia ed agitata piazza
e par che chieda, garrulo e gentile
- Ma a che vi serve questa corsa pazza? -
Inutilmente: sorda a quella voce,
Milano corre sempre più veloce.

Corre, e gabbie di vetro e di cemento
innalza verso il cielo all'impazzata;
e la chiesetta, nello smarrimento,
si sente sempre un po' più spaesata,
mentr'era cosi bella e pittoresca
nella vecchia Milano ottocentesca.

Ebbene, amici miei, ve lo confesso,
l'antico tempio - a parte la mia stima
per tutte le conquiste del progresso ­
io lo vorrei veder com'era prima,
signoreggiar fra l'umili casette
e le viuzze solitarie e strette:

cosi com'era in secoli lontani;
e indovinar se siamo più felici
con la radio-tv, con gli aeroplani,
con questi enormi e comodi edifici,
o se ha ragione lui, fra tanta fretta,
il vecchio carillon della chiesetta ...


§§§


11-La circonvallazione


Non c'è più la Milano del passato:
sotto gli occhi dei propri cittadini
ha veduto distrutti i suoi giardini
per brutte case di cemento armato.
Mutano strade, mutano persone ...
NON MUTA MAI LA CIRCONVALLAZIONE!

Passano le automobili rombanti,
sempre più ricche, sempre più veloci:
nonostante i semafori, agli incroci
di quando in quando ammazzano i passanti.
Son morte le carrozze e il postiglione ...
NON MUORE MAI LA CIRCONVALLAZIONE!

Dando a Milano nuovo lustro e vanto,
sorgono al centro e alla periferia
case su case, in una frenesia
stupefacente ... Poi, di tanto in tanto,
crolla un palazzo, un muro, un cornicione ...
NON CROLLA MAI LA CIRCONVALLAZIONE!

Fin dal lontano tempo del littorio,
è stato sotterrato anche il Naviglio;
i cittadini, senza batter ciglio,
han visto smantellar Corso Vittorio.
Tutto è soggetto all'opra del piccone ...
TUTTO, MA NON LA CIRCONVALLAZIONE!

Nuove partenze, sempre, e nuovi arrrvi:
vedi di mese in mese, d'anno in anno,
assessori che vengono e che vanno,
funzionari che arrivano giulivi,
altri che si ritirano in pensione ...
MA NON VA VIA LA CIRCONVALLAZIONE!

Ribolle la metropoli lombarda:
corrono tutti a destra ed a sinistra;
una spietata fretta ci amministra
fin dal primo mattino ad ora tarda ...
Fra il trambusto, però, non si scompone,
NON CORRE MAI LA CIRCONVALLAZIONE.

E in questa attività che ci soverchia,
par dica alla dinamica Milano:
chi va piano va sano e va lontano,
anche se gira su un'eterna cerchia.
Ed è questo un esempio che s'impone:
SII BENEDETTA, CIRCONVALLAZIONE!


§§§


12-La Galleria


Fu re Vittorio, nel '67,
che venne a inaugurar la Galleria.
Commentarono allora le gazzette,
in preda a una spiegabile euforia:
«Meravigliosa! Ne farà Milano
il suo ritrovo pubblico e mondano".

Fin da quel tempo, infatti, è la centrale
qualificata dell'appuntamento,
il cuore urbano tipo, il monumento
più insigne del passeggio nazionale.
Era il cliché dell'epoca umbertina
in stile liberty mengonizzato;
e fu per anni il cinema parlato
della pulsante vita cittadina;
fu la mecca dell'ore piccolissime,
la succursale delle recentissime.
Era il salotto piccolo-borghese,
vestito di un intonaco di storia;
era, com'è, la mèta obbligatoria
dei quattro passi d'ogni milanese,
dove talor la farsa e la tragedia
siedono entrambe sulla stessa sedia.

La guerra la sfasciò, le infranse i vetri,
contorse i ferri delle sue strutture,
ed entrò il cielo dalle fenditure
nel vuoto degli uffici umidi e tetri.
Un passato crollava ... Oh, ne han sofferto
i milanesi: che malinconia!
Quando pioveva, per la Galleria
si transitava con l'ombrello aperto.
Non più la folla degli sfaccendati,
dei quattro passi e dell'aperitivo;
non più la gaia cronaca ed il vivo
brusio dei giorni lieti e spensierati.
Vi erravan nella notte tenebrosa,
fra calcinacci, topi e scarafaggi,
ombre d'illustri antichi personaggi,
da Verdi a Boito, a Praga ed a Giacosa ...
E i milanesi allor, benché allo stremo,
dissero in coro: - La ricostruiremo! -

E la ricostruirono; e Milano
ritrovò la sua cronaca leggera:
la vecchia Galleria, con ogni cura,
dopo qualche anno ritornò com'era ...
E che diventi presto, oggi si spera,
il salotto d'Europa addirittura.


§§§


13-Terroni (*)


C' è chi ignora che molti "terron"
rinomanza, splendore e fortune
hanno dato alla Patria comune
nella lingua che Dante parlò:
Bernardino Telesio, Tommaso
Campanella, il Divino Torquato;
e quel Vico, dal mondo acclamato
e quel Bruno che il rogo affrontò.

Tra i moderni fu Verga terrone
fu terrone anche lui, Pirandello.
E D'Annunzio? Terrone anche quello!
Diaz e Orlando? Terroni anche lor!
Tutta gente che ad un grande cervello
spesso univa un grandissimo cuor.
Senza dir di tant' altri intelletti,
come il sommo filosofo Croce,
la cui grande magnifica voce,
sol da poco è venuta a mancar.

E i terroni patrioti famosi?
Chi, facendo via Mario Pagano
ricche aziende, ogni grazia di Dio
(e pensar che nemmeno uno zio
ho fra questi in cui posso sperar!)

Molti intanto non voglion capire
che sian nati a Palermo o a Vercelli,
gl' italiani son tutti fratelli,
assiepati fra l'Alpi ed il mar.
Perchè dunque insultare il terrone?
Perchè dunque dobbiamo dolerci
se, in mancanza di industrie e commerci,
egli ha vinto un concorso statal,
o se in cerca di un povero pane
è qui giunto dal suolo natal?

Poi si sposa con vostra cugina,
mette al mondo sei figli gagliardi,
e son questi che, nuovi lombardi,
del terrone daranno a papà.
Dunque, via quelle scritte dai muri,
d' un sapore grottesco e stantio!!
Zitti là!! Son terrone pur io,
rataplan, rataplan, rataplà!!!!!!
--
(*)Vedi anche RATAPLAN!


§§§


14-tassi a Milano


Udite, udite: giungo qui a Milano,
giovedi sera (non un di festivo,
ma un giorno come gli altri), ed all'arrivo,
con una borsa e una valigia in mano,
attraversato l'atrio,esco dal chiuso
per prendere un tassi. Povero illuso!

Trovo ammassata innanzi alla Stazione
una marea di popolo in attesa:
è forse li per farmi una sorpresa?
per inscenarmi una dimostrazione?
Giammai poeta reduce dall'Urbe
si vide innanzi tante accese turbe ...

Ma quelle turbe innanzi a me schierate
con tanto ardore (e il cuor ne sbigottì),
non già colombe dal desio portate,
eran tutte in attesa d'un tassi.
Con in mano la borsa e la valigia,
mi feci strada in mezzo al pigia pigia.

Non appena una macchina appariva,
alcuni, con un impeto selvaggio,
si lanciavan compatti all'arrembaggio
tra una folla sgomenta e fuggitiva;
urli inumani ed atterriti volti:
donne vecchi bambini eran travolti.

