SATIRE POLITICHE
Alberto Cavaliere (1897-1967)

FINALMENTE

 

Finalmente, queste poesie possono vedere la luce. Finalmente, possiamo tutti rivedere la luce: c' è davvero « qualcosa di nuovo, oggi, nel sole, anzi, d'antico», Si molto antico: qualcosa che non si sentiva più da ventitanni e che è il profumo della libertà riconquistata.

Finalmente, la peste è stata spazzata dall'uragano e il programma «durare» è esaurito per sempre.

Finalmente, non vi è più di totalitario che una smisurata sete di giustizia e di pace.

Finalmente,i più formidabili cialtroni che l'umanità abbia mai espresso dal suo seno fecondo,i più raffinati banditi di tutte le epoche,i più iniqui mistificatori di tutte le razze,i più turpi farisei di tutte le fedi sono scomparsi, dissolvendosi nella loro stessa putredine.

Finalmente, è stata snidata dalle sue ultime ridotte l'oscena maschera della follia, sporca di sangue e paludat­a di retorica.

Finalmente, noi non siamo più invitti, gl'ideali non no più sacri,i riti non sono più austeri, la vittoria non è più immancabile, l'entusiasmo non è più indescrivibile, le dimostrazioni non sono più vibranti, e il clima ar­dente, e la fede rovente ad ogni costo.

Finalmente, nessuno chiederà più di morire in camicia nera e potrà volarsene a Dio senza preoccuparsi degli indumenti esteriori.

Finalmente, l'eroismo non è più obbligatorio e al mondo vi sarà posto anche per i deboli di cuore, vi sarà posto per i miti, per i fiacchi, per gli agnelli; anche per i vi­gliacchi, i quali potranno, volendo, fondare una loro con­federazione, con inni e vessilli propri.

Finalmente, il vocabolario tornerà quello di prima; e i ladri saranno ladri e gli assassini saranno assassini e non gerarchi, condottieri, genii, animatori. E i morti saranno dei morti e non dei martiri.

Finalmente, l'accidia, l'avarizia, la gola, l'invidia, l'ira,l'odio e la superbia cessano di essere delle virtù teologali e ridiventano i sette peccati mortali.

Finalmente, parleremo ad alta voce, senza guardarci sospettosi intorno, metteremo la radio all'onda che più ci piacerà, sentiremo la voce di Londra, la voce dell' America, la voce di Mosca, la voce di Rocca Cannuccia, la voce che più ci farà comodo: perfino quella della coscienza, senza il pericolo di andarcene in galera come dei borsaioli o dei ladri di cavalli. E la voce del padrone tornerà ad essere soltanto una marca grammofonica, acquistabile sia pure a prezzi di borsa nera.

Finalmente, non sentiremo parlare più d'impero e torne­remo all'Italietta dal piede di casa, alla grande proletaria tranquilla e strafottente, che vivrà delle sue bellezze, della sua arte, del sorriso del suo cielo; che vivrà, soprattutto, della libera e tenace fatica dei suoi figli: così, senza aquile cesaree, senza quadrate legioni, senza velivoli che oscure­ranno il sole e altri importanti pianeti.

Finalmente,i mandolini napoletani riprenderanno la loro mansueta funzione, sostituendosi alle diane guerriere.

Finalmente, di nero potrà esservi ancora per qualche tempo la borsa, potremo avere nere le unghie, nere le mani, nera la faccia, ma non più nera la camicia: un po' scuretta al più, ma solo per mancanza di sapone.

Finalmente, il duce non è più dio,né i varii Farinacci e Pavolini i suoi profeti; anzi, e dio e profeti sono finiti come volgari contrabbandieri della gloria,dell'ideale e, perché no?, quando tutto è mancato, della socializzazione.

Finalmente, un capo di governo sarà un qualsiasi onesto cittadino, mortale come tutti i mortali, soggetto anche lui a tutte le necessità della vita, anche lui suscettibile di qual­che piccolo errore, anche lui oggetto di critiche, senza più una guardia del corpo e un seggio permanente nelle assem­blee degli spiriti magni.

Finalmente, gl'infallibili hanno fatto bancarotta. Finalmente,i galantuomini possono tornare alle loro case e cedere il posto, in galera, ai legittimi titolari, che sono per la maggior parte gli antichi padroni.

Finalmente, il codice penale ritorna in vigore e la legge è di nuovo uguale quasi per tutti.

Finalmente, i giudici e i giustizieri fascisti sono a loro volta giudicati e giustiziati.

Finalmente, l'umile pane quotidiano sarà alla portata di tutti, e i parassiti e i profittatori non siederanno più indisturbati alle loro aurate mense, condite col sudore del popolo.

Finalmente, la giustizia trionfa sull' arbitrio, il bene trionfa sul male, e i quattro cavalieri dell'apocalisse non correranno più il mondo guidati da duci, führer, condu­catori, tenni, caudilli.

Finalmente, il pensiero, compresso per ventitré anni nella scatola cranica, può uscire a prendere un po' d'aria, non attraverso le crivellature prodotte da un mitra, ma attraverso tutti i pori dell'anima, ridivenuta libera e umana.

Finalmente, possiamo abbracciare un ebreo e chiamarlo compagno, possiamo dare un calcio a qualche antico fun­zionario dell'Ufficio Stampa della prefettura regia o republichina, e chiamarlo porco; possiamo incontrare un fratello già perseguitato e chiamarlo col suo vero nome.

Finalmente, io non sono più Carlo Grandi, Giordano Negri o Paolo Gagliardi. Io sono, finalmente,



ALBERTO CAVALIERE


foto del poetadedica autografata dal poeta


INDICE (SATIRE POLITICHE)
00-Finalmente.
01-L'eroe della «Marcia»
02-Glorie usurpate
03-Antieroica
04-Faida di partito
05-A Roberto Farinacci ex ferroviere
06-L'otre sgonfiata
07-Francescana
08-L'elogio dell'ignoranza
09-Avventurosa
10-La preghiera dei sopravvissuti
11-Anno decimo
12-Maramaldo.
13-Vent'anni dopo.
14-Nudi alla mèta.
15-Tutti «anti»
16-Il sogno d'una notte d'estate
17-Cronache del regime
18-Gioventù littoria .
19-Piazzale Loreto
20-Piccola odissea di un poeta
21-Il sillabario fascista
22- Mimetismo
23-Il govèrno delle donne
24-Cinecittà: campo di concentramento
25-Lettera agli Alleati
26-Pane nostro.
227-La «pace dolce»
28-I reduci
29-L'ultimo atto


la copertina del libro

Alberto Cavaliere: "Satire Politiche"

 

***

1 - L'EROE DELLA «MARCIA » (1934)

 

In fondo, non era che un basso tribuno

- le guance emaciate da un lungo digiuno -

­che già sull'« A vanti! » batteva moneta,

posando a profeta - di Marx e Sorel.

In fondo, non era che il figlio d'un fabbro,

dal fegato guasto, dal livido labbro,

che, smessa la forgia, col braccio gagliardo

linciava beffardo - la patria ed il ciel.

La guerra di Libia lo trova che svelle

binari di treni con gesto ribelle

ed agita il rosso stendardo dei vindici ...

Fin quando, nel quindici, - bandiera mutò:

 

un ricco milione di marca francese

l'amore di patria nel petto gli accese,

sicch'egli, a motivo del salvadanaio,

fu il guerrafondaio - che più strepitò.

 

A guerra finita, col solito stile

promise all'Italia la guerra civile;

e a Roma lo volle Vittorio Savoia,

pensando che un boia - giovasse ad un re;

 

mentr'era a Milano, già pronto a fuggire,

gli giunse inatteso l'invito del sire:

salito su un treno, gridò 1'« alea jacta»

e al posto di Facta - tranquillo sedé.

 

L'aurata feluca di primo ministro

si pose sul Capo con piglio sinistro,

giurando ai suoi fidi, più ignoti che illustri:

« Per dodici lustri - ne avrà lo Stival! »

 

A Roma, trionfante, da tutte le porte

la sagra irrompeva dei teschi di morte,

al motto imperiale di « chi se ne frega? »,

che ornò la bottega - del nuovo ideal.

 

Col teschio sul ventre, su1 braccio, all'occhie1llo,

brandendo forchetta, cucchiaio e coltello,

uniti in un fascio la fame e il coraggio,

al grande arrembaggio - partì Rocambole.

