RADIO CRONACHE RIMATE
Alberto Cavaliere (1897-1967)

ALBERTO CAVALIERE

RADIO CRONACHE RIMATE

Edizioni Radio Italiana - 1956

 

Alberto Cavaliere esordì, nel campo della poesia, con le Rime distillate, ossia la famosa Chimica in versi pubblicata nel 1926 e da lui scritta in una lontana estate per riparare ad una bocciatura.

Pubblicò in seguito una Storia romana in versi e due volumetti di liriche: Le soste del vagabondo e La strada sull'abisso; versi ligi alla tradizione e lontanissimi dalle aride formule di tanta poesia contemporanea. È autore anche di tre romanzi Quella villa è mia, Le frontiere dell'impossibile e Il megalomane.

Poeta satirico, fu redattore e collaboratore dei più noti giornali umoristici italiani. Dal 1953 è deputato al Parlamento. Lucio d'Ambra scriveva di lui nel 1928: « Questo poeta, apertamente e aggressivamente romantico in tempo di classici e neo-classici, adatta al tempo moderno, più severo con gl'irregolari, il calvario ridente e amaro dei poètess maudits... tutta la vecchia sentimentalità ritorna e riecheggia, in questa poesia, tuttavia italianissima, da Quartiere Latino e da Montmartre... ». E l'appellativo di a « Poeta maledetto » gli fu conservato dai suoi colleghi del « Gazzettino Padano », il giornale parlato di Radio Milano, dove da otto anni, quasi giornalmente, egli dedica i suoi versi a qualche avvenimento. Migliaia e migliaia di versi usciti dalla sua penna, e, spesso, soltanto dalla sua bocca, per raccogliere i quali occorrerebbero svariati volumi, e di cui diamo, in questo volumetto, alcuni saggi, che abbracciano un lungo periodo della sua attività radiofonica.

 

Alberto cavaliere si è divertito a scrivere per la Radio, in tanti anni, migliaia di poesie, quasi giorno per giorno, a rincalzo della cronaca quotidiana. Le più furono composte nel giro di un'ora, per le trasmissioni «Gazzettino Padano», in gara con i redattori addetti alla cronaca, spesso accodando alle loro notizie un commento in versi che ne ricavava la morale. Ogni mattina verso le dieci, Alberto Cavaliere intraprende il suo piccolo cabotaggio tra le cabine degli stenografi e i tavoli redazionali per scoprire nell'arcipelago delle «Ultimissime» un approdo propizio alla Musa. E non trovandolo da solo, ricorre a destra e a sinistra, indifferentemente, finché qualche collega non gli dà uno « spunto » o un « pretesto » per rimarci sopra. Allora si ritira in un angolo a covare il suo uovo, sempre puntuale, della giusta misura, preciso preciso al posto dove deporlo nel « Gazzettino ». Di lì a poco il canto ne dà l'annuncio, da una sala di trasmissione, alla gente in ascolto sull'ora del pranzo. Qui, raccolte in volume, ne appaiono ora solo una parte, scelte da lui e si presentano al lettore con la medesima freschezza con la quale erano nate e risuscitano in noi i motivi a loro propri, il nostalgico, il parodistico, il sentimentale, l'ironico e lo scanzonato. Queste « Radiocronache» non pretendono di essere altro, che un elegante gioco di società, uno scherzo poetico in pubblico, un civilissimo fatto di costume in cui il buon gusto e le belle lettere aspirano, prima di ogni altra cosa, a divertire il prossimo per renderlo più socievole, a conversare intelligentemente con gli uomini per renderli più umani.

Pag. 843 Vol. II LA PICCOLA TRECCANI: "CAVALIERE Alberto". Giornalista e scrittore (Cittanova RC 1897 - Milano 1967); collaboratore di giornali umoristici, ha scherzosamente messo in versi la chimica (Chimica in versi: rime distillate, 1921; Chimica organica in versi: rime bidistillate, 1929), figure ed episodi della storia (Storia romana in versi,1930), fatti della cronaca quotidiana (Radiocronache rimate, 1956). E' stato deputo del PSI (1953)