Io, debole, tranquillo, uomo di pace,
che far potevo in simile frangente?
Stimai molto più saggio e più prudente
- poiché natura non mi ha fatto audace ­
andare a casa a piedi, sospirando
una Milano d'altri tempi, quando ...

quando i barconi, eon l'antica flemma,
solcavan l'acque chete del Naviglio
e per le vecchie vie, senza scompiglio,
giravan le carrozze con lo stemma,
né la gente sentiva alcun bisogno
di prendere il tassì ... Tassì, che sogno!

Ma chi sta in alto loco, disinvolto,
trova e dichiara che va bene inscì,
che il problema del traffico è risolto,
pur se a Milano mancano i tassì,
e che in questa città sempre in ascesa
...tutto va ben, madama la marchesa!


§§§


15-Elegia quaresimale


Si sa che la Quaresima, signori,
una volta seguiva al carnevale
per ammonire il frivolo mortale
che, dopo i più satanici clamori
e l'orgie più sfrenate, era opportuno
darsi alla penitenza ed al digiuno:

un digiuno, s'intende, un po' simbolico,
fatto assai spesso senza economie,
a base di squisite leccornie,
per ricordare ad ogni buon cattolico
l'autentico digiuno che Gesù
praticò un giorno, senza alcun menù.

Ed ecco, cari amici meneghini,
è giunta anche per noi quella scadenza.
Son tempi questi, in cui la penitenza
(specie coloro che non han quattrini)
la facciamo un po' tutti, in generale,
non solamente dopo il carnevale.

E adesso, a parte il solito digiuno,
le penitenze son più raffinate,
sicché da Porta Genova a Lambrate
i milanesi - non escluso alcuno ­
avranno modo, a mio sommesso avviso,
di guadagnarsi un posto in paradiso.

Il paradiso ci aprirà San Pietro
se invece d'imprecare il giorno sano,
girando per le strade di Milano,
mentre i motori ci ruggiscon dietro,
diremo con devota riverenza:
"Laudate sian per nostra penitenza";

o se aspirando il fumo della nafta
(son anni ed anni ormai che si protesta,
ma quel fumo infernal nessuno arresta,
ma i nostri lagni, ohimé, nessuno .. , capta),
diciam, senza gridare all'indecenza:
"Laudato sia per nostra penitenza";

se, compilando i moduli Vanoni,
noi derelitti a corto di contanti,
che non siamo industriali né mercanti
e ignoriamo gl'imbrogli e le evasioni,
diciamo, col pensiero all'Intendenza:
"Laudata sia per nostra penitenza."


§§§


16-Giardini milanesi


[Il signor Tamotsu Ueda, sindaco di Tokio,
ha scritto a Virgilio Ferrati, sindaco di
Milano, chiedendogli gentilmente il permesso­
di riprodurre nella capitale del Giappone­
alcuni giardini della nostra città.(1956)]

È arrivata dal Giappone
una lettera un po' strana,
che con frasi d'occasione
tocca l'anima ambrosiana:
loda... i parchi ed i giardini
meneghini.

Quanto verde e quante aiuole!
Tigli, platani, betulle,
dove intrecciano carole,
forse, schiere di fanciulle,
inneggiando alle fortune
del Comune.

E l'illuso Tamotsu Ueda
scrive al sindaco Ferrari
che la gioia gli conceda
d'imitar quegli esemplari
di giardini a tutto spiano
che ha Milano.

Onde il sindaco Virgilio,
nel ricever quella pagina,
se n'è andato in visibilio
e Milano adesso immagina
tutta avvolta da una veste
di foreste ...

Caro illustre Tamotsu Ueda,
quelle stampe che ha sfogliato,
solo stampe erano - creda ­
d'un fantastico passato:
del lontano e sonnolento
Settecento,

quando al centro e fuori mano
(e il pensiero vi si perde)
esistevano a Milano
sconfinate oasi di verde,
dai banali e grige case
oggi invase.

Se l'esempio milanese,
quanto ad alberi ed aiuole,
applicare al suo paese,
signor sindaco, Ella vuole,
detto fatto, s'armi pure
...d'una scure!


§§§


17-La festa della mamma


Si sa che i milanesi hanno un cuor d'oro
e sono, in fondo, dei sentimentali,
capaci, in certi casi eccezionali,
perfino di sospendere il lavoro

per ascoltar la radio, ove in programma,
nell' ora della cronaca consueta,
oggi vi sono i versi d'un poeta
dedicati alla festa della mamma ...

O madri, luce della prima aurora,
custodi pie del nostro focolare,
venute al mondo solo per amare,
per perdonare e per amare ancora;

di cui diciamo il breve nome - mamma ­
dopo i primi vagiti, e nell'estremo
respiro è il nome che ripeteremo
quando si spegnerà l'ultima fiamma;

madri, mistero tenero e profondo,
che coi bimbi, coi fiori e con le stelle
siete le cose più geniali e belle
della sublime favola del mondo,

madri, vogliamo in questo maggio in fiore
che risuona di musiche e di cantici,
come si usava in tempi più romantici,
appuntare una rosa al vostro cuore.

Anche vorremmo ornar le vostre chiome
di fiori eterni. In questi tempi incauti,
s'è palancato il cielo agli astronauti:
ebbene li preghiamo a vostro nome

che dalle loro aeree caravelle
(io non ce la farei, non lo nascondo)
per ognuna di voi, madri del mondo,
colgano in cielo un grappolo di stelle ...

Amici milanesi, arrivederci:
con un pensiero tenero alla mamma,
versate le due lacrime in programma,
ritorniamo alle industrie ed ai commerci.


§§§


18-Le giornate della merla


è una vecchia leggenda. Ormai Gennaio
era quasi alla fine; all'improvviso,
sfuma la nebbia al sol, cessa il rovaio,
il cielo si dischiude in un sorriso.
Ed una merla candida e leggera
vola su un ramo e fischia - è primavera. -

Però, Gennaio trova un po' molesto
quel fischio prematuro e malaccorto:
"Ehi, merla, non ti sembra troppo presto
per sciogliere quel canto? Io non son morto."
Gli rispose la merla: "Quanta boria!
Due giorni e morirai, Dio t'abbia in gloria!"

Spiacque a Gennaio la risposta audace
della candida merla e borbottò:
"Se mi ci metto, sono ancor capace
d'assiderare il mondo, e lo farò:
son vecchio si, ma ancora mi rimane
tanto vigore in petto, e un freddo cane."

S'era, dice la storia, addi ventotto:
mancavano due giorni a fine mese;
e in quei due giorni un freddo ininterrotto
dal monte al piano assiderò il paese;
passò la merla due giornate grame
sotto i morsi del freddo e della fame.

E per rendere ancor più saporita
la sua vendetta, il perfido Gennaio
pensò di prolungar la propria vita
la gente intirizzita accese il fuoco
(e il carbonaio guadagnò non poco).

La bianca merla, dal terrore invasa,
quel giorno, di primissimo mattino,
si rifugiò dal tetto d'una casa
nella fumida canna d'un camino,
dove alle bianche immacolate piume
s'attaccava pero tutto il nerume.

Giunto Febbraio, dalla sua prigione
uscì la merla, e non le parve vero;
ma non ci fu né acqua né sapone
che le potesse togliere quel nero.
E non lei solamente, i suoi merlotti
in quello stesso stato eran ridotti ...

Del resto (parlo solo delle merle
che vivono a Milano), era destino
che bianche non dovessimo vederle:
senza per forza entrare in un camino,
oggi, col fumo delle ciminiere
si sarebbero fatte ancor più nere!


§§§


19-Il carnevale


Son anni ed anni che la gente dice:
"il carnevale è morto e sotterrato"
(alludo a quel cancàn che nel passato
elettrizzava un mondo più felice);
s'afferma dunque: "il carnevale è morto."
Ebbene no, signori: avete torto.

Esiste ancora, e come! Ma la storia
è ben diversa: il pandemonio, infatti,
durava allora sette giorni esatti,
mentre oggi è sempre tempo di baldoria
ed ogni differenza è eliminata
fra il carnevale e il resto dell'annata.