 

I genii d'Italia si misero all'opra:

le scuole in subbuglio,le strade sossopra;

la turgida lira di « quota novanta»

succhiata ed infranta: - l'impero lo vuol!

 

Dei secoli andati la bo1sa retorica

fu posta al servizio d'un' epoca « storica»,

con tutte le glorie, nonché le leggende

mediocri o stupende - di cento città;

 

 

ed oggi per tutte le strade tranquilla:

i bimbi d'Italia si chiaman Balilla,

fra ondate incomposte di canti, di suoni,

di ferree légioni, - d'ardenti « alalà ».

 

Intanto, incensato, tra i fumi dell'orgia,

il fiero pagliaccio ritrova la forgia,

battendo il martello del fabbro ferraio

sul fragile acciaio - del nostro destin;

e, mentre il martello nel vuoto rimbomba,

l'atroce tiranno prepara la tomba

a un popolo opprèsso che, simile a un gregge,

lo applaude per legge, - tranquillo e supin.

 

E questo sarebbe l'impero di Roma?

dell'Urbe che vince? dell'Urbe che doma?

E questo cialtrone di pessimo gusto,

l'erede d'Augusto? Vogliamo scherzar!

Di Roma, tra questa caligine opaca,

rimane soltanto la Grande Cloaca

(ed anche, può darsi, la Rupe Tarpea,

se l'ira plebea - dovesse scoppiar).


§§§

 

2 - GLORIE USURPATE (1923)

 

Su un foglio madrileno ancora fresco,

giunto per caso qui, cogliamo a volo

su due colonne un titolo grottesco:

« Cristoforo Colombo era spagnuolo ».

 

Dante Alighieri, invece, era un tedesco,

che poi s'acclimatò sul nostro suolo.

E apprenderemo, un dì, che San Francesco

nacque a Parigi e Buonarroti al Polo.

 

Di questo passo, par ci si minacci

di lasciar, forse, a noi solo Cagliostro,

Pulcinella, Ugoietti e Farinacci ...

Smettetela, spagnuoli, o vi dimostro,

fin quando un duce s'agiti e si sbracci,

che Don Chisciotte è stato ed è ancor nostro!


§§§

 

3 - ANTIEROICA (1924) - Stecchettiana

 

Conosci tu il paese

retto da leggi buone,

dove ogni vil borghese

sia solo un pecorone?

 

dove non debban tutti

esser eroi per legge?

dove il tosato gregge

un despota non sfrutti?

 

dove nessuno porti

nastrini e distintivi?

che lasci in pace i morti?

che non disturbi i vivi?

 

dove ogni antica vacca

non abbia il suo tempietto?

dove non faccia effetto

la solita patacca?

 

e dove i saltimbanchi

non siano pezzi grossi,

nè michelini bianchi,

nè cesarini rossi?

 

e dove ogni benito

venuto da Predappio

metter non possa il cappio

a un popolo tradito? ..

 

Oh, se d'un tal paese

v'è nota l'esistenza,

voglia te,anche a mie spese,

mandarmici d'urgenza!

 

lo non vi chiedo, eroi,

che un calcio nel pretérito,

poiché non ho alcun merito

per rimaner fra voi!

 

§§§

 

4 - FAIDA DI PARTITO (1924) - (Carducciana)

 

Manda il fascio in Parlamento,

grazie a brogli elettorali,

i più celebri campioni

dei novissimi ideali.

 

Ecco viene Farinacci,

mastro in dir corbellerie,

e De Bono, il generale

dalle molte acrobazie.

 

Ecco vien Michele Bianchi,

detto ancor « senza banane »,

e il quadrupede De Vecchi,

che latrar sa come un cane.

 

Tutti a nuovo, in bell'arnese,

con un feudo provinciale,

con i bravi, con la villa,

l'automobile e un giornale.

 

Hanno agli ordini fedele

ed armata una masnada :

il c1amor delle lor gesta

empie tutta la contrada;

 

il c1amor delle lor gesta

causa un moto di rivolta:

hanno un ventre poderoso,

mangian tutto in una volta.

Foderato di medaglie

hanno il petto e più di boria

(poi che letto sui giornali

han la guerra e la vittoria).

 

Chi tranquillo passeggiava

tra il viavai d'una stazione,

mai sentendo neppur l'eco

della voce del cannone,

oggi è un ras onnipotente

e per stemma ha una tettoia :

molti ha onori ed anche aspira

alla carica di boia.

Chi gridava a perdifiato,

agitando un drappo rosso,

tempestando il pan nei forni,

mendicando un soldo o un osso,

 

oggi siede a ricca mensa

e, impugnando una forchetta,

canta gl'inni della patria

fra un risotto e una polpetta;

 

scrive articoli infiammati,

chiama, i rossi, traditori,

alla folla parla adorno

con retorici colori

 

e, se alcuno gli dà ombra

e gli scopre gli altarini,

d'un pugnale prezzolato

arma il pugno di Dumini.

Il vassallo dissidente

non ha scampo ed a mazzate,

mentre dorme, avrà senz'altro

le mascelle sgretolate.

Truculento il ras prepara

la solenne spedizione,

mette in punto la masnada

con pugnale e con bastone,

 

e gridando ed uccidendo

corre il misero paese:

tace innanzi a quella furia

il prefetto assai cortese.

 

E parola non fa il Truce,

che fra nuvole d'incenso

mira lieto e soddisfatto'

quelle ondate di consenso.

 

Quando ei vuole, ad un suo cenno

la milizia accorre armata:

va, col teschio sulla trippa,

va la fosca mascherata:

nelle case e negli uffici

entra e, come fosser ceci,

gli allibiti cittadini

manganella a dieci a dieci,

o un purgante lor propina,

poi che pensa che l'Idea

si disperda dalla pancia

grazie a un colpo di diarrea.

O Vittorio Emanuele,

faccia ed anima cattiva,

manutengolo, di ladri,

di cui gongoli ag1i «evviva »,

 

manutengolo di ladri,

di briganti e di lenoni,

scaccia via, finché n'hai tempo;

scaccia via questi bricconi!

 

o un bel giorno, finalmente,

sul porton del Quirinale

scriveremo con il sangue

questa epigrafe fatale:

 

«Lanciò a te, Vittorio terzo,

che il fascismo hai preso a scherzo,

dal lombardo al siciliano,

una pedata il popolo italiano».

 

§§§

 

5 - A ROBERTO FARINACCI - (1924) - (Dantesca)

ex-ferroviere -

 

O animal fazïoso e maligno,

che a giustiziere posi a tempo perso

e vuoi tigner lo mondo di sanguigno,

 

lo maggior ciuco se' dell'universo,

nè ti benigni di lasciarci in pace,

ma ci persegui con tuo stil perverso.

Di quelli che dire e scribacchiar ti piace

non udirem, chè poco importa a nui,

poi che il buon senso in te del tutto tace.

 

Ma '1 vicerè tu sei de' regni bui,

del bel paese là dove s'intende

spesso imprecare a li mortacci tui.

 

Cupidigia, che in te ratta s'apprende,

copre al tuo sguardo come fitta siepe

lo mal commesso: e il modo ancor ci offende.

 

Ma dinne, .al tempo in cui languiva l'epe,

non fosti pure tu rosso scarlatto,

mentre or sei nero come gran di pepe,

 

o come pozzo nero oggi sei fatto?

E come e quando avesti il medaglino,

e leguleio divenisti a un tratto?

 

Risponderai: «Nessun miglior destino

che poter ricordar da deputato

di quando s'era un umile facchino.

 

E ciò sa '1 duce mio che m'ha gonfiato,

com'altri gonfiò lui, sì che il regime,

come tu vedi, è tutto un aerostàto.

 

E quegli ch'oggi domina e v'opprime,

quel desso fu che strepitò in Romagna,

quando malcerto ancor era il becchime ».

E dinne, credi tu che la cuccagna

durerà eterna, e non ancor ti pesa

dubbio veruno sulla cuticagna?

 

Ma nui nutriam la speme sempre accesa

che su scorza di fico o di limone

scivolerai dal sommo dell'ascesa:

e allor rimpiangerai la stazione,

le dure merci e le ferrate strade,

se, ruzzolando insiem col tuo padrone,

 

cadrai siccome corpo morto cade.