foto del poetafoto del poetadedica autografata dal poeta


Presentazione
Un messaggio ai posteri
Parigi al buio
L'addio alla vita
L'illusione
La morte d'oro
L'isola della felicità
Romanticismo
Francesca Bertini ritorna
Il mendico centenario
L'eterna villeggiante
Amalfi
Borsaneristi
Ventimila leghe sotto i mari
Diogene novecento
Tarzan, ultima edizione
Nostalgie cucinarie
Un popolo viaggiatore
Serenata all'oscuro "girino"
Rudy
La lettrice dei "fumetti"
Continuerò a lavorare
L'elogio del cane
Inno al cavallo
Riconoscenza
Arte moderna
Il " Pegaso " è partito
Milano
Saluto all'estate
Domani si aprirà la fiera
Il discorso del defunto
Santa Cecilia
Pioggia autunnale
La poesia del ceto medio
Quattro novembre
Natale
Le prime rondini
Il cimitero degli zingari
Il carnevale dei bimbi
Crocerossine
E' morto Benedetto Croce
Non vi capisco, uomini!
Giocattoli moderni
Lettera di Pierino
Rondini uccise
Cultura moderna
Luna Park
La maestrina
Sentinella
Cuore
Patria
Una ciocca di capelli
Il babbo scolaro
Noi vogliamo quest'uomo ministro!
A Guido Gozzano

la copertina del libro

Alberto Cavaliere: "Radiocronache rimate" Edizioni Radio Italiana-1956

 

PRESENTAZIONE

In tempi lontani, all'incirca quando sedevano sui banchi di scuola quelli che oggi varcano il mezzo secolo, Alberto Cavaliere (non poi tanto più innanzi con gli anni) stava già nelle antologie, pagina a pagina con i classici, e sia pure come un minore tra i maggiori, quale esempio di poesia giocosa classificata a sua volta addirittura minima rispetto alla massima dell'epica. Allora, per farne la conoscenza, bisognava scendere giù giù , di secolo in secolo, da un genere letterario all'altro, attraverso l'Iliade, l'Odissea, l'Eneide, l'Innamorato, il Furioso, la Liberata, la Rapita, fino a un suo strano poema che metteva in versi quasi tutta la chimica prescritta dai programmi per l'istruzione media.

Lì giunto, se lo scolaro avesse dato retta a un professore con qualche ticchio vichiano, poteva anche fantasticare su un ritorno alle origini della fisica presocratica in esametri.

Ma Alberto Cavaliere si affrettava a deludere l'erudizione del professore e a far lega con la svogliatezza dello scolaro (come il solito cattivo compagno che finisce col tenere più buona compagnia) rivelando nel proemio che la sua musa aveva origini meno remote. Nacque infatti da una bocciatura in chimica, al primo anno di università, e visse solo il tempo per ispirargli un diciotto all'esame di riparazione. Nel breve intervallo, facendo di necessità virtù, egli si accorse che il modo più semplice per ricordare i nomi e le formule degli elementi per seguirne le composizioni, combinazioni e reazioni, era di scandirli in ritmi, di intrecciarli in rima. Così la scienza, decantandosi attraverso i filtri della metrica, si depurava delle sue astrattezze e astrusità. In ogni analisi chimica la poesia diveniva il reagente per lasciar precipitare, in fondo alla provetta della memoria, la soluzione facile facile. Forse anche troppo facile. Tanto da indurlo a laurearsi in quella materia che egli conosceva benissimo a orecchio, meglio di una canzonetta napoletana, senza saperne leggere la musica. Naturalmente non riuscì poi a vivere con una professione sposata, sì, per amore, ma un amore più cieco del solito. E mai la chimica rimase « pura » come tra le sue braccia. Lui tuttavia conservò la fiducia, e la bravura, per ingegnarsi a risolvere in versi perfino le spese di casa.