Un tempo, prolungare il carnevale
era un gran beneficio, e Sant'Ambrogio
anche per questo merita un elogio,
uomo di mondo e santo eccezionale;
ma quell'uso festoso e divertente
s'estese dopo a tutto il continente.

Con questa differenza: che a Milano
lo si prolunga al più per sette giorni,
mentre che altrove - in patria e nei dintorni ­
prosegue inesorabile il baccano,
fra un pubblico che impazza e sfoga l'estro
da Capodanno al di di San Silvestro.


§§§


20-La settimana della serietà


Il carnevale, in tempi più leggiadri,
era un fugace e allegro putiferio,
in cui le barbe degli austeri padri,
in un mondo più onesto e un po' più serio,
in preda a una simpatica euforia,
liberavano un inno alla pazzia.

Dicevano quei saggi, a mo' di scusa:
"Semel in anno licet insanire",
ciò che in parole povere vuol dire
ch'è un male la pazzia per chi ne abusa,
ma che una volta all'anno, a conti fatti,
ci si può sbizzarrire e fare i matti.

Che cosa avvenne dopo in questo mondo?
La gente, non lo so, ci prese gusto,
e quell'incontenibile trambusto
di pochi giorni, eccentrico e giocando,
divenne una cagnara intollerabile:
avemmo il carnevale in pianta stabile.

Oggi sarebbe molto più sensato
se dopo le baldorie d'ogni giorno
che duran tutto l'anno e a nostro scorno
disturbano la terra e il vicinato,
si celebrasse in tutte le città
la "settimana della serietà".

A noi, Milano: diamo il buon esempio!
Chiusi gli uffici, chiuso il Municipio,
partiamo fermamente dal principio
che chi fa scherzi in questi giorni è un empio,
che il cittadino non va preso in giro:
sia dato il bando ad ogni brutto tiro.

Più serietà, signori: sette giorni,
sia pure cinque, quattro, in cui la gente,
lasciata quella maschera opprimente,
sia buona, mite, semplice. E poi torni
ad impazzar di nuovo il carnevale,
dicendo ancora che ogni scherzo vale!
--
N.B.
Con lo stesso titolo ma con testo diverso
si trova nella raccolta "E vennero i Beat"


§§§


21-Il maggio milanese


Indubbiamente, maggio è un gran bel mese,
ma se famoso è il maggio fiorentino,
se maggio a Roma e a Napoli è un giardino,
non so se esista un maggio milanese,
o qui, fra tanta gente indaffarata,
quella stagione passi inosservata.

Eppure, vi son tante e tante cose
che sussurrano - è maggio - anche a Milano:
lo dice il vento, giunto da lontano
con un profumo saturo di rose;
lo dicon, dalle poche ultime aiuole,
balie e bambini passeggiando al sole;

e le donne che mettono nel cuore,
quando leggere passan per la via,
un'impensata ardente nostalgia
di cieli aperti e di campagne in fiore.
un desiderio - smessa ogni altra cura ­
d'abbandonarsi al sogno e all'avventura.

Ma il maggio, quasi giunto all'improvviso,
certo in campagna è tutta un'altra cosa,
con la sua scorta fitta ed odorosa
di fiori dal fantastico sorriso;
ed in problemi meno gravi assorti,
anche i somari se ne sono accorti.

Di quei felici e placidi animali
esplodon le canore turbolenze:
essi non hanno triboli e scadenze
come la maggior parte dei mortali,
e posson quindi con disinvoltura
ragliare al cielo, al sole, alla natura.

Purtroppo, in quanto a noi, gli stessi guai
dobbiamo registrar d'ogni stagione,
in un mondo ch'è sempre in convulsione,
che strilla, smania e non s'azzitta mai,
tra "grandi", generali e dittatori
che minacciano spine (altro che fiori!).


§§§


22-Milano fiorita


Il verde è assente dalle nostre piazze;
mancan lungo le strade alberi e aiuole;
pochi fiori ai balconi, le terrazze
prive di piante, squallide le scuole:
onde un concorso che Milano invita
a diventare una città fiorita.

Eppure, nelle stampe ottocentesche
s'ammira una Milano verdeggiante,
dalle vetuste case pittoresche
lungo i Navigli: intorno, alberi e piante;
una città dai piccoli confini,
raccolta nel silenzio dei giardini:

una Milano ... non ancor Milano,
ignara del miracolo economico,
quando in un mondo placido, lontano
dalle chimere del progresso atomico,
i milanesi, senza grattacieli,
a quei vecchi giardini eran fedeli.

Alcuni, tuttavia, ne son rimasti:
pochi - qua e là - reconditi giardini,
innanzi a cui stupiti ed entusiasti
si fermano talvolta i cittadini,
avvinti da un miraggio, anche se han fretta
(e ce l'han sempre, gente benedetta!).

Sognan che adesso, almeno, ad ogni piano
nelle case fioriscano i balconi,
e che la primavera, anche a Milano,
non porti solo i moduli Vanoni,
e che la gente non sia più stupita
sentendo dire: una città fiorita.

Sian le finestre ad essere infiorate,
in mancanza d'un parco o d'un giardino:
solamente la gioia (ci pensate?)
d'offrir sia pure un solo fiorellino
- ma che sia nostro - al sindaco, se un giorno
un po' di verde ci vedremo intorno ...


§§§


23-Il milanese in vacanza


Si vuota la città: CHIUSO PER FERIE,
si legge affisso a questo o a quel negozio;
un desiderio di riposo e d'ozio
spinge una schiera di persone serie
a lasciar la città canicolare
verso un rifugio alpestre o verso il mare.

E in tutte le stazioni balneari,
montane, idroterapiche, è indiscusso
che, sia tra il fasto degli hotels di lusso,
sia nelle pensioncine familiari
ove la vita è semplice e tranquilla,
trovate puntualmente il "scior" Brambilla.

è forse un "fondeghee" dal nome oscuro,
o un "peruchee", ma porta, ovunque sia,
quasi il sigillo d'una garanzia,
come un marchio di fabbrica sicuro:
i milanesi, "sciori" o bottegai,
conti in sospeso non ne lascian mai.

E il bravo "fondeghee" si trova bene:
c'era a Milano un caldo tropicale,
mentre qui il tempo è proprio l'ideale;
e che donne, e che musiche, e che cene ...
Ma presto il "scior" Brambilla ha l'aria stanca:
sente che c'è qualcosa che gli manca.

E dopo cinque, o dieci, o venti giorni,
durante i quali il bravo milanese
s'è divertito non badando a spese
(cine, canaste e gite nei dintorni),
mentre la noia cresce a mano a mano,
s'accorge che a mancargli era ... Milano.

E torna a casa. Sarà brutto il clima,
ma il nostro "fondeghee" torna beato
a rifare il "danee" dilapidato,
convinto come prima e più di prima,
pronto a giurarlo, siatene sicuri,
che ... Milan e poeu pu, cari i me' sciori.


§§§


24-Eliporto e fantasia


Leonardo, la tua macchina volante,
che cadde a terra con un servo a bordo
e parve allora un sogno stravagante,
restò per cinque secoli un ricordo;
adesso un sindacato di cervelli
ha rubato il mestiere anche agli uccelli.

Grazie a un congegno complicato e strano,
s'alza nel cielo un grosso lepidottero,
che fa la concorrenza all'aeroplano
e al quale han dato il nome d'elicottero:
per la praticità con cui si vola,
s'intende, ai milanesi ha fatto gola.

Milano, all'avanguardia del progresso,
s'è provveduta già d'un eliporto,
ciò che dimostra il rapido successo
ch'ha avuto il nuovo mezzo di trasporto;
e certamente, in non lontani di,
avremo gli elicotteri-tassi.