 

§§§

 

6 - L'OTRE SGONFIATA (1925) - (D'Annunziana)

( Gabriele D'Annunzio

si sottoporrebbe

all'operazione

Voronoff )

 

No, non al becco sordido e bisulco

s'accosteran le magiche coltella

perché sia, come all'età ,sua novella,

Gabriel fra le donne sue petulco,

o uom che m'odi: è al fratel nostro,a quello

che intatta conservò degli avi primi

l'imago, intatto il sangue, intatti i crini,

l'argnon focoso e il fegato rubello;

 

è al gran Gorilla, al gran padre Gorilla,

cui per le vene sangue acro gorgoglia,

che del gran vate l'infrollita coglia

chiede novo vigor, nova scintilla.

Scimmion del più vetusto sangue regio

ghermito fu nell'Affrica malvagia,

onde l'invitto eroe l'antica bragia

ritrovar possa nel suo sangue egregio.

 

O uom che m'odi, ecco il Gorilla: io credo

che d'oltremare un simile mai venne;

negli occhi sùlfure, atro, erto, solenne,

quale si conveniva a tanto aedo:

 

sagliente aedo già, che in abondanza

seminò figli per le patrie pugne,

con quelle che gli venner sotto l'ugne

donne, oggi dolci nella ricordanza.

Ecco il Gorilla rauco di violenza,

fior de1l1e forme, Equatoride audace,

che del Divino all'erma e tarda pace

riporta la bramosa adolescenza.

O Gorilla, il cerusico saputo

ti trarrà le tue glandole fatali

ed all'aedo ne verran nove ali

e l'ebro ardore ch'era di sparuto :

 

ecco, e gli rechi tu dall'Equatore

selvagge voglie, e dionisiache insanie,

e voluttà da troppo tempo estranie,

e le sacre libidini canore.

La colma tazza alla bocca mai sazia

gli appresterà la molle Suor Ciprigna,

mentre Suor Sollazzevole la tigna

vetusta liscerà con nova grazia.

 

Viril ridivenuto e battagliero,

ei, dalla soglia della reggia acquatica,

non farà più l'inchino di prammatica

ad ogni duce e ad ogni avventuriero;

né, forse, dei novissimi tiranni

additerà più gli epici prodigi

agl'itali babbei, che, come Aligi,

minaccian di dormir settecent'anni;

 

nè dalla prora della nave audace

lancer1à più il messaggio innumerevole

al cane, al gatto, all'asino autorevole

di quest'età dinamica e pugnace.

 

E sia laudato il nostro Iddio verace!

 

§§§

 

7 - FRANCESCANA

(Nell'anno del Signore 1926,

consacrato a San Francesco)

Se predicasti tu contro i protervi

e all'umiltà legato è lo tuo nome,

mai d'onorarte alcun fu degno come,

santo Francesco, un popolo di servi.

 

E tali semo noi, tale è 1'armento

che Italia pasce in queste etadi opache

in cui tanti si calano le brache,

e tal calaggio chiaman sentimento.

Ben tu vivesti in una mite età:

frate Dollaro ancor non era nato;

lo ricco rinunciava al proprio stato

per disposar Madonna Povertà.

 

Or da Madonna Povertà le genti

tutte rifuggon qual da ignobil vizio:

più d'un pezzente diventò patrizio,

e tasche ha molte, e molti vestimenti,

 

e più. denari, e siede a ricco desco,

e, mentre mangia un bono frate pollo,

e, mentre cionca turgido e satollo.,

si ricorda di te, santo Francesco.

 

Dicesti: - Non portar tasche e denari,

frate Francesco, non portar bastone.-

Or fu veduta mai tal passïone

nell'osservar li onesti tui parlari?

Dicesti: - Olio di ricino non dare

a chi l'olio di ricino non chiede.- ­

Or fu veduto mai con tanta fede

l'olio su ditto altrui somministrare?

 

Dicesti: - L'umiltà sia tua corona.-

Dicesti: Il pane tuo sia penitenza.-

E, per servire te, con pazïenza

noi trangugiam li articoli d'Ancona,

 

li articoli d'Arnaldo, e per puntino

ne seguiamo li moniti immortali:

compriamo li prodotti nazionali,

ci facciamo li bagni a Fiumicino,

 

crediamo a tutto, a tutti. E c'è taluno

che muore dal disìo c'ha di cantare,

ma, per sua penitenza, nol può fare;

né più perfetto mai fuvvi digiuno.

 

C'è sempre, là, come uno spauracchio,

lo malo lupo e ognuno ancor ne trema

e stassi queto, imperocché l'emblema

del tempo nostro è il bono frate abbacchio.

Ché, se tu pur volessi render domo

lo ditta lupo, quanto mai rubello,

ahité, frate Francesco poverello:

frate Lupo da Gobbio era un sant'uomo!

 

E sì, se tu volessi al verbo pio

certi latroni convertir funesti,

mal le parole e il tempo perderesti,

frate Francesco, poverel di Dio!

 

Messer Bernardo, spoglio, nell'ovile

con atto puro d'umiltà si caccia?

Oggi, con 1'« atto puro», un si procaccia

denari e vesti: e il sa frate Gentile,

frate Gentile c'ha molte prebende,

che ieri seppe le giornate grame,

et oggi è commensale del reame

(del reame di Dio, si sottintende).

 

Ma ben dicesti tu: - Colui che mangia

alla mensa di Dio sarà contento,

poi che verrà per lui lo buon momento,

se nell'attesa, come può, s'arrangia. -

 

E noi, che ti serviam con fede pia,

attenderemo e nella dura attesa

togliam la nostra croce che sì pesa,

nel nome del Signore. E così sia.

 

§§§

 

8 - L'ELOGIO DELL'IGNORANZA (1926)

 

Ho asccoltato un discorsone

che mi ha molto entusiasmato:

Benedetto è liquidato

con l'astrusa erudizione.

 

E sentendomi giocondo,

spiritoso e intransigente,

lodar voglio apertamente

tutti gli asini del mondo.

Il padrone ci ha avvertiti,

con la solita burbanza,

che l'Italia n'ha abbastanza

di filosofi eruditi :

 

per l'impero degli stracci

basterà più che ad usura

la dinamica cultura

del guerriero Farinacci.

 

Getti il libro di latino

il balilla battagliero

e prepari il nuovo impero

con la spada e col frustino!

 

Viva il duce tutto far

che i filosofi non vuole!

Se abolissimo le scuole,

come usavano gli zar?

 

Ché se, quando lo s'imbroglia,

l'ignorante non capisce,

non appena s'erudisce,

mangia subito la foglia

 

e, per legge, a perdifiato

pur gridando contro Croce,

dirà, forse, sottovoce:

- Mussolini m'ha fregato!

 

§§§

 

9 - AVVENTUROSA (1927)

« A mare il rischio» ARNALDO MUSSOLINI

 

Scrive il Fratello, il Grande Illuminato:

«La nostra gioventù,simile a un gregge,

oggi non sogna che una laurea in legge

ed un impiego al soldo dello stato,

 

così che la Penisola è gremita

di gente dal miraggio, a fin di mese,

di mille lire lorde, ivi comprese

le indennità di prole e carovita ».

 

Orsù, travetto senza fede alcuna,

iniezioni d'audacia alle tue vene!

Non vedi a, quanta gente è andata bene?

Via dall'ufficio muffo, a far fortuna!

 

Impiegatuccio pallido, che sai

lontano un miglio di mancati pranzi,

con il didietro logoro e dinanzi

il ventisette che non giunge mai,

 

che senza quell'impiego, oggi, in un vicolo

ti troveresti ad annaspar nel vuoto,

ti scuota l'ansia del domani ignoto,

t'affascini il dinamico pericolo!

 

La n uova Italia (quarta? quinta? sesta?)

l'avventuroso rischio ebbe per sprone:

nacque la nuova età dal Rubicone ...

attraversato col diretto in testa.

 

Vogliamo cuori ardenti e facce toste,

cervelli ardimentosi, animi saldi:

avete visto mai Filippo Naldi

marcire in un ufficio delle Imposte?

 

Accarezziamo un sogno avventuriero,

che ci sottragga a un avvenire scia1bo:

avete mai veduto Italo Balbo

far l'archivista in qualche Ministero?

 

Né s'impiegò Benito a un tanto al mese,

a languire di noia e d'etisia,

ma crebbe ai rischi dell' acrobazia,

ed oggi è il proprietario del paese ...

 

Onde ben dice Arnaldo da Milano:

« Lascia la legge e lascia la prudenza!

Abbiamo già poltroni a sufficienza:

solo chi rischia può arrivar lontano ».