Vent'anni dopo, quarant'anni dopo, sebbene abbia viaggiato mezza Europa, appreso varie lingue, tentato diverse professioni, fatto il romanziere, il giornalista e il deputato al Parlamento, Alberto Cavaliere è press'a poco allo stesso punto. Ricorda in versi e dimentica in prosa. Per capire sul serio una cosa deve cantarla per scherzo. Vede chiaro solo guardando la realtà attraverso le sfaccettature simmetriche, i vetrini a colori, i riflessi obliqui, le capricciose inversioni, l'infantile irrequietezza e la senile imperturbabilità del suo caleidoscopio verbale. E se subisce, agli esami della vita, qualche bocciatura in una materia più difficile (in economia, in amore, in politica) ripara con la poesia. La poesia gli è servita addirittura per essere promosso in socialismo. Non già mettendo in versi « Il capitale », ma gli spunti umanitari di « Cuore » Il suo è ancora il socialismo che De Amicis fece salire sulla « Carrozza di tutti » quando il tram soppiantò nelle vie cittadine le ultime vetture padronali per dare a ognuno un posto uguale all'altro, con poca spesa, anche se non sempre a sedere.

Qualunque banco l' on. Cavaliere occupi oggi alla Camera dei Deputati, si può stare tranquilli che rimanga in mezzo a due bravi compagni del vecchio libro di scuola: e cioè tra Enrico a destra e Garrone a sinistra; un Garrone diventato capo tecnico della Fiat e un Enrico radiologo con qualche dito di meno per amputazioni al merito scientifico. Da essi il Nostro riceve sottovoce i suggerimenti nei rari casi in cui il maestro Nenni lo interroga sul marxismo. Nessuno dei tre garantisce l'ortodossia delle risposte. Per fortuna in Italia le licenze poetiche, insieme ad altre d'altra natura, godono un rispetto che desta talvolta invidia alle leggi.

Solo un esame egli non ha finora superato, né forse lo supererà più, per quanto ci provi e riprovi. Da poeta giocoso qual è, è ovvio che il Cavaliere stia volentieri al giuoco, a ogni giuoco, non escluso quello d'azzardo. Al tavolo verde però difficilmente trova la rima che fa concordare le sue puntate con i numeri, i colori e i pari e dispari della roulette. Così una o due volte l'anno come fosse sempre rinviato alla sessione successiva senza mai riparare, perde gli scarsi profitti delle sue poetiche fatiche.

 

Fatiche? In verità questo rappresentante delle classi lavoratrici lavora con mano così leggera e svelta che sembra scorrere da sé sulla carta. Si è divertito a scrivere per la radio, in tanti anni, migliaia di poesie, quasi giorno per giorno, a rincalzo della cronaca quotidiana. Qui ne appare una minima parte, scelta da lui. Impossibile stabilire se siano proprio le migliori. Bisognerebbe prima accertare che ne conservava tutte le copie e poi credere che le abbia a una a una rilette. Del resto molte poesie, che magari all'ascolto parvero più belle, erano talmente abbarbicate ai loro giorni di nascita, tra fatterelli, caduti in oblio e costumi fuori uso, da non consentire il trapianto nel libro, a grande distanza di tempo, senza sciuparle.

Le più furono composte nel giro di un'ora, per le trasmissioni del « Gazzettino padano », in gara con i redattori addetti alla cronaca, spesso accodando alle loro notizie un commento in versi che ne ricavava la morale. Ogni mattina, verso le 10, Alberto Cavaliere intraprende il suo piccolo cabotaggio tra le cabine degli stenografi e i tavoli redazionali per scoprire nell'arcipelago delle « Ultimissime » un approdo propizio alla Musa. E non trovandolo da solo, ricorre a destra e a sinistra, indifferentemente, finché qualche collega non gli dà uno « spunto » o un « pretesto » per rimarci sopra. Allora si ritira in un angolo a covare il suo uovo, sempre puntuale, della giusta misura, preciso preciso al posto dove, deporlo nel « Gazzettino ». Di lì a poco il canto ne dà l'annuncio, da una sala di trasmissione, alla gente in ascolto sull'ora di pranzo.

Suppongo che Alberto Cavaliere, andando in cerca di temi, potrebbe rivolgersi un giorno a me come fa ogni giorno con i miei redattori di Radio Milano:

- E tu, nessuno spunto?

- Sì, ne avrei uno. Richiede del tempo però.

- Sono appena le 11 e si va in onda alle 12,30. Hai voglia…

- In un'ora non ce la faresti.

- Proviamo.

- Neppure in un giorno...

- Dici sul serio?

- ...o in una settimana.

- T u scherzi!