Per ora si va solo alla Malpensa,
per proseguire poi fino a Lugano,
ma quanto prima, a quello che si pensa,
basterà andare in un posteggio urbano:
"Libero?" "Si, signore; si, signora,"
e via per l'aria a quattrocento l'ora ...

Io che ne dico? è bello, indubbiamente:
sulle piazze affollate o solitarie,
ricercati e contesi dalla gente,
non più i tassisti si daran dell'arie:
però - Di questo passo, - a quando a quando,
- dove andremo a finire? - io mi domando.

Vedete? Sulle strade cittadine,
ed in campagna sulle vie maestre,
s'è decretata agli alberi la fine
per far più posto al traffico terrestre
(del resto, i milanesi - precursori ­
da tempo già ... li avevan fatti fuori).

O prima o dopo, sfonderemo il cielo
coi futuri veicoli spaziali:
le nubi non son più che un tenue velo
agli occhi degl'intrepidi mortali,
che, partendo da questo o da quel sito,
andranno a scorrazzar nell'infinito.

E come a terra ha fatto con le piante,
nel cielo, forse, un di l'uomo ribelle,
poiché lo spazio non sarà bastante,
deciderà di sradicar le stelle
(chi sa che qualche ditta milanese
già non s'attrezzi alle future imprese?).

Vecchio poeta, che ha vissuto tanto
da vedere a Milano l'eliporto,
in preda ad un nostalgico rimpianto,
penso che dietro casa ho ancora un orto:
finché mi lascian quel fiorito spazio,
Madonnina, ti lodo e ti ringrazio.


§§§


25-La scoperta dell'America


Sono tanti, tanti anni: in cifra tonda
quattrocentosettanta, poco meno,
dacché approdò su una remota sponda
un genovese: vi approdò sereno,
con tre leggere e anguste caravelle,
a lui donate per amor di Dio,
guidando un equipaggio un po' restio,
o addirittura indocile e ribelle.
Io non vi parlerò di quelle terre,
aperte ad un anelito profondo
di pace, che animava il vecchio mondo
oppresso dai tiranni e dalle guerre.
Vi andò la gente in cerca di fortuna,
coltivando una fede e una speranza ...
Quasi a un mezzo millennio di distanza,
or ci accingiamo a conquistar la Luna.
E si preparan razzi ed astromezzi
e strani ordigni e complicati attrezzi
per affrontare il sideral viaggio
(ed il successo già se ne intravede)
forse con quel medesimo coraggio:
non con quella speranza e quella fede ...

E salutiamo, tra il potente rombo
dei razzi, con nostalgico pensiero,
quelle tre caravelle e quel nocchiero
che si chiamò: Cristoforo Colombo.
(Io penso, tuttavia, che al giorno d'oggi,
se ancor vivesse il grande genovese,
senza tante fatiche e tante spese,
senza bisogno di potenti appoggi,
direbbe, come dice ogni italiano:
- Niente America: okay, vado a Milano...)


§§§


26-Il monumento a Carlo Porta


Ogni città che vanti un suo poeta,
quand'anche non sia questi un immortale,
gl'innalza un monumento in un piazzale,
in un giardino, o un busto a lui decreta,
come modesto riconoscimento
verso chi la onorò col suo talento.

Milano di grand'uomini ne ha tanti,
e vedi statue a piedi e statue equestri
(non tutte di grandissimi maestri...)
ai suoi dotti, ai suoi prodi ed ai suoi santi,
ed anche a tanti santi, a tanti eroi
e a tanti dotti che non sono suoi.

Ma il mago del dialetto meneghino,
colui che seppe compiere il miracolo
di far si che potesse anche il vernacolo
emular l'italiano ed il latino,
e che ancor oggi a leggerlo conforta,
è uno solo, signori: è Carlo Porta.

A veva prima un decoroso marmo,
che fu distrutto dai bombardamenti,
egli che, contro i metodi violenti,
fu sempre per la pace ed il disarmo.
Milano ancor più grande è poi risorta,
ma quel marmo restò... lettera morta.

Fu il Porta, in vita, un povero impiegato,
semplice, mite; un gran brav'uomo, in fondo.
Egli direbbe, se tornasse al mondo:
"Il monumento? Non ci ho mai pensato:
non serve un obelisco in Piazza Duomo
a onorare un poeta e un galantuomo;

ma dico al signor sindaco: so bene
che, seppure capisce il meneghino,
Ella non ha nemmeno un minutino
da dedicare a certe cose amene;
"ma ch'el s'iniorma, scior, e 'l'vedarà
che on mezz bust anca mi l'hoo meritaa"


§§§


27-Estate


Incomincia, cosi, la grande estate,
con diletto dei bravi milanesi,
che dopo tanti e così lunghi mesi
attendon le vacanze sospirate,
nella speranza di trovarti, alfine,
lungo le spiagge o in cima alle colline:
te, vecchio sole, "il bel sole di Dio",
che a mostrar ti da noi sembri restio.

Come va? Come va? ... T'alzi al mattino
con la tua precisione millenaria,
l'alba di rosa ti sorride, l'aria
s'empie di te; percorri il tuo cammino
senza defletter mai, versi ghirlande
di luce, imparzialmente, sugli abietti,
sui ricchi, sui giganti, sugl'insetti,
buono eccelso munifico: sei grande.
(Per cattivarsi i doni tuoi benigni,
gli antichi Egizi t'innalzavan statue
d'oro e di bronzo: in queste età più fatue,
noi le innalziamo ai tangheri più insigni.)
Tu porti, si, le mosche e le zanzare,
ma fai scordar la nafta ed il carbone,
e desti un desiderio d'evasione
che s'inebria di te fra cielo e mare;
un sogno d'impossibili vacanze,
a Capri, forse, a Rimini, in Riviera:

mangiarsi due stipendi in una sera,
fra genti illustri e morbide eleganze;
dimenticar l'ufficio e il direttore,
lasciare il "resto" con munificenza,
sentirsi dar - chi sa - dell'"eccellenza",
o almeno almeno del "commendatore"...

Ciao, vecchio sole. In cielo si sta bene,
senza tumulti e Laos ed Algerie?
Quaggiù, tra un mucchio di malinconie,
aumentan sempre più triboli e pene;
non c'è più fine a tante baraonde,
le genti si fan sempre più selvagge ...
T'invidio, sole: sulle ardenti spiagge
tu già carezzi le sirene bionde.
E mentre tanti si dan lì allo scialo,
noi t'attendiamo al Parco, o all'Idroscalo...


§§§


28-Grattacieli


Questi superbi e arditi grattacieli
han messo in una certa agitazione
solo i pochi superstiti fedeli
di un'antica e defunta tradizione,
che ricordano ancor con mesto ciglio
i bastioni, le case sul Naviglio ...

Dinanzi a quelle scatole imponenti
che stanno trasformando l'orizzonte,
ormai si resta muti e indifferenti,
o ci si chiede con crucciata fronte,
convinti che l'estetica ci perde:
- Non era meglio darci un po' di verde?... -

I pareri, si sa, sono discordi;
c'è sempre, infatti, il solito ottimista,
che si sente commosso nei precordi
e che proclama, alla superba vista
di quei giganti sorti dall'asfalto:
- L'è propi una città che tende all'alto... -

C'è invece il pessimista recidivo,
dal mugugno tenace e intransigente,
che, in fondo, vede un unico motivo
pel quale il grattacielo è conveniente,
dato che sulla terra, a quanto pare,
ormai non c'è più niente da... grattare.

Dapprima, era rimasta un po' seccata
e sorpresa anche lei, la Madonnina:
a vederla, da tempo abituata,
senza un'altura, senza una collina,
forse amava così la sua Milano,
ferma al secondo, al terzo, al quarto piano.