Peccato che il consiglio sia di ieri!

Diversamente, avremmo annoverato,

invece di qualche asino avvocato,

qualche asino di più fra gl'ingegneri.

Del resto, tanto val l'avvocatura

quanto l'ingegneria, quando c'è l'estro:

c'è chi, con un diploma di maestro,

oggi aspira a un impero addirittura ...

 

Da quella scuola, in cui, senza coraggio,

curvi sui libri il macilento dorso

e inconsciamente già sogni un concorso

per la segreteria del tuo villaggio,

 

ascolta, dunque, il monito profondo,

mite balil1a, e appresta il cuore saldo!

Gabriel lo disse e lo ripete Arnaldo:

«Arma la prora e salpa verso il mondo! »

 

In quanto a me, che ho sempre amato il rischio,

mi faccio forte dell'ammonimento:

in questo scuro mar vo contro vento

e - vi par poco in questi tempi? - fischio.

 

§§§

 

10 - LA PREGHIERA DEI SOPRAVVISSUTI

(Parigi 1930)

 

Odi, Signore Iddio grande e tremendo!

Se cotanto peccammo, combattendo,

da meritare l'onta e la vergogna

d'un giogo senza nome, d'una gogna

infame, noi, che amammo anche la gloria;

se, artefici di pace e di vittoria,

prendemmo Trento e non prendemmo Roma;

se, fanterie vilissime da soma,

 

non ardimmo assaltare un Ministero,

ma, gente vile sordida ed avara,

non sapemmo morir che all'Ortigara,

non sapemmo morir che al Monte Nero,

 

Tu perdona, Signor, tu benedici

pur noi, pur noi che non avemmo Ceka,

pur noi che, figli d'una sorte bieca,

non uccidemmo, o Dio, che dei nemici !

 

Non furono (fu colpa?), i nostri rotti

camminamenti carsici, macchiati

dal vostro sangue, Amendola, Putati,

e dal tuo vivo sangue, o Matteotti.

 

E Garibaldi era ancor vivo e, insonne

avventuriero in cerca di ventura,

riconsacrava la sua fede pura,

insanguinando i sassi delle Argonne.

 

Ma in un cielo di fango, umido e scialbo,

naufragò quell'aurora: oggi, Caino

siede incensato al lugubre festino,

ed è l'eroe del giorno Italo Balbo.

 

Ecco, Signore, e noi veniam col cinto

dei penitenti, stretti dal cilicio :

Tu perdona, Signore, il sacrificio,

Tu perdonaci, Dio, se abbiamo vinto!

 

Per la nostra vergogna, ch'è sì grave,

Tu perdona, Signore, il sangue sparso,

scorda Gorizia, e il contrastato Carso,

scorda Vittorio Veneto ed il Piave!

Non ti chiediamo, Dio, gloria d'impero,

vessilli di conquista, aquile in mostra,

ma un asilo pel braccio e pel pensiero :

trova, fra tante patrie, anche la nostra!

 

§§§

 

11 - ANNO DECIMO (1932)

 

Il Truce, sempre nuovo e sempre vario,

ha rubato il mestiere a Barbanera

e già per l'anno decimo dell'Era

ha compilato il nuovo calendario.

Sono previste tutte le disgrazie:

le parate, i comizi ed i sermoni,

e le superbe tappe, e i canti e i suoni

di cui da tempo abbiam le tasche sazie.

 

Gonfio di gloria, turbina il Destino;

ed ogni cosa avrà la sua battaglia:

il grano, il pepe, il sedano, la paglia,

la sega circolare e il «bruscolino»

(ma la battaglia è una ed è d'ogni ora,

e la combatte il popolo che pena:

la battaglia col pranzo e con la cena,

quella battaglia che il gerarca ignora).

Nuove città saranno edificate,

tutte, s'intende, su quadrati solchi,

dove, felici, gl'itali bifolchi

troveran delle Americhe insperate.

Vedremo radunarsi il Gran Consiglio,

che già la fame ed il silenzio ha imposto

e imporrà l'entusiasmo ad ogni costo,

sopprimendo per legge lo sbadiglio.

 

S'aduneran sugll'ibridi bivacchi

deliquenti precoci e giovinette,

simbolico connubio che promette

futura prole di novelli Gracchi.

 

Ad ogni anniversario, in nuova luce,

con adunate e crapule oratorie,

saran poste via via le antiche glorie,

merito anch'esse dell'invitto duce.

 

E assisteremo al nobile fervore

d'un'austera adunata sul Gianicolo:

all'eroe dei due mondi c'è il pericolo

che sia data la tessera d'onore,

 

perché venga anche lui messo alla gogna,

fulminator di preti e di ribaldi:

forse, nel bronzo, vecchio Garibaldi,

ti vedremo arrossir dalla vergogna!...

Tutto è previsto minuziosamente:

ogni sagra, ogni pranzo, ogni baldoria.

Oh, eterni salmi terminanti in gloria!

Oh, impero, della noia onnipresente!

 

Però, manca una data: ed è il gran giorno

che, forse, ci riserba il Padreterno,

e segnerà la fine dello scherno,

la fine dello scherno e dello scorno!

 

§§§

 

12 - MARAMALDO

(10 giugno 1940)

 

Mentre di furor gotico risuona

l'Europa invasa, e l'ussero spavaldo

gode a guazzar nel sangue ancora caldo

dei vinti, fiero su una Francia prona

balza dall'ombra il piccolo ribaldo,

infamando una patria e una corona.

O popolo di Francia, e tu perdona

l'onta, se puoi, del nuovo Maramaldo!

 

Non siamo noi, ma l'empio fratricida,

ma quei che il sanguinoso carnevale

da diciott'anni indisturbato guida;

 

non è il gladio di Roma che cruento

oggi su te s'abbatte, ma il pugnale

che colpi Matteotti a tradimento.

 

§§§

 

13 - VENT'ANNI DOPO

(25 luglio 1943)

 

Vent'anni! Ci spacciarono per gloria

e per supreme leggi della vita

la schiavitù, la pacchia e la baldoria:

la sconcia mascherata oggi è finita.

La libertà, quest'unico tesoro,

che solo a poche bestie Dio rifiuta,

come nel Medio Evo ebbe da loro

la carta gialla della prostituta.

 

Giorno per giorno, con la fronte china

dietro le sbarre d'una vil galera,

assistemmo in silenzio alla rapina,

dissimulata dietro una bandiera;

 

assistemmo, nel tragico abominio,

stretti alla gola da un sinistro cappio,

all'opera di morte e di sterminio

che preparava il fabbro di Predappio.

L'antico impero, con cattivo gusto,

fu scimmiottato fra un clangor di trombe:

or, se Dio vuole, Cesare ed Augusto

riposeranno nelle loro tombe,

 

ora ch'è consumato il vilipendio

che volle il Truce dalla fosca grinta

e nel bagliore d'un immane incendio

brucian le spoglie dell'Italia vinta.

 

Che questa patria a noi faccia ritorno,

anche se sanguinante e mutilata!

La rifaremo; e canteremo un giorno

una grande canzone ancor non nata.

 

§§§

 

14 - NUDI ALLA META - (1943)

 

Le mura e gli archi e i simulacri e l'erme torri,

e il sorriso delle nostre zolle,

e la dolcezza delle nostre terme,

l'improvvisato Cesare non volle

 

fossero ancor - ohibò! - l'umile e molle

giardin del mondo: e delirò caserme,

marce, conquiste, e all'avventura folle

un popolo lanciò placido e inerme.

 

Ahi, serva Italia, di dolore ostello!

Così, sulle tue are e le tue tombe

passò l'ira nemica, e fu flagello:

 

fra ciò che ti lasciarono i gerarchi

e ciò che ti lasciarono le bombe,

non vedo più neppur le mura e gli archi!

 

§§§

 

15 - TUTTI «ANTI»

(dopo il 25 luglio)

 

Li riconosco: andavano

a tutte le adunate

(camicie nere e ciondoli,

le feste comandate)

e in coro, proc1amandolo

del divo Giulio erede,

scandivano il bisillabo

con irrompente fede.

 

lo sono mite d'animo,

ho molta comprensione,

e non abbasso il pollice

a guisa di Nerone,

 

con gesto irrevocabile

dannando a morte i vinti,

per soddisfar la fregola

dei più feroci istinti;

né a guisa dei cannibali

vagheggio rappresaglie,

sognando dei miei simili

la carne e le frattaglie.