- Forse in un mese, lavorando di buona vena, come per il tuo capolavoro. Pascarella, su un tema simile, ci sarebbe forse rimasto gli anni che impiegò a non finire la «Storia d'Italia ».

- In un mese metto in versi tutta la fisica, compresa quella atomica, e sfido il Presidente della RAI a trovarci un errore o una omissione.

- Caschi male: lui sa anche le formule segrete della bomba H. Tu dove le prendi?

- Beh, da qualche agente sovietico. Con me, che parlo il russo, ho la moglie russa e sono deputato socialista, potrebbe abbandonarsi a delle confidenze. Ma basta con gli scherzi, si fa tardi. E io preferisco un tema su cui tutti andiamo d'amore e d'accordo.

- Appunto quello che mi è venuto in mente. Dovresti mettere in versi la Costituzione della Repubblica Italiana, articolo per articolo, tali e quali, citando magari tra virgolette o in corsivo le parole del testo, almeno le più importanti, e aggiungendovi di tuo solo il necessario per il ritmo e le rime. Di tuo, beninteso, e non del tuo partito. Sui punti dubbi evita di chiedere suggerimenti ad altri compagni che non siano Enrico e Garrone.

- Che idea. La Costituzione è una cosa seria e io sono un poeta giocoso.

- Ci fu un Santo (se è concesso di mescolare il sacro al profano) che insegnava il Catechismo giuocando con i suoi discepoli e ripetendo: « State allegri ».

- Non in versi...

- Ci fu un poeta (si licet parva...) che mise in terzine il Paternostro.

- E va bene. Ma la costituzione la conosco già: non dico a memoria, tuttavia abbastanza per non doverla daccapo imparare con le rime. A che serve, dunque, metterla in versi?

- Serve a quanti ne sanno meno di te e di me; ammesso che anche a chi ne sappia di più non giovi una buona ripassata. Dovresti tradurre certi concetti legislativi in detti proverbiali. Fissarli in testa a tutti come regole di saggezza popolare e norme di esperienza pratica. Pensa all'efficacia divulgativa e persuasiva di un articolo che vada in proverbio, sul tipo di: « Non fare il passo più lungo della gamba ».

- E che c'entra con la Costituzione un proverbio così rancido e banale?

- Come no. Sta in fondo al comma 4 dell'art. 81 che dice: « Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte ».Già, è vero. A pensarci un poco...

- Il brutto è che, a volte, non ci pensano i tuoi vicini di banco. E non intendo Enrico, Garrone...

- Ho capito. Ma vai a farlo capire, sia pure in versi, con i più bei versi del mondo. A proposito: che te ne pare di quelli raccolti in questo volumetto?

* * *

Risponderò che, rispetto alla grande poesia, che è sempre « poesia della memoria », la sua « poesia a me moria » certo metterebbe in qualche imbarazzo un critico che volesse misurarle con lo stesso metro. Tanto più che il suo felice dono mnemonico si esercita spesso a ricordare anche toni, modi e figure altrui, mescolandoli, ai propri, per ottenere effetti tra il nostalgico e il parodistico, il sentimentale, l'ironico e lo scanzonato. Un po' alla maniera cara talvolta a Gozzano, ma come sovrapposta con una stesura di secondo grado, passando la vernice su vecchi colori ad olio o ricalcando col carbone gli originali disegni a matita. In Cavaliere il giuoco prevale sul resto. Non il « Lasciatemi divertire » alla Palazzeschi con cui il poeta si libera dal mondo ordinario, quasi togliendosene il peso di dosso, per ricostruirne uno solo per sé. Queste « Radiocronache » sono piuttosto un elegante giuoco di società, uno scherzo poetico in pubblico, un civilissimo fatto di costume in cui il buon gusto e le belle lettere aspirano prima di ogni altra cosa a divertire il prossimo per renderlo più socievole, a conversare intelligentemente con gli uomini per renderli più umani.

A. PICCONE STELLA

Un ringraziamento di cuore al Signor Giuseppe Amoruso, residente in Cirò Marina. Grazie alla sua "testardaggine" ed al suo certosino lavoro, di ricerca e digitalizzazione, è stato possibile divulgare questa opera ormai introvabile.