Poi s'è rasserenata, o bene o male,
illusa - in qualche nuovo grattacielo
che l'ha quasi raggiunta e ancora sale ­
di scoprire il perché di tanto zelo:
"Son gli uomini che fanno, a parer mio,
un tentativo d'innalzarsi a Dio...


§§§


29-Sant'Ambrogio


Sono quindici secoli: Milano
contava allora dentro i suoi confini
solo cinquantamila cittadini,
benché sede d'un cesare romano;
e, Sant'Ambrogio, tu governatore,
li amministravi con paterno amore.

Milano, assai più grande e meno bella,
di cittadini, ormai, n'ha due milioni,
in buona parte veneti o "terroni",
ma tutti... milanesi in lor favella;
e gli ambrosiani, se li metti in fila,
son sempre suppergiù cinquantamila.

Del resto, Ambrogio, tu - figlio di Roma ­
coronato di luce e di sapienza,
trovasti qui la gloria e la potenza;
e, senza dubbio, al tuo nativo idioma
(naturalmente, il classico latino)
alternavi il linguaggio meneghino.

E a chi, non conoscendoti romano,
ti domandava: "E tu, di dove sei?"
senza esitare, ci scommetterei,
rispondevi anche tu: "Son di Milano";
e in fondo, a ben rifletterei, lo eri,
nel costume, nei fatti e nei pensieri.

Uguale con i piccoli e coi grandi:
un prepotente cesare dal trono
scese umiliato a chiederti perdono
(e aveva tutto il mondo ai suoi comandi)...
Or c'è di "grandi", ohimé, tutto un raduno,
mentre di santi non ce n'è nessuno:

nessuno come te, divino Ambrogio,
che possa ancora compier quel miracolo;
sicché i potenti, senza alcun ostacolo,
stan preparando al mondo il necrologio.
Per cui, dal cielo, vedi se ancor puoi
farti un piccolo salto in mezzo a noi...


§§§


30-L'albero di piazza Duomo


C'è un albero che splende in Piazza Duomo
e riceve le offerte cittadine,
da cui la notte, dolce senza fine,
s'innalza un inno alla bontà dell'uomo.

Dice quell'inno: "Gli uomini, crudeli,
un tempo si sbranavano fra loro,
ma poi fu· vista una cometa d'oro
brillar d'un tratto da sereni cieli

e il mondo illuminar come una face
ed indicare agli uomini il cammino
verso la grotta di Gesù Bambino,
ch'era venuto ad annunciar la pace.

Da allora non vi furono più lotte
sulla terra degli uomini, nessuno
soffri da allora il freddo ed il digiuno,
né nacquero più bimbi in buie grotte.

Da allora c'è quest'albero del bene,
che affratella i viventi, ove i più ricchi
depongono il di più dei loro chicchi,
per alleviare ai poveri le pene,

e ciò che cresce delle loro vesti
vi gettan dentro con fraterno cuore;
da allora il mondo, in un perfetto amore,
ignora torti, offese, odii funesti."

Certo, signori, è un inno un po' ottimistico,
una pietosa e lirica menzogna;
eppure, è ciò che il mondo anela e sogna,
di tanto in tanto, in un fervore mistico.

E l'inno carezzevole s'intona
con quest'aria di festa e di vigilia
che con l'umanità ci riconcilia,
con una umanità semplice e buona.

E penso che sarebbe un vero affare
se la gente, più gaia e più munifica,
avesse tutti i giorni una gratifica
spettacolosa da dilapidare

e ricoprisse d'oro l'alberello
che splende innanzi al Duomo di Milano,
e non fosse soltanto un sogno vano
quello d'un avvenire assai più bello,

in cui vedesse alfin, l'umanità,
avverarsi, lontano da ogni guerra,
quelle parole: "Pace sulla terra
agli uomini di buona volontà."


§§§


31-Milan0: la capitale dei regali


Con questa sua fantastica toletta,
e luci luci luci a tutto spiano,
che debbo dirvi?, non è più Milano,
è una città di sogno e d'operetta,

un paese di fiaba: è l'arsenale
dei pacchi-dono fabbricati in serie,
è la centrale delle "buone ferie",
il capoluogo di Papà Natale.

E si rispecchia nelle sue vetrine
con un'aria opulenta e bonacciona:
ha il volto della "sciora Panattona",
immortalata nelle figurine.

E nella gioia estatica e tranquilla
di questo regno scintillante d'oro,
s'ha l'impressione che non sian più loro
anche el scior Rossi e il ragionier Brambilla:

non son più quelle genti affaccendate,
che mai si vedon con le mani in mano
in giro per le strade di Milano
a non far nulla: "tutte stüpidate!"...

E, viceversa, sono giorni e giorni
che stanno fermi innanzi alle vetrine
a sceglier doni per le nipotine,
girando per San Babila e dintorni.

E tutti quanti pensano ai regali:
è la dolce follia di questo mese;
per i regali non si bada a spese:
c'è chi v'investe interi capitali.

Vedi l'umanità - quella medesima
ch'è pronta a darti un calcio in pieno viso ­
rivolgerti un augurio ed un sorriso...
sarà l'effetto della tredicesima.

I bimbi sognan doni strabilianti,
perfino i bimbi... sulla sessantina;
man mano che il Natale s'avvicina,
ci sentiamo bambini tutti quanti...

è bella questa gioia di donare,
bella è quest'ansia d'un qualsiasi dono,
che fa pensare a un mondo assai più buono
e ad una ingenuità crepuscolare.

Che cosa importa se restiamo asciutti,
disperso lo stipendio ai quattro venti?
Sia questo il nostro grido, umane genti:
UN CAVALLINO A DONDOLO PER TUTTI.


§§§


32-L'ultimo brumista


[è il milanese Carlo Dell'Orto, settanta­
duenne, il quale, non trovando più clienti
nella sua città, si è trasferito con la sua
vecchia cavalla a Lanzo d'Intelvi (Lago di
Como), dove ha ottenuto un inatteso suc­
cesso fra le coppiette romantiche.]

o cavallina, cavallina storna
(e se storna non sei, fa poi lo stesso),
lungo le vie percorse dal progresso
tu ricordi un passato che non torna.

E tu, sopravvissuto a quel passato,
in questa tua città, Carlo Dell'Orto,
con quel tuo vecchio mezzo di trasporto
ti senti cosi solo e spaesato:

ricordi una Milano più alla buona,
senza motori e senza grattacieli,
quando contavi in mezzo ai tuoi fedeli
Praga, Turati e Guido da Verona;

o quando, nelle notti provinciali,
restavi ad aspettar gli elegantoni
che uscivan da "La Scala" o dal "Manzoni"
alla pallida luce dei fanali...

Adesso giri per le vie di Lanzo,
dove a qualche coppietta innamorata
offri il prodigio d'una passeggiata
che sa quasi di sogno e di romanzo.

Sordo alla frenesia che ci divora,
indifferente all'ansia che c'invade,
lodi la flemma, mentre sulle strade
irrompono i motori a un morto l'ora;

la flemma,lontanissimo ricordo
di arcaici tempi, di più miti svaghi,
or che su l'onde degli azzurri laghi
imperversano urlando i fuoribordo...

Vecchio brumista, hai tutta la mia stima:
quando ritornerai, vieni a trovarmi;
sono il tuo tipo, scrivo ancor dei carmi,
come un tempo si usava, in quarta rima.

Lungo le vie sconvolte dalla "Metro",
cercheremo le tracce del passato,
evitando i semafori: beato,
io m'addormenterò, guardando indietro.

E in sogno, in mezzo al traffico che sprona
le insonni turbe come in una gara,
converserò col sindaco Caldara,
con Filippo Turati e da Verona.


§§§


33-Via dante riaperta al traffico


[Plagiando Dante]


Nel mezzo del cammin della tua via,
per circa cinque mesi, o padre Dante,
non passò più tranvai né filovia.