 

Vorrei, però, che i pavidi

- ed erano milioni -

che in piazza s'adunavano

in tutte le occasioni,

 

contriti, confessassero,

sia pure a denti stretti:

« Applaudivamo Cesare,

scuotendo i gagliardetti,

incensavamo gl'idoli,

li chiamavamo eroi,

con urli formidabili

- Eja! - gridando e - A noi! -

 

per la pagnotta autarchica

(ce ne costò sbadigli!).

Signori, compatiteci:

abbiamo moglie e figli! ».

 

Oppur che dichiarassero,

senza nessun traslato,

spargendosi di cenere

il cranio scervellato:

« Credemmo in quelle chiacchiere

con fede e con trasporto.

Signori, perdonateci:

abbiamo avuto torto! ».

 

Invece no; vi dicono

con sdegno e con sussiego:

«Non ebbi mai la tessera:

mi spezzo e non mi piego! »

 

E non trovate un tanghero

che fosse iscritto al fascio,

o urlasse quel bisillabo

che nella penna lascio ...

 

Però, se (Dio ne liberi!)

ricomparisse l'orco,

con il suo vecchio labaro,

stinto, macchiato e sporco,

 

vedremmo ancora un popolo

plaudire al manganello

e l'aborrita «cimice »

rimettersi all' occhiello.

 

Perché non c'è da illudersi:

questo è l'usato stile.

Scrisse un poeta italico:

« La nostra patria è vile! ».

 

§§§

 

16 - IL SOGNO DI UNA NOTTE D'ESTATE

(dopo l'8 settembre)

 

Mi svegliarono a un tratto, in una mite

notte di fine luglio, ebbra di stelle :

il tonfo sordo del tiranno imbelle

caduto empiva il mondo. Udite, udite!

 

Stretto è nei ceppi il livido pirata,

delle sventure nostre il sommo artefice,

che d'infamia marchiò come un carnefice

la nostra giovinezza disperata ...

Mi sentii come sollevato in cima

ad una nube, attonito, leggero,

gaio, felice, senza alcun pensiero,

come il ragazzo di vent'anni prima.

 

Uscii con altri sulla via: la folla,

l'abbietta folla che per ventun anno

aveva alzato al lugubre tiranno

urli di fede da ogni oscura zolla

di questa nostra terra, l'abbrutita

folla del « duce! duce! duce! duce! »

or, nel prodigio d'una nuova luce,

risorrideva al sole della vita.

Oh, il sole, il sole in quella mattinata

di luglio, il sole dei vent'anni, il sole

della gloria! Indicibili parole

d'una lingua dolcissima e obliata

 

risonavan nell'aria in nuovi evviva

di libertà, di fede, di riscossa:

era, l'aurora, una camicia rossa

che alla rinata Italia il cielo offriva.

 

La gente si strappava a cuor giocondo

il segno dell'infamia, del macello,

della menzogna dal consunto occhiello

e lo schiacciava come insetto immondo...

Non furono che pochi attimi, vissuti

in un sogno sereno e appassionato:

oggi, io son qui nascosto, ricercato

dai giustizieri della « Squadra Muti ».

 

§§§

 

17 - CRONACHE DEL REGIME

 

( La pena di morte)

Nel Parlamento, un uomo autoritario,

dalla coscienza sempre un po' più sporca,

afferma che in Italia è necessario

in tutta urgenza istituir la forca.

Questi gerarchi proprio una disdetta!)

non s'accontentan più de11a... forchetta.

 

(Sbornie)

A Brescia, un oste molto originale,

morendo in una clinica, dispone

che ne festeggin tutti il funerale

bevendo vino e birra a profusione.

Se il duce ha pure un simile progetto,

non ha bisogno di lasciarlo detto ...

 

(Previsioni)

Accostandosi al sole a poco a poco,

a detta d'un astronomo d'Assisi,

la Terra finirà col prender fuoco:

fra centomila secoli precisi ...

Con al potere un duce squilibrato,

è questo un ottimismo esagerato!

 

(Il tempo degli asini)

Si produce a Torino, in un serraglio,

un asinello alquanto mattacchione :

emette un lungo e modulato raglio,

si piega sui ginocchi e fa il buffone.

Anche al serraglio! Ormai, non c'è più scampo:

l'asino, qui, s'è imposto in ogni campo ...

 

( regime fascista )

A Boston, c'è una scuola originale,

frequentata da cani unicamente,

a cui si dan lezioni di morale

perché imparino a viver fra la gente.

Laggiù, son proprio indietro, a mio parere:

i cani, qui da noi, son già al potere!

 

(Scimmie fortunate)

S'apprende che in America un gori1la,

in altri tempi molto popolare,

ha un conto in banca e vive in una villa,

il che non ti può certo impressionare:

da noi, le scimmie, in veste di gerarchi,

han tutte dei milioni, e ville e parchi.

 

(Ottimismo)

Par che la sobrietà - questo è il pensiero ­

d'alcuni fra i più illustri sanitarii- ­

induca al1'ottimismo: sarà vero?

Io trovo che Benito e i suoi gregarii

si mostran, pur mangiando a due palmenti,

d'un ottimismo senza precedenti ...

 

(Radioaudizioni)

Leggiamo che in Siberia, sistemando

microfoni nei boschi o su dirupi,

la radio russa suol, di quando in quando,

trasmetter anche gli ululi dei lupi.

Niente di nuovo: in tono più spavaldo,

ululan qui gli Appelius e gli Ansaldo ...

 

(A uto-investiture)

Hanno arrestato a Pegli un malfattore,

che visse a sbafo un anno allegramente

sfoggiando una divisa di maggiore.

Troppo modesto! A Roma, un concorrente,

con tanto di bastone e di cavallo,

per anni si spacciò per maresciallo.

 

(Clowns)

A San Diego, una scuola alquanto stramba,

che conta cento allievi e sei maestri,

s'affanna a preparar dei clowns in gamba,

specializzati per i circhi equestri.

Se il duce, un giorno, cercherà un impiego,

probabilmente se ne andrà a San Diego.

 

(Preistoria)

In un'antica tomba, in riva al Nilo,

è stata rinvenuta una pagnotta,

del peso su per giù di mezzo chilo,

presso una mummia ancor quasi incorrotta.

Oh, tempi senza tessere né punti,

in cui si dava il pane anche ai defunti!

 

(25 luglio)

Spogliati allegramente i cittadini

e fatto del paese un cimitero,

lascia il governo il duce Mussolini,

dopo vent'anni di tonante impero.

Non gli si può negar che fu un profeta,

il giorno in cui gridò: «Nudi alla mèta! »

 

§§§

 

18 - GIOVENTÙ LITTORIA

Nasceste sotto l'aquila littoria,

un'aquila di stoppa arida e cupa;

vi battezzaron « figli della lupa »

col marchio d'una fede obbligatoria.

 

A scuola v'insegnarono ch'è giusto

spezzar le reni al debole, ch'è bello

rotear sull'inerme il manganello,

e che spetta l'alloro al più robusto;

che si può far carriera in tutta urgenza,

comodamente aprendosi una via,

col libro giallo dell'ipocrisia

ed il moschetto della prepotenza;

e che la nuova Italia era 1'erede

di quella grande e spaventosa soma

di gloria e di follia, chiamata Roma:

voi ci credeste, sì, ma in malafede.

Sapevate anche voi che in quell'ignobile

trucco non era un briciolo di vero

ma, nella grascia del rinato impero,

aspiravate a un grado e all'automobile.

 

Capiste ch'era inutile il lavoro,

gramo retaggio d'un passato grigio:

vi lusingava il facile prestigio

d'un'uniforme dai bottoni d'oro.

E la coreografia domenicale

vi lusingava: al suono del tamburo,

fare il passo dell'oca e il viso duro,

carezzando la punta d'un pugnale.

 

Era facile urlar contro un leone

che sembrava mutato in un, agnello,

quando videro i più nel frusto ombrello

di « Ciamberlino il simbolo d'Albione.

Non avevamo avuto alcuna pratica

né col pugnale né con il fucile, noi

studentelli nati al tempo vile

della piccola Italia democratica;

 

ma quando suonò l'ora, umili e proni

nelle trincee del Carso o in riva al Piave,

noi combattemmo, antiche turbe ignave

non inquadrate in inclite legioni.

 

Voi no, voi no: per giungere allo scopo,

vi avevan garantito che bastava

sfilar per quattro ed agitar la clava

con urli di minaccia ... E dopo, dopo?

