IL DISCORSO DEL DEFUNTO
Radio Cronache Rimate - Alberto Cavaliere (1897-1967)



In una cittadina americana, un ricco misantropo ottantaquattrenne ha voluto tenere lui stesso in chiesa il suo discorso funebre, mediante un disco fatto incidere qualche giorno prima di morire.

I parenti in gramaglie: « Un cenobita!
originale sì, ma che brav'uomo! ».
dicevano di lui, quando nel Duomo,
innanzi ad una folla incuriosita,
sul catafalco il disco entrò in azione,
e il defunto scandì questa concione:

« Cari amici e parenti, io sono morto,
lontano ormai dalle miserie umane,
e di dir vino al vino e pane al pane
ho finalmente il piccolo conforto,
quello che mai non ebbi in vita mia
per convenienza o per ipocrisia.

« Nelle mie numerose primavere
(ottantaquattro) ho visto, a conti fatti,
che in una gabbia di sfrenati matti
s'è trasformato il mondo e, a mio parere,
poterne uscir nell'ora più opportuna,
anche portati a spalla, è una fortuna.

« Io non v'invidio, o voi che rimanete;
e, visto che dal mondo, o prima o poi,
sfolleran tutti e sfollerete voi,
meglio sfollare a causa del diabete,
della nefrite o della noce vomica,
che per effetto della bomba atomica.

« Dunque, parenti e amici, io non v'invidio.
Ed ora, poiché immagino vogliate
sapere in qual maniera ho sistemate
le mie sostanze, v'evito il fastidio,
con questo breve e semplice discorso,
d'andar dal mio notaio. Ho già un rimorso:

« so che voleste prendervi il disturbo
d'accompagnarmi verso il camposanto
con gli abiti da lutto e gli occhi in pianto,
mentre è palese pure al meno furbo
che innalzereste con commosso cuore
inni al diabete, al medico e al Signore.

« So che per voi non fui che un vecchio avaro,
un vecchio pazzo, e da diversi lustri
non facevate più, tangheri illustri,
che aspettar la mia morte e il mio denaro.
Lascio tutti i miei beni, in conseguenza,
a un istituto di beneficenza.

« rrivederci e grazie ». A questo punto,
la hiesa si vuotava immantinenti; esterrefatti,
lividi, furenti, fuggivan via gli eredi del defunto,
pronti a deporre gli abiti da lutto:
« Era un pazzo... un avaro... un farabutto!... ».