Posavasi lo sguardo del viandante,
là, tra 'l Cordusio e il Largo dei Cairoli,
su una bolgia sconnessa e orripilante.

Ben sei crudel se tu già non ti duoli,
pensando a questa folla meneghina
che già vi transitava in fitti stuoli:


quando giungea dinanzi alla ruina,
spesso dicea parole ch'io non nomo,
che perdonate avrà la Madonnina.

Tu dimandavi a qualche gentiluomo,
armandoti di fede e di coraggio:
"Mostratene la via di gire al Duomo."

"A te convien tenere altro viaggio,"
ei rispondea con voce impietosita,
"se vuoi campar d'esto loco selvaggio."

E t'indicava con le dieci dita
strani percorsi e inusitati calli,
ché la diritta via era smarrita.

Rimossi monumenti e piedistalli,
quelli di Garibaldi e di Parini;
non strade o piazze, ma scoscese valli...

Gli autisti ed i pedestri cittadini
compievan giri non pensati mai
per vie traverse e incogniti cammini;

onde mugugni, pianti ed alti guai,
nonché sospiri rassegnati e tristi,
che diceano così: - Meglio il tranvai!

Inorriditi, i miseri turisti,
soggiungean, imprecando al mondo boia:
"Ahi, dura terra, perché mai t'apristi?"

S'aprì la terra, e tanti ghelli ingoia,
per voler questa "Metro" costruire,
ch'è principio e cagion di tanta noia.

Vadan le turbe a farsi seppellire,
e con più agio per le vie più snelle
nel mondo suso si potrà fluire.

Fra liete grida e suon di man con elle,
già Garibaldi - l'un dei due Giuseppe-
è ritornato a riveder le stelle:

pape Satàn, pape Satàn. aleppe!


§§§


34-Il ponte di Milano


Per chi dall'autostrada, quando annotta,
torni dai Laghi in macchina, inseguito
da una serie rombante e ininterrotta
di bolidi che giungon d'ogni sito,
l'animato spettacolo s'avviva
d'una luce abbagliante e suggestiva:

son due siepi fantastiche di luce
e affiancano quel ponte allucinato
che alla Città dei Traffici conduce
in pochi istanti: un ponte destinato
l'autostrada dei Laghi a collegare
con quelle verso il Sud e verso il mare.

Ma, soprattutto, è un simbolo quel ponte:
dà il senso della corsa, del progresso,
dell' avvenire. E con quel suo riflesso
di luce bianca che vi bacia in fronte,
alberi e case illuminando intorno,
vi annunzia che a Milano è sempre giorno.

Un dì sarà, secondo gli ottimisti,
la capitale dell'Europa nuova,
questa nostra città, che in sé ritrova
il genio dei mercanti e degli artisti.
Forse sarà sul ponte di Milano
che si daranno i popoli la mano.


§§§


35-Viaggi interplanetari


Da Milano a Varese od a Vercelli
cent'anni or sono, da New-York a Marte
fra cinquant'anni, all'Orsa od ai Gemelli
fra quattro o cinque secoli: - Si parte ­
fu sempre il grido, il sogno ed il pensiero
dell'uomo, quest'eterno avventuriero.

Fascino degli addii, quando - in partenza
verso il miraggio d'una terra ignota -
si percorreva il mondo in diligenza...
Ancor non esistevano i Dakota,
ma già un proverbio, denso d'avvenire
"partire" sospirava "è un po' morire".

Un giorno rideranno i nostri figli,
guardando in un museo quell'aeroplano
che apparve, dopo, agli stupiti cigli
il non plus ultra del progresso umano,
essi che, invece del comune orario,
consulteranno l'interplanetario.

A vranno il razzo o il missile, e si narra
che in occasione delle ferie estive
andranno sui pianeti a far gazzarra,
sdegnando le terrestri umili rive,
bramosi forse di lasciar la pelle
non sulla terra più, ma sulle stelle.

Una pubblicità di nuovo genere
il cielo solcherà da parte a parte:
"Luna di miele sul pianeta Venere.
Giove vi attende... Visitate Marte...
La crociera più rapida: in un giorno
Terra-Mercurio-Venere e ritorno... "

La luna della solita canzone,
"che tanti cuori ha scossi e inebriati",
non sarà più che un'umile stazione
per razzi merci o razzi accelerati:
vi andrà qualche coppietta provinciale
per un week end un po' sentimentale.

Veduta da lassù, sarà la terra
non altro che una lieve argentea bolla:
come tranquilla! (E li c'è tanta guerra?)
Come piccina! (E li c'è tanta folla?)
Ma vi saranno poi su quei pianeti
fiori e farfalle, femmine e poeti?...

E vi saranno i prati, i laghi, i fiumi?...
Ed un' altra Milano vi sarà,

con tutte le sue nebbie ed i suoi fumi
e i suoi rumori ed altre avversità,
e tuttavia - sia detto francamente ­
cosi comoda e mite ed accogliente?

Ve lo confesso: no, cari ragazzi,
a tanto ardite altezze io non anelo
e, nonostante tutti i vostri razzi,
non andrò mai più su d'un grattacielo.
E che all'inferno (ho l'anima un po' angusta)
mi spedisca il dottore all'ora giusta!


§§§


36-Bancarella pellegrina


[Plagiando Grossi]


[Milano è la città dove si legge di più,
grazie anche alle biblioteche gratuite e alle
bancarelle.]

Bancarella pellegrina,
che t'affacci sul rione
presentando ogni mattina
nuovi libri d'occasione,
che vuoi dirmi in tua favella,
pellegrina bancarella?

ch'oggi il libro è screditato,
che la gente lo rifiuta,
che purtroppo sul mercato
è la merce più invenduta,
che nessuno t'avvicina,
bancarella pellegrina?

che del pan dell'intelletto
volentieri si fa a meno,
tanto più che c'è il fumetto
che si legge in un baleno
e che gli asini affratella,
pellegrina bancarella? ...

So che spesso, inutilmente,
bancarella proletaria,
in attesa d'un cliente
tu sbadigli solitaria;
ma Milano a te s'inchina,
bancarella pellegrina:

in te trova il suo libraio
il modesto professore,
anche l'umile operaio
scopre un vecchio e caro autore,
trova un libro anche l'ancella
pellegrina bancarella.

Lo studente squattrinato,
affannoso in te cercando
trova, un po' scompaginato,
il poema dell'"Orlando",
la grammatica latina,
bancarella pellegrina...

In te Dante ed il Manzoni
son gettati alla rinfusa,
mescolati coi mattoni
che produce la mia Musa:
Cavaliere è insieme a Dante
bancarella affascinante.


§§§


37-Nel 150° anniversario
della nascita di Giuseppe Verdi


Da centocinquant'anni ebbe i natali,
e ancora vive prodigiosamente:
vive nelle sue musiche immortali,
vive nel cuore della nostra gente;
ma, soprattutto, è in questa sua Milano
ch'egli è ancora fra noi, semplice, umano,

vivo: in questa città che pur non seppe
riconoscere subito il suo genio;
dove per anni attese, il gran Giuseppe,
tenacemente, prima che al proscenio
della Scala e al proscenio della gloria
giungesse incoronato di vittoria...

Certo, signori miei, mutano i gusti,
non in fatto di musica soltanto;
ma ricordiamo che Giuseppe Giusti
lodò un pezzo del Verdi in un suo canto,
un pezzo tra i più antichi e celebrati,
"che tanti cuori ha scossi e inebriati,"

e, a molto più d'un secolo, quel pezzo
(e non soltanto quello) ancor ci scuote,
anche se il vulgo ormai da tempo è avvezzo
ad ascoltare le moderne note,
e a certi accordi sciagurati e bolsi
treman le vene e relativi polsi.