 

allor che alle chiassate della strada

seguirono le bombe ed i perigli?

quando il leone ritrovò gli artigli

e il vecchio ombrello diventò una spada?

 

Quando più non valevan le parole,

ma il sangue contro il sangue,ma il cimento

a corpo a corpo? Ahimè, nello sgomento,

voi dileguaste come nebbia al sole!

 

Sparì il pugnale, l'enfasi cedette,

crollò d'un tratto il magico scenario,

travolgendo l'impero immaginario

delle parate e delle barzèllette.

 

E adesso; adesso, insonni occhi di lince,

cuor di leoni, aureolate fronti

d'eroi? Vagate senza fede, pronti

ad aggiogarvi al carro di chi vince ...

 

Oh, decaduti arcangeli marcianti,

teschi di morte, indomiti balilla,

non è più, questo, il vostro tempo! Squilla

la tromba del gran giorno: avanti, avanti!

 

Non sfilano gli eroi delle parate

più, ma una folla che soffrì nell'ombra

ed oggi balza sulla strada sgombra :

tendete il pugno chiuso e salutate!

 

§§§

 

19 - PIAZZALE LORETO

 

Forse un trono sognò, certo un altare,

coronamento delle sue fortune:

la barbara giustizia popolare

l'appese, a testa sotto, ad una fune.

Sognò superbo il Mausoleo d'Augusto

l'antico agitator di marca rossa,

riverniciato in nero: oggi, il dio giusto

l'ha seppellito in un'ignota fossa,

 

con i suoi vecchi sgherri ed un'amica,

senza neppure il derelitto onore

d'una modesta epigrafe che dica:

« il popolo italiano a un traditore»

 

§§§

 

20 - PICCOLA ODISSEA DI UN POETA

 

Su un antico giornale milanese

scrivevo delle« Cronache » rimate;

e c'eran già i tedeschi nel paese,

quando, per una svista, (immaginate!)

su quel giornale, in bella luce usciva

questa strofetta candida e giuliva :

 

« L'otto settembre sera, all'improvviso,

ha annunziato il governo nazionale,

con un messaggio semplice e conciso,

che la guerra è perduta: era fatale.

Ma l'empia truffa e la follia littoria

son terminate: è sempre una vittoria! »

 

E viceversa, ahimé!, truffa e follia,

risfoderando «l'ideale sacro »,

balzavan nuovamente sulla via,

avide di vendetta e di massacro;

sugl'inermi balzavan risoluti

i masnadieri della Squadra Muti.

 

Un giorno, per telefono, una voce

m'avverte che una visita è imminente.

Miei cari amici, Achille il piè-veloce

non corse mai così velocemente

com'io corsi quel giorno. E me la squaglio

con una borsa: è tutto il mio bagaglio.

Incominciò la piccola odissea:

per diciassette mesi andai randagio

con due figlioli e con la moglie ebrea,

nudi, come scampati da un naufragio,

cercando i più remoti nascondigli :

con la moglie giudaica e con due figli! ...

 

Trascorsi il primo inverno nella stanza

d'un suddito boemo, in Via Bocconi

(bocconi magri) e nella latitanza,

solo e recluso, per sei mesi buoni,

sprovvisto d'ogni tessera annonaria,

vissi di pane e, soprattutto, d'aria.

 

Ed ecco, un comitato clandestino,

un giorno, mi procura l'invocata

carta ,d'identità: fui cittadino

d'un borgo dell'Italia liberata

e, divenuto allor Negri Giordano,

m'avventurai nel centro di Milano,

 

con una lunga barba, alquanto grigia,

che mi scendeva quasi fino al petto

e che nei tram, in mezzo al pigia-pigia,

mi conquistava il pubblico rispetto,

tanto più che, appoggiato ad un bastone,

sembravo pronto per l'estrema unzione.

 

Nel luglio, mentre il «perfido invasore»

s'avvicinava, stanco e macilento

mi spaccio per un profugo: il pittore

Paolo Gagliardi, nato ad Agrigento,

scampato da Firenze con i suoi

all'empio giogo inglese. Oh, i quattro eroi! ...

 

L'Ente assistenza profughi ci accoglie,

ci munisce di tessere e di carte,

non sospettando le mentite spoglie

sotto cui vive quel cultor dell'arte.

- All'alloggio - gli dico - ho provveduto -

­Gli soffio mille lire e lo saluto.

 

Un tribunale, poi, fra i più arrabbiati

m'affibbia dodici anni di prigione,

che aggiunti ad altri sedici, arretrati,

fanno ventotto in tutto: oh, che sprecone! ...

Ma l'arrivo anglo-sassone è imminente:

Rimini è presa! E scrivo al presidente:

 

« M'avete condannato a ventott'anni,

ma non è detto già che li farò,

perché il tempo dei duci e dei tiranni

durerà ancor due decadi, sì e no.

Ho in mente, signor mio, che prima o poi

quei ventott'anni li farete voi ».

Due decadi? Macché ! ... Se voi sapeste

l'inverno che passai nel nascondiglio

avuto poi! Due camere modeste

lungo l'Alzaia Grande del Naviglio,

senza coperte, senza vetri e luce.

Ma lo sapevo: morrà prima il duce!...

 

Vivevo traducendo dei romanzi

e compiangendo chi li avrebbe letti,

o sbadigliando sui mancati pranzi

e liberando i moccoli più abbietti,

o sfogliando le prime margherite:

« Alleati, venite? non venite?:. ».

 

E un giorno al Gruppo Stampa socialista

mi dan l'annunzio: partono i tedeschi,

giungono i nostri, Moscatelli è in vista

ed i repubblichini ora stan freschi...

Il giorno dopo, andavo per Milano,

la fascia al braccio e la pistola in mano.

E in cuore ... Oh, in cuor! Cedeva dei tiranni

la follia sanguinosa e disperata:

era l'aurora attesa da vent'anni,

era la libertà riconquistata,

era la vita stessa. Il duce è morto

(per sempre, questa volta) ; io son risorto.

 

§§§

 

21 - IL SILLABARIO FASCISTA

 

Fin l'innocuo sillabario

il fascismo trasformò,

con un tono autoritario,

truculento anzichenò,

esaltando con impegno

l'armi, il fegato, il furor,

perché il bimbo fosse degno

de1l'impero marciator

 

e, compiuti i dodici anni,

col fucile nelle mani,

sconfiggesse i rei Britanni,

Franchi, Russi e Americani,

 

ed i Cafri, i Samoiedi,

gli Ottentotti ed i Niam-Niam

soggiogasse su due piedi:

su, marciam, marciam, marciam!

***

L'asinello pacifista

fu scalzato, ahimé, nell'a

da un ardito avanguardista

che gridava un alalà.

 

Nella b, del mite bue

non l'immagine tranquilla:

una bomba, ed anche due,

lancia intrepido un balilla.

 

Nella c, dove abbaiava

un cagnuolo spelacchiato,

dominarono la clava,

il cannone e il carro armato.

 

Dove il dado taverniero

Nella d vedevi in luce,

con cipiglio ardito e fiero

troneggiò l'invitto duce,

 

Dove usava un elefante

sonnecchiar pei fatti suoi,

ritrovavi, ognor marciante,

un esercito d'eroi.

 

Ed il posto del fanale,

o di un umile fienile,

ben più energico e marziale

prese un fante col fucile.

 

Non più un gatto il dorso inarca

o si stira di piacere,

ma va in guerra un gran gerarca,

diventato granatiere.

 

Non più ahi!, non la vigliacca

e volgare esc1amazione,

bensì un Hitler, che, nell'acca,

fa del mondo un sol boccone.

 

Non l'Italia al naturale

più nell'i vedevi in mostra,

ma l'impero più imperiale

che sia stato all'età nostra.

Libro? Ohibò! Nel sillabario,

con terrore delle mamme,

un feroce legionario

maneggiava un lanciafiamme.

 

Nè una mamma, come ieri,

sorrideva al suo bambino:

mitra, mas e moschettieri

violentavano il destino.

 

Non il nano, non il nonno

l'enne illustri all'uso antico,

ma una nave guasti il sonno

al britannico nemico!

 

Battaglieri ad ogni costo

sian l'alunno e l'insegnante!

Così, l'oca cedé il posto

ad un obice tonante.

 

Non più papere incruente,

non più pane, pepe, Puglia:

alla pugna, come niente,

balzò un' epica pattuglia.

 

Nella q, nemmen per fallo

un bel quadro o un vil quaderno:

un quadrumviro a cavallo

somigliava a un padreterno.

 

Non più il querulo schiamazzo

d'una timida ranella;

e, se ancor c'era un ragazzo,

ebbe in man la rivoltella.

 

Non più il sol ridente e caldo

nell' azzurro immenso e puro:

un SS irto e spavaldo

con la spada e col siluro.

 

Nella t del topolino

si smarri perfin l'idea:

tromba al collo, un fiero alpino

vigilava una trincea:

 

L'uva? L'uovo? un vago uccello?...

Con in mano un brando enorme,

mostra l'unghie a questo e a quello

un'Italia in uniforme.

 

La violetta evanescente

spari innanzi a tanta gloria:

un velivolo potente

conquistava la vittoria.

 

Né si tenne in alcun conto

più la zappa o lo zio Sam,

ma lo zaino sempre pronto:

su, marciam, marciam, marciam!

 

§§§

 

22 - MIMETISMO

 

Corsero alla riscossa e alla vittoria,

vivificando come per incanto,

nel cuore della patria, dopo tanto,

la disseccata linfa della gloria.

 

Oggi, però, (son tempi scombinati)

fra tanti puri eroi scesi dai monti,

ferve il tripudio dei camaleonti,

la sagra degli eroi « mimetizzati».

 

To' to', chi si rivede! Il bel gaudente,

che frequentava i balli... clandestini,

sfidando la giustizia dei «Mutini».

Partigiano anche lui, naturalmente...

To' to' chi si rivede! L'attendista,

rimasto cautamente alla finestra,

incerto ancora fra sinistra e destra,

per metà «demo » e per metà fascista...

To' to', ma che sorprese! Il malandrino

degli angiporti della borsa nera!

Egli ha una ricevuta e la sbandiera:

ha dato per la causa un milioncino...

 

Quell'altro? è un impostor d'antico stampo,

che applaudì la repubblica-cuccagna:

ora scende anche lui dalla montagna

(che vide col binocolo da campo... ).

 

E' gente che di sacro ha solo l'osso

e che di retto ha solo l'intestino;

gente che, ligia a un placido destino,

mangia dovunque e beve a più non posso;

gente ch'è sempre in sella e nulla rischia;

che all' ora buona sa virar di prua:

oggi proclama che la patria è sua,

ma mette il sacco in salvo e se ne infischia;

 

gente che con la fede dei cocciuti

giurava sulle nuove armi segrete,

dicendo fino all'ultimo: « Vedrete!

Questione d'ore, forse ,di minuti... »,

 

e il giorno dopo, come niente fosse,

urlava per le strade di Milano,

plaudendo con fervore partigiano

al tricolore e alle coccarde rosse...

 

Ma non perciò la vita è meno bella,

non perciò sa d'amaro o è sconsacrata

la santa libertà riconquistata,

che gli oppressi d'un giorno oggi affratella.

 

E, per fortuna dell'umanità,

l'armi segrete c'erano davvero,

ma le avevamo noi, non è un mistero,

ed eran due: giustizia ed onestà.

 

§§§

 

23 - IL GOVERNO DELLE DONNE


Il sesso forte, in pieno fallimento,

è per mio conto ormai squalificato,

e un governo di donne, un matriarcato,

mi piacerebbe in via d'esperimento.

Lo so, c'è della gente un po' antiquata,

che alla notizia, divenendo insonne,

vedrebbe nel governo delle donne

la tassa sugli scapoli aumentata

 

e, pei mariti, all'undici di sera

ripristinato il vecchio coprifuoco

(niente scappate più, niente più giuoco:

coniugi a casa,pena la galera!) ;

 

vedrebbe le ministre, nei Consigli,

dinanzi ad un buon tè (« latte o limone? »)

parlar fra loro con animazione

di mode, di domestiche, di figli

e pronte ad adottar, senza giudizio,

provvedimenti strani e cervellotici:

premi in denaro per scrittori esotici,

collegi per le donne di servizio...

 

lo son sicuro, invece, che un ministro

con labbra tinte e sopracciglia rase

fa il dittatore nelle nostre case,

ma che al potere muterà registro.

 

Eviteremmo, forse, il parapiglia

che trasformò già il mondo in un inferno:

le guerre, con le femmine al governo,

si farebbero al più solo in famiglia;

 

forse, sui muri dove un ciurmatore,

volendo conquistar tutta la terra,

faceva stampigliar: « W la guerra! »

si leggerebbe sol: « W l'amore! »...

I più grandi disastri della storia,

li han provocati gli uomini: ora basta.

Donne, al potere! Un popolo entusiasta

v'acclami sulla sedia gestatoria!

E più non avverrà che ci minacci

un duce megalomane e crudele

(almeno, al posto suo, donna Rache1e

ci avrebbe risparmiato la Petacci!).

 

Il mondo, dopo il tragico risveglio,

è stanco di grand'uomini e di guai.

Proviamo, amici miei, non si sa mai:

forse, le cose andrebbero un po' meglio...

 

§§§

 

24 - CINECITTÀ: CAMPO DI CONCENTRAMENTO

 

Cinecittà, paese di chimere,

emporio di scemenze favolose,

miraggio di fanciulle avventurose,

delirio .di mediocri avventuriere,

 

addio, Cinecittà, fotomontaggio?

di grandi amori e di vittorie alate,

dove potenti guerre guerreggiate

vincemmo in più d'un bel cortometraggio!

 

Addio, Cinecittà, dove impudica

la gloria si vendeva a buon mercato!

Addio, Cinecittà del surrogato,

dove il Boby nostrano era De Sica,

dove una soda e giovane donzella,

ch'entusiasmava il nostro fatalone,

entrava per decreto del padrone

e per decreto diventava stella!

E i ... cattivi soggetti eran la regola;

e potevan sull'arte, a tutte l'ore,

sfogare intanto il sadico furore

il bell'Osvaldo e la signora in fregola.

Tutto è finito, ahimè! Moda, capriccio

e vanità, fantasmi spaventati,

cercano invano fra i reticolati

il loro regno frivolo e posticcio.

 

Vi s'aggirano solo, oggi, - fallita

la parodia del fascino e dell' arte -

­dei personaggi ch'ebbero una parte

nel dramma della storia e della vita.

 

è un regno decaduto e malinconico,

anche se ad una Greta apre le porte

(Greta ... Himmler, s'intende, la consorte

del famoso cannibale teutonico).

E c'è Rodolfo... Non equivochiamo:

non l'ombra di Rodolfo Valentino:

non vi turbate! è un vecchio burattino

della repubblichetta « menagramo »:

 

è Rodolfo ... Graziani, il condottiero

del superbo regime autoritario,

che Scipio interpretò nello scenario

di cartapesta del defunto impero ...

 

addio Cinecittà svanita gloria

che non seduce più, che non ammalia

bimbe e garzoni, addio! Fosti l'Italia

dell'èra nuova: un sogno di baldoria,

che intorno ad una tavola imbandita

vissero attori dal cervello infermo,

che recitaron male sullo schermo,

che recitaron male nella vita ...

 

§§§

 

25 - LETTERA AGLI ALLEATI

 

Cari inglesi e americani,

non per fare l'arrivista

(non fui mai nazi-fascista

e mi mordo ancor le mani),

ho saputo che nei campi

dove avete concentrato

quei tedeschi (Iddio ne scampi!)

che l'Europa hanno affamato,

non si vive troppo male

e c'è un'ottima cucina:

una buona minestrina

con del grasso di maiale,

 

del bollito con piselli

(quanto al dolce ed alla frutta,

sian puniti i cattivelli,

rimanendo a bocca asciutta) ;

 

vi s'alloggia molto bene,

in puliti dormitori:

niente forni crematori,

niente camere al fosgene.

 

Lo capisco: per cinque anni

tanto fuor che in casa loro,

quei simpatici alemanni

n'hanno fatto del lavoro!

 

Sicché adesso ,è naturale,

han diritto a un po' di quiete:

quanto prima istituirete

anche il cinema serale?

 

Siete buoni ed indulgenti,

ben lo so : non vi seduce

la sfilata alquanto truce

degli scheletri viventi,

 

benché al cinema mostriate

agli attoniti europei

l'ossa peste e calcinate

dei polacchi e degli ebrei.

 

Siete gente di buon cuore

(ai nazisti anche la carne!):

penserei d'approfittarne

e di chiedervi un favore.