E quando ci solletica il diletto
di fischiettar qualcosa per la via,
a lusingarci è ancora il "Rigoletto",
non la moderna dodecafonia:
ci accuserete di vecchiume ignobile,
ma fischiettiam ancor "la donna è mobile"...

E pensiamo alla povera casetta
ov'egli nacque, a Roncole, ove invano
si preparò su un'umile spinetta
per il Conservatorio di Milano:
fosti bocciato, povero Peppino!
Ma ti aiutò... la forza del destino.

Del resto, non è il tuo l'unico esempio
di gente ch'è bocciata e si fa strada...
La povera casetta è adesso un tempio,
ove sembra che l'anima pervada
quasi un'ondata di motivi eterni.
E noi diciamo ai musici moderni:

"Miserere di noi, siate più umani,
dateci un po' d'Aida e un po' d'Ernani!"


§§§


38-John Kennedy


Fu nel giugno che, sceso alla Malpensa,
rapidamente visitò Milano:
noi lo accogliemmo con il cuore in mano,
con una gioia fervida ed intensa.
Egli promise che sarebbe, un giorno,
tornato fra di noi: con lieto viso
l'avremmo accolto ancora al suo ritorno,
ma l'hanno ucciso.

Sognava un'alba nuova sulla terra,
dove la fame infuria e l'odio impazza;
non più minacce ed incubi di guerra,
odio contr'odio, razza contro razza.
Appianata voleva ogni discordia
in un mondo ancor barbaro e diviso;
amò la pace e la misericordia:
e l'hanno ucciso.

Sulla giovane fronte insanguinata
oggi quel sogno lacrima incompiuto.
Kennedy, addio! L'Italia addolorata
porge a quel grande l'ultimo saluto.
Voleva che fra gli uomini, nel mondo,
regnassero l'amore ed il sorriso,
ed il lavoro libero e fecondo:
e l'hanno ucciso.

La sua scomparsa, che ci lascia muti,
è un lutto per l'intera umanità.
Egli raggiunge i martiri caduti
per l'uguaglianza e per la libertà.
Offra la terra un fiore alla concordia,
quel puro fiore, del suo sangue intriso.
Sognò l'amore e la misericordia:
e l'hanno ucciso!


§§§


39-Papa Giovanni


Papa Giovanni, che da Sotto il Monte
- Tu, nato in una povera casetta ­
eri arrivato alla più alta vetta
con serena immutata umile fronte,

da quella vetta fulgida, con miti,
paterni gesti di benedizione,
Tu ripetesti agli uomini il Sermone
della Montagna: agli uomini stupiti,

che soltanto inseguivano nel cielo
missili e razzi risplendenti al sole,
e che al prodigio delle Tue parole
d'un tratto riscoprirono il Vangelo.

Dando al prestigio del pontificato
un senso umano che abbracciò la Terra,
Tu predicasti, lungi da ogni guerra,
l'uomo con l'uomo rappacificato

in questa vita che il buon Dio gli diede,
liberata dall'odio e dal bisogno;
e tanti cuori inebriò quel sogno,
illuminato da una pura fede.

Ora è per sempre muta quella voce
che commosse fedeli ed ateisti;
le braccia di pietà che al mondo apristi
giacciono inerti con le mani in croce;

ma se il Tuo labbro nel sepolcro tace,
fra tanta umanità che soffre e geme
resterà vivo ed operante il seme
che Tu gettasti: pace, pace, pace.


§§§


40-L'abolizione del latino


[A Milano un gruppo di persone colte ha deciso­
di dare lezioni di latino gratis ai gio­vani
che desiderassero apprendere l'antica
lingua madre.]

Benché possa sembrare un po' arbitrario,
per aprire la strada al socialismo
bisogna prima dare l'ostracismo
al latino oligarchico e settario.

Questo tenace e subdolo latino
(o latinorum) non serviva, in fondo,
che ad ingannare il popolo, secondo
quanto affermava Renzo Tramaglino...

Da alunno - ve lo dico in confessione ­
preferivo Salgàri, e a più riprese,
correndo l'arcipelago malese,
impiccai Fedro, Ovidio e Cicerone;

è vero, si, ma adesso che in esilio
siete cacciati dalle patrie scuole,
con la stessa franchezza, me ne duole,
Livio ed Orazio, Tacito e Virgilio.

Niente da fare: i barbari hanno vinto!
Vale e sic est, ormai, son nell'avello.
Non sentite good-bye com'è più bello?
Okay, com'è più fine e più distinto? ...

Capisco, dopo tutto era fatale:
un vecchio idioma, inutile e grottesco!
è molto più importante il romanesco
che nei film è la lingua nazionale; ,

ed ai ragazzi, con le scienze esatte
e con l'inglese (tutta un'altra cosa!)
è certo che non più "rosa la rosa",
ma insegneran: te possino acciaccatte!

E soprattutto i giovani - suppongo ­
ne saranno felici, è più che giusto:
a quella lingua ancor prendano gusto
nell'Uganda, nel Senegal, nel Congo;

ma l'italiano è un popolo civile,
nelle ricerche atomiche impegnato:
bisogna liberarsi del passato,
in questa età dinamica e febbrile

non gingillarsi col defunto Orazio,
ma arrivare al più presto sulla luna...
(ancora quel poeta per fortuna,
io leggo, e Dio ne lodo e ne ringrazio.)


§§§


41-Il carosello di Piazza Duomo


Io la rivedo, come in un affresco,
quella vecchia città, coi suoi bastioni,
col suo Naviglio pigro e pittoresco
nella sfumata luce dei lampioni,
e il suo verde, i suoi ponti, i suoi balconi,
le grige case stile ottocentesco...
Un'aria di provincia e di passato,
ma un mondo più felice e spensierato.
C'era più tempo per goder la vita,
c'era più tempo per gustar l'amore;
con quattro soldi si partiva in gita
(Como, Lago d'Iseo, Lago Maggiore,
Erba, Varese, Bergamo) su un treno
a venti miglia rara ed anche meno...

Le genti umane - poco affaticate,
per quanto sempre intese alla moneta ­
facevan molto meno birbonate,
non avendo il "danee" per sola meta;
e Filippo Turati era un poeta,
pur se sognava incendi e barricate.
Una città dall'abito dimesso,
ma piena di fermenti innovatori,
dove accorrevan musici e scrittori
per trovarvi la gloria od il successo,
mentre il tranvai, l'araldo del progresso,
sferragliando tra applausi e lieti cori,
trionfante irrompeva in Piazza Duomo
(Giuseppe Mussi sindaco: che uomo!...).

Quel variopinto e gaio "carosello"
era, con le ferriere e il carbon coke,
quasi l'audace sintesi, il modello
del dinamismo della belle époque...
Vide Milano, poi, nuove vetture
snodarsi affusolate e rilucenti,
con capaci portiere semoventi
e con carrelli elastici: esse pure
- sbiadito e malinconico trofeo ­
finiranno ben presto in un museo...

Purtroppo, siamo noi sempre gli stessi,
uomini, che al contrario del tranvai,
con tutti i nostri splendidi successi,
non arriviamo a rinnovarci mai,
ed ingrugniti, lividi, indefessi,
in questo interminabile viavai,
diciamo: - Questa sciocca umanità!
Più corre e progredisce e peggio va ...


§§§


42-Lo smog


Generalmente, l'organismo umano
respira l'aria: ossigeno ed azoto;
però non in città, dov'è pur noto
(come a Torino, a Genova, a Milano),
che c'è solo un ossigeno teorico:
li, si respira l'acido solforico.

Sentite questo buon pizzicorino
entrarvi in gola, salutare, igienico?
Voi vi chiedete: ossigeno?... No: arsenico!
Sentite l'aria fresca del mattino
scendervi al cuore, entrarvi nelle vene?...
Ossigeno? Macché: benzopirene!