 

Nel mio nido (in quel che resta

Del mio nido originale)

Fo una vita assai modesta,

dormo poco e mangio male.

 

Oh, se voi nel più vicino

Di quei campi,per piacere,

mi trovaste un posticino!

Mille grazie. CAVALIERE.

 

§§§

 

26 - PANE NOSTRO

 

è giunto il tempo della mietitura;

splendon le messi in una luce bionda,

e la fatica libera e gioconda

ferve sui campi, sotto la calura.

 

Come va, come va, povero grano?

So che tu pure l'hai scampata bella,

fra carri armati e tutta una procella

di cannonate e bombe d'aeroplano.

 

T'è andata bene, in fondo, e son contento,

perché t'ho sempre avuto in alta stima :

oh, il pane, il pane tuo (quello di prima)

e i tuoi spaghetti! Ancora li rammento ...

T'eri guastato, poi: fu l'autarchia,

l'effimera autarchia - non per tua colpa -

­che insieme ti cacciò con qualche polpa

di strane piante ed altra compagnia.

Così candida un giorno e così pura,

la tua farina diventava mista

e (pensa che vergogna!) è stata vista

far comunella con la segatura;

 

l'avevano corrotta ed avvilita,

al punto da costringerla, per anni,

ad abbellir la mensa dei tiranni

e dei ricchi soltanto... Ora è finita.

Avremo ancora il pane abburattato

per qualche tempo e magre le scarselle ;

remote nostalgie di tagliatelle

ci saliran dall'arido palato.

 

La vita è sempre, ancora, un po' anormale;

continuano a mancar tante risorse,

e di quel pane non potremo, forse,

dire neppure: « Come sa di sale!... ».

 

Ma più lieve quest'anno è la fatica

che, dopo tanti affanni e tanta guerra,

ricava il pane dalla buona terra,

giovane sempre, giovane ed antica.

 

Sappiamo che oltre Brennero, quest'anno,

il nostro pane non sarà spedito

e offerto al formidabile appetito

dell'insaziato Moloch alemanno.

 

E, soprattutto, questo bene aurato,

che splende al sole in una bionda luce,

dopo vent'anni - ohibò - non è più il duce,

ma finalmente è Dio che ce l'ha dato!


§§§

 

27- LA « PACE DOLCE »

 

è ciò che il signor Truman ci ha promesso.

Vincemmo già una guerra e ci fu imposta

la pace dura; adesso, alla batosta

segue una pace dolce: è un bel successo.

 

Il Presidente, un po' sentimentale,

avrà detto, scuotendo il capo austero:

« Si,dopotutto,è un popolo leggero,

ma canta bene e non dipinge male... »

 

Oh, Mister Truman, grazie! Ella ha capito

che questo vecchio popolo disfatto

non era quel predone mentecatto

che vagheggiò l'indomito Benito;

 

non era solo un covo di ribaldi

questa terra, che diede tanta gioia

d'arte e di gloria e, insieme a qualche boia,

diede anche al mondo Dante e Garibaldi.

Oggi, l'Italia « dalle molte vite »

ritrova una sua vita un po' più grama,

nel desolato e grigio panorama

dei suoi dolori e delle sue ferite;

 

un po' più grama, sì, ma dignitosa;

e, ricca ancora d'un orgoglio antico,

non tenderà la mano del mendico:

« Pei vostri morti, datemi qualcosa!. .. ».

 

Ma, scosse le catene, avulse l'armi

dei masnadieri d'un tiranno imbelle,

ridarà al mondo tante cose belle,

la luce dei suoi cieli e dei suoi marmi ...

Con tutto questo, illustri cittadini,

vi prego di non credere un istante

che avremo a mo' di pace un bel croccante,

invidia dei golosi e dei vicini,

 

e che dopo la notte orrida e buia,

dopo la lunga e squallida vigilia,

vivremo ormai, dall' Alpi alla Sicilia;

di creme, di biscotti e di « gianduia ».

Sarà una pace con la saccarina

(lo zucchero, purtroppo, è così raro)

e non mancherà certo un po' d'amaro

in quel dolce che il mondo a noi destina.

 

Ma poteva esser peggio, oh, lo capisco!

Gradiamolo, quel dolce, e andiamo avanti,

innalzando una prece ai nostri santi,

compreso San Francesco (o San Francisco).

 

§§§

 

28 - I REDUCI

 

Da un fosco megalomane strappati

alle lor case ed alle loro zolle,

gettati in braccio all'avventura folle,

tornano in patria tristi ed umiliati.

 

Eran partiti un di', senza esultanza,

verso una guerra inutile: non c'era

in testa ai reggimenti una bandiera

luminosa di fede e di speranza.

 

Senza canzoni, con oscuri visi,

partirono per steppe e per deserti :

non salutati, dai balconi aperti,

da una pioggia di fiori e di sorrisi,

 

come, nel sogno d'una luce d'oro,

trent'anni fa, partendo verso il Carso,

i padri ed i fratelli (e ricomparso

sembrava Garibaldi innanzi a loro).

 

E qui, dove la patria oggi è più nostra,

nelle città ferite e ancor fumanti,

qui, fra le pietre degli altari infranti,

dove il dolore innanzi a Dio si prostra,

come bimbi smarriti, anche se adulti,

tornano alle lor madri dolorose,

con sui volti emaciati le pietose

stimmate del digiuno e degl'insulti;

 

tornano i vinti nella patria vinta,

dove trovano ancor l'odio in agguato

e, spesso, un egoismo sconfinato,

che non ha fatto che mutar di tinta;

 

trovano il fuoco spento e la spettrale

fame che attende nelle case in lutto,

trovan campi riarsi e, soprattutto,

una spietata siccità morale:

 

trovano il regno delle am-lire false,

la tracotanza delle pance sazie,

di chi costrusse sulle altrui disgrazie.

E : - il sacrificio - dicono - a che valse? ..

 

Se non possiamo accoglierli in letizia,

un buon sorriso almeno li conforti,

e un pane: sono, un poco, i nostri morti

resuscitati. E chiedono giustizia.

 

§§§

 

29 - L'ULTIMO ATTO


Ed anche il terzo fra cotanto senno

è sistemato: senza karakiri ...

Triboli e ambasce, moccoli e sospiri,

tutto è finito; e sia lodato il Tenno,

 

Figlio del Cielo, Dio dei samurai,

onnipotente in pace, invitto in guerra

(in questi tempi, i padreterni in terra

stanno passando l'anima dei guai! ... ).

 

Tutto era grande, grande a dismisura:

eran la terra e l'universo mondo

spazi vitali offerti a un furibondo

delirio di rapina e d'avventura:

Ora è finita. Mai l'umana boria,

nonché la prepotenza in uniforme

avevan visto un fiasco così enorme

in trentacinque secoli di storia ...

 

Una bandiera d'oro il sole inasta,

dopo il suo lungo e tenebroso eclisse;

i cavalieri dell' Apocalisse

non corrono più il mondo: oh, basta, basta!

 

Un inno di letizia e di speranza

sale dal cuore della brava gente

che sudò sangue e vede, finalmente,

la Morte sazia andarsene in vacanza,

 

mentre, dopo sei anni di congedo,

la colomba dell' Arca è di ritorno

e volge gli occhi sospettosa intorno,

temendo possan metterla allo spiedo.

 

Ma noi, dopo il passato esperimento,

speriamo che non più, come a Versaglia,

ci si darà sui campi di battaglia

fra ventun anno un nuovo appuntamento.

La vita è così breve, per sfortuna!

Perché ce la vogliamo amareggiare?

L'uranio, utilizziamolo per fare

un razzo che ci porti nella luna;

 

oppur lasciamo perdere l'uranio:

non serve a nulla! E lungo le frontiere

niente cannoni più: solo spalliere

di rose e pianticelle di geranio ...

 

Per gli onesti mortali affaticati

è del cielo, la Pace, il più bel dono.

Nella mia stanza, pochi giorni or sono,

ho riportato i mobili sfollati:

 

una stanzetta stile Novecento;

con un armadio, un letto,un tavolino

e la finestra aperta su un giardino:

è il mio spazio vitale e m'accontento.

 

FINE

 

***

Un ringraziamento di cuore al Signor Giuseppe Amoruso, residente in Cirò Marina. Grazie alla sua "testardaggine" ed al suo certosino lavoro, di ricerca e digitalizzazione, è stato possibile divulgare questa opera ormai introvabile.