Sta di fatto che l'aria cittadina,
al giorno d'oggi, d'aria ha solo il nome ;
noi ci cacciamo nell'inconscio addome
carbonio, nafta ed acidi e benzina,
che, specie in questo rigido gennaio,
fan dei nostri polmoni un mondezzaio...

Vivere in questi tempi è una fortuna,
c'è chi proclama: quante cose nuove!
Un giorno o l'altro andremo sulla Luna,
sbarcheremo su Venere o su Giove...
Grandi conquiste, si, ma - siate buoni ­
hanno i loro diritti anche i polmoni!

Bello il progresso, si, non si discute,
in special modo per chi va d'urgenza;
ma - dico - se i progressi della scienza
si devono pagar con la salute
(e tanta scienza è proprio necessaria?),
noi, francamente, preferiamo l'aria:

l'aria sana, però, quella dei nonni,
che usavan la carrozza, o i soli piedi,
ma assaporavan più tranquilli sonni
deludendo per giunta i propri eredi,
anche se la genial penicillina
era ignorata dalla medicina...


§§§


43-Il centenario dei "ghisa" (1860-1960)


Sono cent'anni. Il sindaco Berretta
(non sempre è stato sindaco Ferrari),
per porre un freno al traffico e alla fretta,
deliberò di correre ai ripari.
Eran tempi più calmi e più felici;
non c'eran l'automobile e il tranvai,
non esisteva ancor neppur la bici,
nonché la moto e relativi guai.
E tuttavia bastavano i cocchieri
per contristare il povero pedone,
il quale - non da oggi e non da ieri ­
è il disgraziato per definizione:
se spesso al giorno d'oggi anche il più cauto
finisce fatalmente sotto un'auto,
finiva allora sotto una carrozza,
sia pur tirata da una magra rozza.

Un giorno il cittadino rinfrancato,
specie il suddetto misero pedone,
a Sant'Ambrogio ed a Berretta grato,
vide apparire il primo "cappellone",
che con la tuba in testa e con in mano
un'alta mazza dall'argenteo pomo,
più sicura e più placida a Milano
rese la vita ad ogni galantuomo.
Contrariamente ai soliti gendarmi
e alla sbirraglia armata di moschetto,
eran cinquanta vigili senz'armi,
o armati al più d'un semplice libretto:
si pensò bene, come ancor risulta,
che per tenere gli ambrosiani a bada
vale più la minaccia d'una multa
che un cannone piazzato sulla strada.

Se i bravi milanesi del '60
oggi, però, tornassero fra noi
(e giustamente la città si vanta
d'aver avuto allor parecchi eroi),
forse, con gli occhi attoniti e sbarrati,
fuggirebbero via terrorizzati.


§§§


44-Incidenti stradali


Solevan dire in tempi più sereni:
ne ammazza più la gola che la spada;
tempi felici, placidi ed ameni:
benedetta la gola!... Ora è la strada
che riesce ad ucciderne da sola
molto più della spada e della gola.

è una febbre spietata, il cui contagio,
specie in una città come Milano,
si diffonde vieppiù: l'antico adagio
"chi va piano va sano e va lontano",
caro alle nonne ed alle vecchie zie,
è relegato nelle antologie.

Coloro che raggiungono l'intento,
o meglio ancora il sogno che li ammalia,
d'esser padroni d'una "1100"
e di sfrecciare per le vie d'Italia,
chi sa perché, si sentono degli assi,
divorati da un'ansia di sorpassi.

Per essi la via pubblica diventa
il circuito di Monza: una sciagura!
Si corre a centoventi, a cento trenta,
a centottanta l'ora addirittura,
pel gusto discutibile e bizzarro
di far fuori un pedone o un paracarro.

Come t'invidio, amica tartaruga,
che stai tranquilla nella tua corazza,
indifferente all'ansia della fuga,
spregiando i sogni della gente pazza,
una gente affannata e irrequieta
che corre, corre e ignora anche la méta.

E proseguendo il ritmo del progresso,
quella sarà la morte naturale;
non darà più notizia alcun giornale
di questo o di quel tragico decesso,
ma leggeremo un titolo in neretto:
è RIUSCITO A MORIR NEL PROPRIO LETTO!


§§§


45-la bataglia di Via Moscova


[Plagiando Manzoni]


S'ode a destra un annuncio di tassa,
a sinistra un annuncio s'è udito:
d'ambo i lati le tasse han colpito
l'auto, il cane, la casa, il terren.
Quinci arriva per posta un invito;
quindi un altro ne appare spietato;
dal Comune ecco un messo è mandato;
ecco un altro che incontro ne vien.

Già son giunti i modelli Vanoni,
a mandare i tuoi sonni a pallino;
ognun chiede con ansia al vicino
quali entrate vi debba inserir.
Chi, padrone di sette palazzi,
quattro o cinque ne occulta, non meno;
che dimezza l'avito terreno,
chi dichiara: - Son presso a fallir!...

Vedi i figli innocenti ed ignari,
là, pendenti dal labbro paterno,
imparare a imbrogliare il governo,
come il babbo dal nonno imparò;
una gente dal pànico invasa
qui tu vedi strapparsi i capelli:
ai balzelli hanno aggiunto i balzelli,
quest'orrenda novella vi do!

E i vegliardi, che ai casti pensieri
della tomba già schiudon la mente,
vedi anch'essi cercar l'espediente
per poter il tributo evitar.
Altri, stanco, avvilito, impotente,
gli ardui fogli ripone, s'avvia:
- In un pozzo, nel Lambro, ove sia,

nel Naviglio mi vado a gettar!...

Oh felice per sempre colui
che alla fine di marzo, puntuale,
quel papiro complesso e fatale
consegnare al Governo potrà;
che, assistito da amici e congiunti,
con l'aiuto di tre ragionieri,
gli esecrati implacabili uscieri
salutato quel dì non avrà!


§§§


46-31 Marzo


[Idem come prima]


Soffermati nell'arido ufficio,
volti i guardi alle cifre meschine,
tutti gli anni, del marzo alla fine,
denunciate dai ricchi evasor,
cittadini di tutte le classi,
milanesi sensati ed onesti,
artigiani e impiegati modesti,
sono in preda ad un muto stupor.

C'è nell'aria una ridda di zeri,
frutto, appunto, di tante evasioni:
i tuoi sforzi fur vani, o Vanoni,
per indurci col fisco a mollar.
Tu, ministro Vanoni, sognavi
che dicesser gl'italici petti,
tutti intorno a quei moduli stretti:
- I tuoi figli son sorti a pagar...

Ahi, sventura! I miliardi a Milano
si guadagnan soltanto a parole?
Il cotone, nell'agili spole,
cosi poco ai padroni fruttò?
Non un can che conosca il miliardo,
ne si senta pezzente e tapmo,
fin colui che un gagliardo ermellino
alla moglie o all'amante donò!

Come un tempo già fe' Don Abbondio,
che all'arrivo dei lanzichenecchi
con terrore tendendo gli orecchi,
le posate nell'orto occultò,
cosi vedi ciascun che, a buon conto,
cautamente i suoi redditi occulta;
né lo scuoton minacce di multa,
né promessa o lusinga il piegò.

Solo il vecchio e volgar Pantalone
non occulta nemmeno una lira
(né il potrebbe), ma paga e sospira,
destinato a bolletta immortal:
- Tutti fatti a sembianza d'un solo,
figli tutti d'un solo ricatto,
perché solo ai potenti vien fatto
di sottrarsi all'artiglio fiscal?...


FINE




Un ringraziamento di cuore al Signor Giuseppe Amoruso, residente in Cirò Marina. Grazie alla sua "testardaggine" ed al suo certosino lavoro, di ricerca e digitalizzazione, è stato possibile divulgare questa opera ormai introvabile.